– Nessuno me l’ha chiesto, ma sono grande, grosso, è un’esclusiva PER L’ITALIA e ho tante cose da raccontare –

Ricordo ancora oggi con una certa vividezza l’iniziale silenzio e il commento spiazzato della docente che seguì, il giorno che nella prima prova pratica del corso di montaggio video, al termine della proiezione di un mio elaborato per il quale avevo deciso di ricorrere al brano Vaikelis della cantautrice lituana Alina Orlova come colonna sonora. “Beh… sognante.” Qualche risatina dalle ultime file. In fondo, chi scrive già all’epoca sfiorava il metro e 90 di altezza, superava in scioltezza il quintale di peso ed era solito attaccare lunghi pipponi su prog, industrial e nordic metal.

Martedì 24 luglio, Orlova ha aperto la seconda metà del suo ultimo concerto presso la corte interna del Palazzo dei Duchi della Lituania proprio con quella canzone, non esattamente un elemento ricorrente delle sue scalette dal vivo. Ho come il presentimento che, dopo quella sera, questi due aneddoti saranno elemento ricorrente, in tandem, delle interminabili cronache dei miei viaggi all’estero per concerti, alternandosi ai primi festival metal in terre teutoniche e austroungariche, allo Steven Wilson di Vienna e al clamoroso Devin Townsend al teatro romano di Plovdiv, Bulgaria.

È il Midsummer Vilnius Festival la cornice in cui Alina Orlova decide di eseguire per la prima volta dal vivo il suo nuovo disco, Daybreak, ma non solo. Nella metà iniziale del concerto ampio spazio viene dedicato a una selezione di brani tratti da tutti e tre i dischi precedenti di Orlova, Laukins šuo dingo, Mutabor e 88. I 50 minuti di questa prima parte, dal momento in cui Alina sala in punta di piedi sul palco, accolta dal garbato applauso della platea gremita (d’un pubblico molto variegato), alla conclusione di Spindulelis durano il tempo d’un respiro: sembra quasi che la cantante, sola in scena dietro un pianoforte e nient’altro, voglia eseguire la prima diecina di brani tutta d’un fiato.

Bastano questi 50 minuti per rendersi conto quanto in questa poetessa di fiamma qualcosa sia profondamente cambiato: nonostante la folta rappresentanza di brani giocosi e brevissimi (una costante di Laukinis e Mutabor), la voce di Alina non si concede più tante fughe acute come in passato. Sin dall’apertura, con Share my disease, Orlova stabilisce un’atmosfera intima e molto personale, in linea coi toni di 88 (rappresentato anche da Utrom e Švinta), che sembrano contagiare diversi degli altri brani presenti in scaletta: i guaiti nel buio di Čia e Lijo sono ora morbide, quasi gutturali preghiere che nascono dal profondo, e il ritornello di Kelielu si reitera quasi ossessivamente ben oltre la sua naturale durata, in cerca del momento perfetto per chiudere la prima parte del concerto.

Quando Alina annuncia quello che per 10/15 minuti buoni spero disperatamente sia solo l’intervallo (pendo dalle labbra di lei per qualsiasi cosa dica, ma non capisco una mazza non parlando nessuna lingua delle nazioni dell’ex blocco sovietico, è un dramma), trovo il modo di fare conoscenza con la mia vicina di posto che, oltre a dissipare i miei timori, mi rivela essere questa anche per lei il primo concerto dal vivo di Orlova; lei viene da Kaunas, io da 700 chilometri di distanza. La solidarietà reciproca è immediata, e per tutta la notte ci alterniamo nell’asciugarci gli occhi lucidi dalla gioia o da commozione e ci scambiamo una fitta corrispondenza di fazzolettini di carta. Al primo che mi viene a parlare di come la globalizzazione abbia portato solo problemi gli starnutisco in casa, giuro.

Alla ripresa, la prima nota spiacevole della serata: Alina attacca Vaikelis (e mi commuovo) che parte del pubblico sta ancora riprendendo posto e passa davanti alle prime file (e mi irrito). Per tutta la serata mazzi di fiori sono stati recapitati dagli organizzatori alla cantautrice, e in seguito deposti sul coperchio del pianoforte: non poteva essere questo un buon momento per concedere agli spettatori di andare a prendere posto prima dell’inizio della seconda metà? Moving on.

A Vaikelis e ai ricordi segue Heroes, cover da David Bowie che è ormai diventata una naturale costante nelle esibizioni dal vivo di Orlova: la versione eseguita ad aprile 2016 nella basilica di Santa Caterina (cui ho potuto assistere dal vivo solo grazie allo streaming sul sito della televisione di Stato Lituana) fu da pelle d’oca, non riesco a immaginare cosa possa essere stato viverla di persona con l’acustica della basilica.


