«A bere ci si disseta eh vecchio mio?» Frank si accomodò al bancone dando una pacca sulla spalla al suo vicino che lo aspettava già da un po’ visto il livello della birra rimasta nella pinta che non superava un dito. «Ti sto aspettando da almeno mezz’ora! Ti avevo raccomandato di essere puntuale!» disse l’uomo con tono irritato. «Eddai Jay! Mi pare che comunque non ti sei fatto mancare la compagnia» rispose l’altro indicando il bicchiere con una mano e facendo cenno al barista di servirne altre due. «Non so se ti rendi conto di quello che stiamo per fare domani Frank…» James Poretti era preoccupato; voleva che il piano, studiato nei minimi dettagli, funzionasse a dovere, senza intoppi e interpretava il ritardo di suo fratello Frank come un cattivo segno.

Era conscio che fosse un coglione e che prendesse tutto alla leggera e solo dopo avergli parlato dell’idea di rapinare un porta valori si rese conto che forse aveva fatto una cazzata. «Hey Jay hai da fumare? Ho finito le sigarette». «Tienitelo tutto!» disse il fratello stizzito tirando fuori un pacchetto di sigarette dalla tasca interna della giacca. Frank, felice di aver guadagnato un pacchetto semipieno, se ne accese subito una aspirandone con piacere il fumo che con il suo calore andava in contrasto con la birra fredda appena ingerita. «Allora a che ora domattina?» chiese senza nascondere l’eccitazione. «Alle 8» rispose James secco. «Cazzo dovrò fare una levataccia!» James si irritò ancora di più; non era il momento della spensieratezza e del sarcasmo. «Senti coglione decerebrato che non sei altro. Hai poche ore per mettere ordine in quella testa da cazzo che ti ritrovi e dimostrare di essere concentrato al massimo. Domani non sarà una passeggiata come quando entri in un fottuto convenience store e trovi un poveraccio dietro al banco che come vede una pistola si caga in braghe. Domani ci troveremo davanti a una sparatoria che non immagini e saremo solo io e te». Era livido in volto. Frank abbassò lo sguardo e spense la sigaretta sorridendo. Conosceva bene suo fratello e secondo lui prendeva tutto troppo sul serio, ma non gli andava di fare la figura dello scemo e dentro di lui albergava una voglia di riscatto che si trainava dalla scuola, quando era “quello che rovinava gli scherzi” e gli amici lo lasciavano all’oscuro di tutto ogni volta. «Stai tranquillo. Ho preparato ho fatto quello che mi hai detto seguendo le istruzioni alla lettera. Dobbiamo solo far scattare il piano e tutto andrà da se». “Forse un po’ di ottimismo non guasta” pensò James mentre ascoltava suo fratello sorseggiando la birra.

Vadim Kotov avrebbe spostato un’ingente quantità di denaro il giorno successivo con un porta valori che avrebbe fatto da esca mentre un’auto con targa diplomatica e le sue guardie fidate avrebbero trasportato le borse con il vero contante. James aveva avuto un paio di settimane prima l’informazione nel bar in cui si trovava ora, tramite un russo in vena di fare molta bisboccia e che aveva ceduto alle domande lubrificato da un ingente quantitativo di alcool. Frank invece lavorava in un officina ed era uno dei più bravi meccanici della città; ci mise poco, tramite alcuni contatti, a rintracciare l’autista di Kotov, dirgli che l’auto aveva bisogno di una manutenzione su segnalazione della casa madre e approfittarne per sostituire i vetri fingendo che quelli montati avessero un problema di fabbricazione e che si sarebbero potuti crepare all’improvviso. «Se viene qui da me glieli posso sostituire gratuitamente, siamo un officina convenzionata e abbiamo avuto un elenco di clienti da chiamare direttamente dalla casa madre» fu l’ultima leva usata sul riluttante, ma non troppo sveglio, autista e funzionò. Il giorno della rapina sarebbe bastato crivellare di colpi il lunotto anteriore per uccidere le guardie e portare l’auto con i soldi in un luogo tranquillo. Mancavano poche ore e non sembravano esserci stati intoppi, ma i cattivi presagi si insinuavano nella testa di James peggio delle larve di plodia in una cucina; ad alimentarli, dalla porta d’ingresso del locale, spuntò l’uomo a cui James aveva estorto l’informazione e, dopo essersi guardato rapidamente in giro, puntò dritto ai due fratelli. «Kak dela tovarish?» esordì rivolgendosi a James. «Chi è tuo amico?» «Sono suo fratello» rispose Frank. «Fratello di tovarish anche lui tovarish!» disse l’uomo condendo il pessimo inglese a una risata sguaiata. La sua presenza, quella sera era, per James, il secondo indizio del fatto che qualcosa sarebbe andato storto e che la rapina dell’indomani sarebbe stata una completa disfatta. Voleva lasciar perdere tutto, dire a suo fratello che non si sarebbe più fatto niente di niente e che avrebbero pensato a qualcos’altro, ma lì con loro c’era il russo e non dimostrava nessuna intenzione di andarsene; anzi voleva restare proprio con loro ordinando una bottiglia di vodka e tre bicchieri. «Tu hai fatto bere me l’altra volta e io faccio bere te e tuo fratello oggi!» mostrò un sorriso sornione. Il disagio di James saliva bicchiere dopo bicchiere mentre suo fratello, alla fine della bottiglia, mostrava segni di una forte sbronza sbiascicando parole a caso. Pensò che fosse il momento di andarsene e mettere a letto Frank prima che si vomitasse sui pantaloni. «Noi dobbiamo andare adesso. Grazie per la vodka amico» disse James alzandosi a fatica. «Voi già andare via? Appena dopo una bottiglia? Americani non beve niente!» disse il russo. «Hey Gorbačëv guarda che io shhhono ancora in pishhta» disse Frank ondeggiando sulla sedia. Suo fratello lo guardò dritto negli occhi cercando di fargli capire che se la dovevano filare, ma Frank era troppo sbronzo per capire qualsiasi cosa. «Vedi tovarish? Tuo fratello sa come ci si diverte». Il russo ordinò un’altra bottiglia e James fu costretto a sedersi di nuovo per via di una presa tenace che il suo non-amico aveva dedicato al braccio e che lo trascinava impotente sulla seduta. Quella stretta, data da una mano forte come una ganascia, era il terzo segnale negativo della serata e l’ultimo che riuscì a cogliere prima che la vodka gli annebbiasse del tutto il cervello. I due fratelli Poretti erano ubriachi fradici e riuscivano a reggersi in equilibrio a malapena sullo sgabello del bancone; il russo stava in piedi in mezzo a loro con le braccia sulle loro spalle mentre cantava qualcosa d’incomprensibile.

