(Attenzione: nell’ultimo paragrafo si accenna in maniera molto vaga al finale del film. Come si dirà più avanti, nella pellicola in questione ciò che succede ha un’importanza relativa, ma se non volete avere nessuna anticipazione, fermatevi al penultimo paragrafo e passate a leggere il finale dopo la visione)

Nel 2013 vede la luce “Under the skin”, un film difficile per molti aspetti. Visionario, alieno ed alienante, è sopravvissuto ben poco nelle sale e la sua vicenda non si è discostata molto dalla storia che narra: silenziosa, dicotomica ed incomprensibile. Non è certo l’ultima uscita, ma la chiave di una recensione non è l’attualità; l’analisi, l’interpretazione, non colgono che alcune minuscole rifrazioni del prisma che è l’opera; sono mutevoli, incomplete e contraddittorie, e per tanto necessitano di essere ripetute. Il loro effetto, forse indiretto, è l’acuirsi dell’attenzione nei confronti dell’opera recensita, fine essenziale dell’articolo in questione: cercare di donare maggior risalto ad un film che, nel bene o nel male, non ha avuto l’attenzione che meritava.

“Under the Skin” è il terzo lungometraggio di Jonathan Glazer, figura non certo convenzionale: autore del più noto “Birth – Io sono Sean” (2004), è attivo per lo più come regista di video musicali e spot pubblicitari. Le premesse, ad i più schizzinosi, potrebbero sembrare pessime, eppure Glazer, con questo film enigmatico e destabilizzante, in un mondo ossessionato dalla chimera dell’innovazione, porta a compimento, se non qualcosa di nuovo, quanto meno qualcosa di cui è difficile individuare un antecedente.

La classica storia dei film d’avanguardia

Dopo una promozione, a quanto ricordo, non particolarmente efficace, (tanto più che dal trailer è molto difficile capire di cosa si tratti) alla sua uscita, “Under the Skin”, ha diviso nettamente critica e pubblico: i primi ne declamavano il genio; i secondi, decisamente confusi, parevano aver apprezzato le sole scene di nudo di Scarlett Johansson (propri così. Però, ragazzi, quarantotto secondi di nudo in un film di due ore e mezza forse non ne valgono la pena).

La storia, tratta dal romanzo “Sotto la pelle”, dell’olandese Michel Faber, non è delle più originali, anzi è forse un po’ banale: un’aliena giunge sulla terra, assume sembianze umane, rapisce alcune persone, ma poco a poco si umanizza il che porta ad una serie di conseguenze (niente storie d’amore intergalattiche, tranquilli). Ma se nel romanzo prevale la satira (gli alieni rapiscono gli umani per farne il succulento hamburger di una multinazionale spaziale) nel film prevalgono il silenzio, il non detto, l’angosciosa incertezza e la totale alienazione. Gli umani vengono sì rapiti, ma non è chiaro per farne cosa. Nelle mani di Glazer, la storia viene posta in secondo piano, quasi scompare; egli non opera alcuna rielaborazione drammatica, sembrano non interessargli fabula, intreccio o qualsiasi altro espediente agogico. La sua opera è pura sottrazione, ed è questo il motivo forse che rende il film così difficile, straniante ed al contempo teatro d’epifanie di sofferta e morbosa bellezza.

Ogni cosa pare disposta per disorientarci e confonderci: nelle accuratissime scelte formali serpeggia costantemente la sensazione che ci sia qualcosa che dovremmo afferrare, forse una sibillina indicazione a non preoccuparci della sostanza, e di lasciarci avvolgere dalla forma. La trama si sfalda, il tempo pare non essere più una successione di istanti, ma la compresenza della loro totalità; ci avvolgono le lunghe ed immobili inquadrature di una natura tetra, inospitale ed oppressiva, una foresta di simboli, di presenze angosciose ed inafferrabili. Il silenzio è soffocante e pervade la quasi totalità del film, trasformando ogni elemento in un’allegoria che ha perduto il proprio significato (tutti i dialoghi, fra loro sommati, occupano circa mezz’ora). Il “nido” dell’aliena Scarlett Johansson è la cifra della sua lontananza ed incomprensibilità: uno spazio asettico, scuro e spoglio, in cui gli umani da lei ammaliati annegano in un misterioso liquido nero, indistinguibile dall’ambiente, per esservi poco a poco prosciugati, per un fine che non ci viene mai rivelato.

