Il Natale, quel momento tanto atteso per rivedere gli emigranti italiani, scambiarsi gli auguri e misurare il proprio grado di successo confrontandolo con quello degli altri.
Tutto questo accade anche in quel meraviglioso cantuccio sulla roggia, il bar da Ado.

Dieci considerazioni

  • Vicino alla Roggia si registra una temperatura di meno sessantasei gradi.
  • La vita forse è una roulette, qualcuno però la sta scambiando per una slot machine. E io non sopporto un libero professionista che vuole integrare il reddito persino a Natale*.
  • C’è sempre lo Scrooge di turno, in questo caso un signore algido e altero che intrattiene dei vecchi amici parlando di sicurezza sul lavoro. Emana un forte odore di tavolo di concertazione sindacale.
  • Il piccolo Tim è incarnato da un povero bambino esposto al gelo da genitori tabagisti che si fumerebbero persino le Nazionali di una volta, quelle che accendevi a Palazzolo dello Stella per tenere lontane le zanzare.
  • I gestori di Ado sono dei simpatici e laboriosi cinesi. Col loro modo di fare un po’ friulano (sì sì, cumbinin! Plendi vino losso?) si sono meritati la stima del quartiere.
  • Il mio quartiere, che io chiamo quartiere Planis, confina con la ferrovia, il Copernico, la gelateria Timballo da una parte e il Carûl Ciòc dall’altra. E’ una piccola civiltà che sorge sulla roggia, sorda ai problemi che attanagliano il mondo: la fame in Africa, la guerra in Medio Oriente, l’eroina a Laipacco, i cantautori di Borgo stazione.
  • Gli avventori di Ado sono un’affascinante e variegata umanità. Osservo Bogdan, così lo chiamano gli amici. Ha le mani grandi e ruvide, un corpo modellato dal lavoro nel settore edile, spalle grosse e un pacchetto di Marlboro sul tavolo. Eppure in lui puoi scorgere due occhi azzurri innocenti, che sembrano quelli di un eterno bambino acchiappa – nuvole. Lo osservo bene, forse un po’troppo, infatti ricambia lo sguardo e mi domanda gentilmente “cazo guardi?”.
  • Si ode un rombo di motori che scema sul ciglio del marciapiede, preludio all’ingresso di una compagnia simpatica e chiassosa. Tra le risate argentine posso intuire la parlata gitana: credo che la conversazione verta sulle differenze tra escatologia e metafisica.
  • Entrano due ragazzi (friulanissimi) in giacca e cravatta per comprare delle cartine lunghe. Fanno una battuta agghiacciante sulla provenienza etnica degli altri avventori, pagano e si congedano da autentici cafoni, senza ricambiare un saluto, senza fare auguri a nessuno. Poveretti.
  • Io rifletto su quanto sia effimero il successo sui social network: probabilmente, con il decalogo commentato da Udinae Cybershitwave, la mia carriera da articolista on-line ha già raggiunto il picco massimo. Scrivo un messaggio di auguri al mitico Max Deliso, l’autore di “Breve storia di Rosita e Kaplan” **. E faccio tanti auguri anche a tutti i lettori di Blud e ai miei concittadini.

E così, nel buio della notte, illuminata fugacemente dai lampioni che rischiarano tra scintillii dorati le piccole increspature dell’acqua torbida, proprio mentre torno a casa, rincuorato da un cordiale, e già assaporante il lusingatore richiamo di Morfeo, mi sovviene un pensiero, un dolce ricordo a cui abbandonarmi, e come un canto di Natale esso riecheggia e brilla, come quella stella improvvisamente comparsa tra le nubi scure all’orizzonte plumbeo.

* Da uno studio statistico che non mi ricordo dove ho letto il 12% degli italiani ignora la pericolosità del giuoco d’azzardo, ritenendolo un modo per fare soldi facilmente o quantomeno integrare il reddito.

** Se ancora non avete acquistato “Breve storia di Rosita e Kaplan”, potete leggere qualcosa di Max Deliso qui

Franz Candoni

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