Infine rieccoci con la rubrica che si nutre non dell’affezione dei lettori, bensì, dati gli eoni che ne separano le puntate, della loro fede. La nostra sbilenca discesa nella lingua è iniziata con una promessa non mantenuta, quindi, per amor di coerenza, non manterremo la promessa che, nella puntata precedente, espressa con una grossolana sineddoche, annunciava il tema odierno. Bello, vero?

Coercizioni contestuali

Come avrete sicuramente dimenticato -ammesso che lo sapeste- l’ultima volta avevamo accennato alla pregnanza del contesto. Detta in breve, buona parte del significato di un’espressione è indissolubilmente legata alla situazione in cui è inserita. La forma non è dunque creatrice di significato, poiché questo può essere modificato dalle circostanze in cui la forma è inserita, bensì un contingente insieme di suoni che per convenzione esprime qualcosa.

Ne consegue necessariamente che il linguaggio non è assoluto; tesi che, con una chiaroveggenza invidiabile, sostenne già il teologo Abelardo nel secolo XII, e che per l’epoca risultava abbastanza pericolosa, soprattutto se applicata alla Bibbia (in effetti non è carino sostenere che il Verbum Dei dipenda dalla situazione in cui si dà). Difatti, fra le altre, gli valse ben due condanne per eresia in due concili diversi (Soissons-1121; Sens-1140).

Eppure l’intuizione di Abelardo è tanto fine quanto valida, poiché effettivamente una frase decontestualizzata può significare qualsiasi cosa. E spesso la decontestualizzazione, deliberata o meno, è corrisposta da effetti nefasti.

Così nefasta è l’influenza che può avere sull’idea di chi non lo conoscesse la frase dell’inconsapevole Pascal, (“Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”) infelicemente inserita nei Baci Perugina. È questione d’un istante, e da apologeta si diventa Alessandro Baricco.

Incidenze lessicali

Non è nei nostri interessi ora rivendicare la profondità del pensiero di Pascal; anzi, bisogna confessare che le sue scelte lessicali sovente rasentano il naïf. Ciò che è interessante è che in un universo che oscilla fra cuori ed abissi, esiste un termine, legato ad un concetto cardine della riflessione pascaliana, tanto più interessante quanto più filologicamente fecondo.

Divertissment per Pascal è tutto ciò che distoglie l’uomo dalla miseria in cui è calato, ed è affascinante come l’uso che fa del termine sia di un’estrema precisione etimologica. Difatti il significato originario di divertimento è esattamente legato al concetto di deviazione.

L’obiezione secondo cui un eccessivo interesse etimologico distoglierebbe dal significato attuale delle parole non è certamente priva di fondamento, eppure, come abbiamo già accennato, a volte nel corso della loro evoluzione, alcune voci si rivestono di un così vasto numero di significati da divenire quasi insignificanti.

Una certa attenzione alla loro origine, senza per questo distogliersi dal valore attuale, è dunque un buon modo per svelare alcuni concetti atemporali indissolubilmente legati alla loro espressione, per mettere in luce la vera natura della lingua, ossia quella di struttura cognitiva. Dopotutto, in media stat virtus.

Decorsi ideali

Non è, quindi, tanto la precisione filologica l’obiettivo, quanto le idee che permette di svelare.
Divertire, voce da cui è nato il deverbale “divertimento” (corrispettivo italiano di “divertissment”) contiene una radice estremamente feconda ed illuminante. Erede del latino devertere, il verbo è composto dalla particella de-, che indica appunto allontanamento, e dal verbo vertere che significa “volgersi”; a sua volta derivato da una radice indoeuropea
var/ -kvar che esprime l’idea di movimento verso una direzione (si ipotizza che la parola verme derivi dalla medesima radice).

Divertirsi vuol dire dunque distogliersi da qualcosa, deviare da una data direzione. Ma quale direzione?
La direzione in cui l’uomo forse si è sempre percepito, eternamente orientato a qualcosa che non si potrà mai concretizzare. È difatti in questa radice così antica che si scorge un’idea altrettanto lontana nel tempo che ancora in varie forme si svela nelle riflessioni sulla condizione umana.

L’idea della vita come incessante tensione ad essere sempre diversa da sé, l’idea di un’individualità orientata a qualcosa che la trascenda ed al contempo la giustifichi e la comprenda. La necessità del radicamento in qualcosa che si manifesta nella sua stessa negazione (l’articolo cui rimando forse spiegherà in maniera più chiara questo concetto così nebuloso).

E questa idea si cela alla base di numerosi vocaboli che descrivono le interazioni fondamentali dell’esistenza umana. Così l’avversione è l’incontro di due tensioni che non coincidono; la perversione è la trasfigurazione della naturale tensione in qualcosa di nocivo; la conversione è l’adeguamento di una o più tensioni alla propria; l’introversione è la tensione di chi si volge a se stesso, e così via. L’Universo stesso è la totalità delle tensioni che verte in un’unica direzione.

La nostra stessa concezione del tempo è insolubilmente legata alla tensione, quale direzione che da un inizio si volge ad una fine, per quanto difficili da individuare. Tant’è che i Greci distinguevano fra Kairos, il tempo dotato di senso, limitato da due estremi, e Kronos, la totalità della successione degli istanti, che privi di direzione divengono identici ed insignificanti.

E dunque?

Se è vero che non manca una certa pedanteria nell’eccessiva attenzione alle parole, è anche vero che una visione retrospettiva sulla loro origine permette di svelare idee antiche quanto l’uomo, espressione della percezione della sua stessa natura, che genera il verbo e dal verbo è generata, non solo come forma di significazione, ma anche come struttura basilare per la comprensione (sempre che sia possibile) della realtà.

Ora, se ce ne fossero, sarebbe il caso di trarre delle conclusioni. E invece no. Se non altro posso dire di essermi divertito a scrivere questo articolo.

Ma prima di salutarci, ecco la parola del giorno.
Anodino: buffo aggettivo – si pronuncia con l’accento sulla prima “o” – che deriva dal tardo latino anody̆nus, a sua volta mutuato dal greco ἀνώδυνος «senza dolore», composto da ἀν- prefisso privativo e ὀδύνη «dolore».

E anche stavolta è andata, la prossima puntata ci sarà, resta solo da vedere quando. Abbiate fede e attendete pazienti.

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Valerio
Prova un certo imbarazzo a parlare di sè in terza persona, così come a fare molte altre cose, ma ,in un modo o nell’altro, finisce sempre per farle. Ciò che non lo imbarazza affatto invece è trovare sottotesti inesistenti in opere dal discutibile, se non assente, valore. Animato da un inestinguibile e viscerale passione per le cause perse è un lettore compulsivo , un ossessivo creatore, fruitore ed esecutore di musica ed un amante disinteressato del cinema e fondamentalmente di quanto di più astratto, metafisico e lontano da una possibile applicazione al reale l’uomo abbia creato.Nel tempo libero studia alla sslmit di Trieste.

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