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Le musiche di Mica Levi (che meriterebbero un articolo a parte) sono il perfetto contrappunto del silenzio e dell’incertezza, anch’esse eloquenti eppure mute, splendidamente impenetrabili e restie a donarci un’indicazione emotiva precisa.

Grazie a questo film, alcuni critici hanno visto in Glazer un nuovo Kubrick. Eppure, laddove Kubrick è magniloquente, maestoso e metafisico, Glazer ha un tono dimesso, flebile ed elegiaco. Egli è più vicino forse al Tarkovskij di “Solaris” e di “Stalker”, poiché si serve della fantascienza non per indicare verità trascendenti, ma per rivolgere lo sguardo a ciò che è l’ineffabile essenza dell’umanità.

Lirismo della disumanizzazione

La sottrazione di cui si parlava prima, si declina nella totale sospensione dell’empatia. E, forse, per un processo di definizione in negativo, essa diviene la chiave dell’opera. Con un meccanismo sostanzialmente identico a quello del più recente “The Lobster” il regista ci offre un mondo spoglio da qualsiasi sentimento umano. La protagonista è un’aliena glaciale e predatrice, per sua propria natura estranea all’emotività umana. Osserva e analizza in maniera distaccata, senza un motivo intellegibile; eppure, a sua volta, il mondo osservato è un mondo sterile e disumanizzato, d’un’umanità meschina, indifferente ed egoista, verso la quale non possiamo che provare un senso di estraneità e di disgusto. E’ impossibile qualsiasi forma di immedesimazione: sono taciuti pensieri, intenzioni e sentimenti.

Vogliamo disperatamente provare qualcosa, aggrapparci ad un seppur minuscolo appiglio emotivo che ci viene costantemente negato. Ci si ritrova emotivamente castrati e boccheggianti nell’opprimente silenzio, nell’apparente assenza di un fine. Non possiamo che provare un impotente senso di orrore. La sospensione empatica è tale che nel momento in cui l’aliena assaggia del cibo umano e cerca di scoprire la sessualità, sintomi della sua progressiva umanizzazione, in un primo momento siamo confusi, non riusciamo a capire cosa stia succedendo. La paradossale immedesimazione nell’assenza di sentimento rende difficile riconoscere persino la più primordiale delle pulsioni umane: la curiosità.

Nella maggior parte dei commenti e delle recensioni si parla di una raffigurazione cruda, pessimistica e disincantata dell’umanità, ma è veramente così? In “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”
Philip Dick sembra suggerire che sia proprio l’empatia una delle fondamentali determinazioni che ci rendono umani: il test che permette di individuare gli androidi, altrimenti indistinguibili dagli umani, si basa proprio sulle reazioni empatiche; la nuova religione universale inoltre è fondata sulla fusione con la messianica e misteriosa figura di Wilbur Mercer mediante la “scatola empatica”, che permette a tutta l’umanità di divenire una e di rivivere il martirio del profeta. Più che un’emozione, un moto d’animo legato all’individualità, alla personalità, alla memoria, (elementi che agli androidi non mancano) si può dedurre che l’empatia sia una pulsione istintiva e primordiale, sopravvissuta a millenni d’evoluzione. E come tale è una passione (nel senso letterale del termine) ambigua, bifida, posta in bilico fra la coscienza e l’inconscio, controllabile e capace di controllarci.

E paradossalmente, è proprio la sua assenza che la rende così presente e pervasiva. Poiché manca l’elemento empatico, la visione ci lascia angosciati e riusciamo a capirne il motivo solo quando l’aliena inizia ad esserne sopraffatta. Sono sufficienti alcuni gesti appena accennati, che possono passare inosservati in un universo crudele ed indifferente, perché l’aliena predatrice sia pervasa dalla più pura essenza dell’umanità, così fragile, sofferta eppure salvifica (è significativo, a mio avviso, che nel momento in cui un estraneo fa dono alla protagonista di un mazzo di fiori, unico gesto apparentemente disinteressato, la carta in cui sono avvolti sia macchiata del sangue della mano ferita del ragazzo che effettua la consegna). In seguito all’incontro con un ragazzo deforme, la sua trasformazione ha inizio: lo grazia e lo lascia andare, mentre in lei comincia a serpeggiare un qualcosa che non riesce a capire, che la spaventa e la affascina. E con la sua metamorfosi ci rendiamo conto che è stata sigillata anche la nostra immedesimazione.