 

Il locale si era svuotato e il barista aspettava annoiato che gli ultimi tre clienti decidessero di smetterla con l’alcool, ma soprattutto sperava che non gli lasciassero dei ricordi sgradevoli sul bancone. «Tovarish io l’altra sera ti ho raccontato un segreto. Tu non racconti niente a me?» A James passò la sbronza tutta in un colpo, nel mentre gli si gelò il sangue. «Ah tu shhhei quello dei shhholdi di Kotov» urlò Frank. «Ora te lo diciamo noi un shhegreto…» continuò estraendo una pistola e agitandola davanti alla faccia del russo. Il barista guardò l’arma e fu sul punto di intervenire, ma il russo gli fece segno di non muoversi. Afferrò il braccio armato di Frank e lo rivolse verso il bancone costringendo il ragazzo a sparare un colpo che uccise il barista all’istante, poi si occupò del giovane Poretti che era troppo ubriaco per capire cosa stesse succedendo in quel momento e per opporre resistenza; James non riusciva ad alzarsi, le gambe gli tremavano e si sentiva impotente davanti a ciò che sapeva sarebbe successo. Frank si mise a piangere; dalla sua bocca uscironparole distorte, compatte e a malapena si capivano “scusa” e “stavo scherzando”. Non ebbe il tempo di finire quello che stava dicendo e nemmeno la lucidità, o l’incoscienza, di scappare. Il russo gli appoggiò la canna della pistola sulla fronte: «Addio tovarish. Non reggi un cazzo». Sparò facendo schizzare sangue, cervello e ossa craniche tutto attorno. Ora erano rimasti solo lui e James. Si sedette di nuovo e si versò un altro bicchiere di vodka mentre il suo compagno piangeva in silenzio guardando il cadavere del fratello. «Sai…» iniziò il russo levandosi il pessimo inglese sfoggiato poco prima. «Quel cambio dei vetri, così improvviso, ci aveva un po’ insospettito. Gli uomini di Vadim Kotom non sono stupidi… Tranne gli autisti, ma di quelli me ne sono già occupato. Ora devo sistemare anche questa cosa e se tornassi a casa senza aver eseguito gli ordini farei una fine ben peggiore di quella di tuo fratello». «Come sapevi che eravamo qui?» chiese James rassegnato all’idea di morire. «Tuo fratello è stupido. I contatti a cui ha chiesto di me lavorano spesso per Kotom. Era solo questione di giorni prima che lo venisse a sapere. Ho aspettato che uscisse dall’officina, l’ho seguito e quando è arrivato qui ho capito che avrei trovato anche te». James sorrise, suo fratello non si smentiva mai, rovinava sempre tutto sin da quando erano bambini. Fece il segno della croce, accompagno la mano del russo che teneva la pistola sul suo petto, la fermò all’altezza del cuore e guardò negli occhi il suo compagno di sbronza senza serbare rancore. Dopo tutto si trattava, per lui, di una questione di sopravvivenza e nel mondo in cui si muovevano vince chi riesce a restare vivo e chi si dimostra furbo. Morì prima della fine dell’eco dello sparo nel locale e mentre cadeva a terra ripercorse le serate trascorse in quel bar e pensò che almeno a bere ci si disseta.

Condividi
Articolo precedenteL’esperienza di un concerto al buio
Articolo sucessivoVino preferito
Fabrizio
Scrivere è, per me, il tentativo di mettere ordine nel mondo che sento come labirinto, come manicomio. (F. Durrenmatt) Un ibrido tra Sheldon e Leonard, più brizzolato, più tatuato e con il 10% di vita sociale in più.

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here