Tocca ora a Ja Genij, cui spetta il compito di aprire la parte della serata dedicata a Daybreak, il disco nuovo. Sul CD appena comprato leggo Ja Genij, lyrics by Daniil Charms e procedo a recuperare la mascella da terra. Ho scritto un intero spettacolo a partire dagli scritti di Daniil Charms raccolti in Casi, per la traduzione di Rosanna Giaquinta (docente di lingua russa all’Università di Udine), un autore fra i più tragicamente incompresi e sottovalutati della letteratura russa di inizio ‘900, e attualmente in fase di riscoperta in tutto il blocco ex sovietico. Internato due volte, in carcere e in manicomio, esiliato, incapace di vivere della sua produzione letteraria, disperato eppure maledettamente acuto, capace di racchiudere in pochi, essenziali e surreali scambi di battute le contraddizioni, i mali e i desideri del suo tempo e del suo spirito ferito, con un’ironia, una lucidità e un senso dell’umorismo che ad oggi non ho trovato in nessun altro autore: in una parola, abusata in infiniti altri contesti, un autentico genio. E Alina ci ha scritto su una canzone esattamente come me la sarei sempre aspettata, da uno come Daniil. Spero di essere psicologicamente pronto, quando avrò sotto mano il testo. O, almeno, di avere sotto mano abbastanza fazzoletti di carta.

Con l’arrivo di cinque orchestrali del conservatorio locale (tre violini, violoncello e contrabbasso), il concerto quasi letteralmente decolla e vola nel cielo finalmente notturno, anche senza stelle: a metterle ci pensa il vestito nero di Alina, costellato di piccoli lustrini d’argento. L’ho già detto che è una delle donne più meravigliose ed eleganti che io abbia mai visto?

Il disco nuovo cambia ancora una volta rotta, nella produzione di Orlova: meno elettronica, meno folk, più melodica, leggera e coinvolgente, a tratti di nuovo giocosa, sardonica e ricca di variazioni, controtempi e contrappunti. Una maturazione dunque tecnica, ritmica, vocale (come già verificato nella prima parte della serata) e, con l’apertura alla letteratura, anche culturale e mentale, per quello che ho potuto ascoltare, vedere, godere. In particolar modo (oltre alla già citata Ja Genij) in Tlen e Devica, godibilissime.

Durante l’encore, composto da Little bird’s song e l’eponimo Daybreak (lyrics by Tennessee Williams: di nuovo, datemi i testi!), i fasci di luce proiettati dai fari palco avvolgono i suonatori di un’aura ambrata che riassume alla perfezione questa pietra preziosa durata quasi due ore, vissute da Alina con la solita grande intensità, un elegante trasporto mescolato, a tratti, con un pizzico di meritato autocompiacimento, complici anche le numerose telecamere dell’emittente televisiva di Stato. Mi rendo conto solo ora che è probabile sia andato in onda in diretta sulla Rai lituana. Son cose.

Sto già per lamentarmi del fatto che Alina e gli orchestrali si stanno prendendo i meritati applausi da dietro al linea del pianoforte e degli sgabelli, quando la persona per cui ho percorso apposta più di 700 chilometri lascia il palco. E lo fa con un saltello di sollievo che io conosco molto bene. Potrebbe sembrare una banalità, ma è un qualcosa che ho vissuto in prima persona, e un gesto che mi è pure stato fatto notare.

È il saltello di chi fino all’ultimo istante della performance ha vissuto un’avventura in completa tensione, in nella profonda speranza che il valore (e il senso) di ciò su cui ha lavorato e speso tempo, dolore, frustrazione e amore venga riconosciuto anche in minima parte da chi guarda e ne ha ricevuto in cambio calore e positività in egual misura (tutto il pubblico in piedi prima e dopo l’encore). È il saltello dello scioglimento della tensione, dell’ansia che abbandona il corpo, il volo della realizzazione (o conferma) che quello che si sta facendo ha un senso e si sta riuscendo a comunicarlo.

È un saltello pesantissimo, rispetto a molti altri saltelli, ma è di una bellezza inconfondibile, senza pari. Dopo l’esordio di un tuo lavoro mai sentito, prima, poi.

Me lo porto via con me, quel saltello, come la naturale timidezza di Alina che mi chiede il nome per la dedica sul CD e la cristallina concentrazione (quasi fanciullesca) quando, vedendola un momento indecisa sul da farsi la rassicuro sul modo in cui ha scritto GIOVANNI sul disco, risponde “Yes, I know how to spell it, I’m just trying to remember ho to say thank you in Italian”. La amo.

Ma siamo già a pagina 10 degli appunti, e non vorrei tirare troppo la corda della pazienza del tanto gentile quanto di bell’aspetto barista lituano (sai che novità, qua sono bellissimi tutti). Quindi chiudiamo.

Grazie mille a te, Alina Orlova.
Grazie dei sogni.
Grazie dei giochi.
Grazie della timidezza e degli aneddoti borbottati in lituano fra un brano e l’altro che io non capisco ma intendo, mentre ti sistemi la gonna stretta.Grazie perché racchiudi in te e nella tua musica, che osservo con affetto evolversi di disco in disco, quella che Tommaso d’Aquino definiva la “via della Grazia”.

Firmato,

l’omone seduto in prima fila che ha assistito al tuo ultimo concerto
con la faccia di uno che vede per la prima volta Amore e Psiche del Bernini.
Per due ore filate.

Articolo di Giovanni Folena, foto di Dainius Dambrauskas del gruppo We Belong in Photos

 

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