La gita di quinta

La prima volta che andai a Berlino era il gennaio 2011. Era l’anno in cui le gite scolastiche erano state sospese e la mia classe ed io, non intenzionati a perderci il nostro viaggio di quinta, ce lo organizzammo da soli, infischiandocene bellamente del veto.

La scelta fu ponderata: a Berlino avremmo ritrovato la maggior parte del nostro programma di studio per la maturità, sarebbe stato affascinante vederla con la neve (sì ma pessimo errore) e, diciamocelo, chi penserebbe mai a Berlino per andare in vacanza? Per lo meno in quell’anno nessuno ed a noi sembrò un’ottima occasione per vedere un posto che sarebbe stato altrimenti surclassato da altre città europee più gettonate come Londra, Barcellona e Parigi.

Ne fummo folgorati. Nessuno di noi se l’aspettava ma la città si aprì a noi e ci avvolse, come se fosse fatta apposta per chiunque vi arrivasse. Il secondo giorno di gita avevamo tutti quanti raffreddore e tosse e almeno per metà, me compresa, anche la febbre.
Ma nel febbricitante passaggio tra il torrido e confuso caldo dei locali e il semilucido rinvigorente freddo dell’esterno, seppi con certezza che in quella città ci sarei voluta tornare per vivere, o, ancora meglio, per studiare.

L’Erasmus a Berlino

Così quando tre anni dopo mi si presentò l’occasione, feci domanda per l’erasmus e vinsi la borsa di studio per un’università in un paesino ad un’ora e mezza da Berlino e a mezz’ora dalla Polonia, in piena Germania Est, chiamato Cottbus.

L’efficienza dei trasporti tedeschi e la possibilità di viaggiarvi gratuitamente (l’iscrizione all’università prevede uno student ticket che, fornito agli studenti, permette loro di viaggiare gratuitamente su tutti i mezzi di trasporto pubblico della regione in cui si trovano) mi hanno permesso di visitare senza sforzo il Brandeburgo, spingendomi anche fino a Lipsia e Dresda, ed ovviamente la mia amata Berlino.

Dopo il primo mese di adattamento in cui preferivo viaggiare sempre in compagnia, cominciai ad andarci da sola, anche solo per qualche ora nel pomeriggio: dopo le lezioni al mattino passavo in appartamento per un pasto veloce o per prepararmi qualcosa da mangiare durante il viaggio, andavo in stazione e prendevo il treno, tornando poi a casa la sera. So che cominciò a succedere proprio dopo aver scattato questo rullino.
Scoprii che mi piaceva passeggiarci da sola, passando per i quartieri di solito non visitati, nei mercatini turchi e delle pulci ed alla ricerca dei negozi di musica imbucati tra Kreuzberg e Neukölln, oppure tra le corti di Hackescher e nei suoi localini retrò.

Vivere la città

Quando passi del tempo in una città non come turista cominci a vedere delle cose che ad una prima occhiata passano inosservate, si riempiono gli spazi che vanno tra una fermata della metropolitana importante e l’altra, si prende consapevolezza della posizione delle cose e del loro motivo: prendendo la metropolitana U1 che attraversa Kreuzberg, nel tratto tra Görlitzer Bahnhof e Kottbusser Tor, è possibile vedere l’astronauta di Banksy esattamente all’altezza del proprio sguardo, altrimenti visibile solo da un cortile interno.

Intorno all’Hackesher Hof, il più conosciuto gruppo di corti comunicanti del quartiere ebraico, ce ne sono almeno altre dieci che si diramano per i tre isolati vicini, alcune con all’interno bar e negozi di design, altre solo con abitazioni.

Dietro lo zoo, nel bel mezzo del disagio, c’è uno dei più bei musei di fotografia con l’intera collezione di Helmut Newton, mentre nel quartiere di Charlottenburg, proprio davanti alla residenza, ci sono due piccolissimi musei, uno di fronte all’altro, con opere grafiche semisconosciute di Picasso e dei surrealisti.

Berlino oggi

Negli ultimi anni Berlino ha preso piede ed è diventata più di moda rispetto a quando ci andai la prima volta, e non mi stupisce. Molti ne sono attratti per andarci a vivere ed anch’io, ancora di più dopo quest’esperienza, ne conservo il desiderio e ritengo che la motivazione sia nella tipologia stessa della città.

La sua storia la conosciamo, non viene negata né compatita, solo mostrata ed è ricca ed intrisa d’arte; non esiste un centro, si estende su un territorio in un susseguirsi di quartieri completamente diversi tra loro e che si contaminano in impensabili contrasti architettonici e lo stesso vale per gli uomini, perché vi si può tranquillamente vivere continuando a parlare la propria lingua.
C’è tutto ciò che un uomo può cercare in una città, insieme con le sue contraddizioni e difficoltà.

Quando me lo chiedono sono solita fare un paragone: se pensi a Londra pensi ad un porto sul mondo, multietnica e multiculturale, la cosa più simile all’America qui in Europa; Parigi è un gioiello, una città incantata e senza tempo per sempre chiusa nella sua sfera di cristallo; Berlino è umana, a misura d’uomo.

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