“Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piacciono i barboni.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto
con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità,
lì c’è dolcezza,
lì c’è sensibilità,
lì c’è ancora amore.”

E di amore c’è sempre bisogno.

Oggi voglio scrivere di una donna che non ho mai avuto l’onore di conoscere, ma che mi ha lasciato incantata per le sue poesie e per i suoi racconti letti (o ascoltati tramite i video di you tube).

Alda Giuseppina Angela Merini nacque a Milano il 21 marzo 1931 da una famiglia di modeste condizioni economiche ed è la seconda di tre sorelle.

Tutto ciò che conosciamo di lei ci è pervenuto tramite i suoi stessi libri e le righe che lei stessa ha reso pubbliche di sè: ragazza sensibile e malinconica, abitualmente solitaria e allieva modello. Citando le sue stesse parole “lo studio è sempre stata una parte vitale della sua vita”, forse (a pensiero del tutto personale) perché non è mai stata tanto compresa dai propri genitori e ha trovato in quello una sorta di distrazione.

Esordisce come autrice giovanissima all’età di 15 anni, mentre è nel 1947 che viene interata per la prima volta ed incontra quelle che ha definito come “le prime ombre della propria mente”.

“Per me è stato un miracolo di Dio essere uscita viva da lì. Ho visto morire tanti ragazzi. Mi ha salvata mio marito che veniva a trovarmi perché, chi non aveva nessuno, scompariva all’improvviso nel nulla”.

Ci sono stati diversi incontri importanti nella vita della Merini, ma uno in particolare è stato quello con il musicista Giovanni Nuti, il quale ha saputo dare voce alle sincere ed allo stesso tempo profonde parole di Alda.

A detta dello stesso Nuti in un’intervista, l’incontro con la Merini fu una delle cose più casuali e naturali del mondo. Un giorno, egli si recò in libreria, aprì un libro a caso e vi trovò una poesia che, guarda caso, era proprio della Merini. Rimasto affascinato, le scrisse ed ella subito lo invitò nell’hotel in cui si trovava in vacanza in quel periodo e che, casualmente, distava solo qualche metro dalla sua stessa casa.

Curioso, no…?

… Da quel momento, nulla avvenne con così tanta semplicità: la Merini che dettava le poesie e Nuti che le accompagnava in musica, facendo combaciare tutto in modo diabolicamente perfetto, senza che ci fosse neppure il bisogno di cambiarne il testo.

Della Merini ho letto parecchi testi, ma solo uno ne ho comprato ed il titolo è “L’altra verità” che parla del lato oscuro del manicomio. Non so perché ho scelto proprio questo libro, forse semplicemente perché volevo sapere. E forse volevo sapere perché fino a non molto tempo fa ce ne era uno aperto vicino a dove abito io, che ha costituito una parte importante della storia della nostra regione.

Sono stata rapita dal modo quasi delicato che ha adoperato questa donna per raccontare e descrivere un argomento di tale calibro, nonostante in molti passi si riesca comunque inevitabilmente a percepire la pesantezza e la gravezza di tali situazioni.

Un tatto cui pochi sarebbero stati in grado di ricorrere.

“Qual è la morale di questo piccolo libro? Molte, moltissime potrebbero essere le morali. Ma, forse, una sola è valida.

L’uomo è socialmente cattivo, un cattivo soggetto. E quando trova una tortora, qualcuno che parla troppo piano, qualcuno che piange, gli butta addosso le proprie colpe e, così, nascono i pazzi. Perché la pazzia, amici miei, non esiste. Esiste soltanto nei riflessi onirici del sonno e in quel terrore che abbiamo tutti, inveterato, di perdere la nostra ragione.”

http://www.aldamerini.it/

Immagini prese da Google

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