L’empatia nell’apatia

Glazer riesce in maniera subdola e subliminale a portare a compimento una paradossale proiezione empatica nell’assenza di sentimento: l’angoscia e l’incomprensibilità che dominano la prima parte del film sono dovute ad una visione soggettiva condivisa con l’aliena, creatura distante, i cui pensieri la cui interiorità sono inaccessibili e forse inimmaginabili. Il sentimento di castrazione emotiva, di opprimente evanescenza sono forse il modo migliore per calarci nei panni di qualcosa che non possiamo capire, e poiché lo percepiamo come estraneo ed inumano non possiamo che reagire sentendoci perduti e spaventati. Non appena l’umanità inizia a mostrarsi nell’aliena, quasi quanto lei siamo confusi, e infine ritroviamo qualcosa che pensavamo di aver perduto. Ormai ella, come noi, è una creatura fragile, spaventata che cerca di capire il mondo assorbendone l’essenza.

La nostra paradossale immedesimazione procede nella stessa direzione, eppure i momenti essenziali sono contrapposti: inizialmente siamo noi calati nell’alienità per poi tornare alla dimensione umana; vice versa, l’aliena è in principio nella sua dimensione naturale, ed infine viene pervasa da ciò che è per lei alieno: l’umanità. E’ poi così pessimistico metter in scena un mondo asettico ed indifferente, in cui una pulsione come l’empatia, presente nella propria assenza, riesce infine ad affermarsi e a trascendere la specie, lo spazio ed il tempo?

Glazer però è saggio ed evita un finale stucchevole e disneyano. E’ vero che infine torniamo a respirare, in una dimensione a noi più vicina, ma non di certo lieta. L’aliena diviene fragile, confusa, vittima delle proprie vittime, pervasa da sentimenti alieni ed incomprensibili. Ed ecco che ritorna il fattore empatico, ora, dopo quasi due ore di soppressione, raggiunge il suo parossismo: non si può che provare pena, compassione, una disperata tenerezza per quest’aliena predatrice che scopre il mondo e ne viene sopraffatta come un bambino abbandonato a se stesso. E proprio qui Glazer compie la sua magia.

Stiamo provando compassione per colei che era stata, a distanza di minuti, la “nostra” carnefice, prede di questa pulsione così umana. Eppure se è così umana, troppo umana, com’è possibile che sia condivisa da una specie verosimilmente incomparabile alla nostra?

-Attenzione spoilerino-

L’empatia, come ogni pulsione umana, è ambigua, contraddittoria inafferrabile: può generare atti della più splendida compassione e condurre ai più tragici e rovinosi esiti. E’ proprio questa a segnare la distruzione della protagonista: essa è un’emozione delle più crudeli ed inconciliabili per una specie predatrice. Non appena l’aliena ne viene pervasa, ha inizio la sua rovina. Proietta se stessa nelle proprie prede, non è in grado di comprendere e controllare un sentimento con cui queste sanno convivere, ne viene distrutta, privata della propria natura, ed infine uccisa, in un agghiacciante finale. Ed è forse così che Glazer, sibillino e tortuoso, indica ciò che è propriamente umano: la capacità di essere forgiati e di forgiare pulsioni incoerenti e discordi, di convivere e sopravvivere a ciò che non sappiamo comprendere; controllare, al di là di ogni logica, ciò che ci controlla; poter redimere secoli di indifferenza e crudeltà in un istante di sacrificio.

Immagini prese da Google

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Valerio
Prova un certo imbarazzo a parlare di sè in terza persona, così come a fare molte altre cose, ma ,in un modo o nell’altro, finisce sempre per farle. Ciò che non lo imbarazza affatto invece è trovare sottotesti inesistenti in opere dal discutibile, se non assente, valore. Animato da un inestinguibile e viscerale passione per le cause perse è un lettore compulsivo , un ossessivo creatore, fruitore ed esecutore di musica ed un amante disinteressato del cinema e fondamentalmente di quanto di più astratto, metafisico e lontano da una possibile applicazione al reale l’uomo abbia creato.Nel tempo libero studia alla sslmit di Trieste.

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