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Un paio di giorni fa, cazzeggiando su Youtube, ho visto l’ultimo video di Fabri Fibra. E mi sono sentito vecchio. In un certo senso ho visto (esteticamente) invecchiato anche Fibra, e questo mi ha consolato. Di fronte al giovanilismo oltre tempo massimo di certi “rapper” italici («finti dreadlocks sopra calvizie incipiente», come cantava Kaos One), vedere un artista accettare il naturale scorrere del tempo mi ha comunicato una sensazione di maturità. Ma queste sono idee che non hanno nulla a che vedere con la musica o con il “personaggio” Fabri Fibra. Soprattutto non hanno nulla a che vedere con ciò di cui vorrei parlare.

Ho comprato il mio primo (e unico) cd degli Uomini di Mare una mattina di primavera del 1999, poche settimane dopo l’uscita ufficiale, pubblicizzata con una sola paginata di Aelle. Per chi non lo sapesse, Aelle era la rivista per eccellenza per chiunque fosse interessato al rap in generale, e a quello italiano in particolare. Ai tempi, internet non era affatto così predominante. I social-network non facevano parte della nostra vita, e i forum sulla musica rap si potevano contare sulle dita di una mano. Ai tempi, insomma, si comprava Aelle e, tramite le sue pagine, ci si informava sulle uscite musicali d’oltreoceano, sulle jam, sugli eventi e si leggevano recensioni, interviste e annunci di album italiani. Album italiani di rapper italiani che, per la quasi totalità, si auto-producevano. Con fatiche e risultati diversi. Gli Uomini di Mare (Lato alle produzioni e Fabbri Fil, non ancora Fabri Fibra, alle rime) erano tra questi.

Lato e il futuro Fabri Fibra avevano esordito un paio d’anni prima in una demo a nome Qustodi del Tempo assieme a Shezan il Ragio: un mc che ritroveremo in molti altri pezzi del primo Fibra. La demo si chiamava Il rapimento del Vulplà, ed è pressoché introvabile. Nel senso che fu stampata in poche copie (in musicassetta, perché ai tempi il cd era un lusso che solo pochi gruppi/rapper si potevano permettere nell’immediato) che girarono poi di mano in mano, diffondendo il nome dei Qustodi in giro per lo stivale. A risentirli ora, certi pezzi, oltre a un attacco di nostalgia istantanea (giusto per citare Dargen) comunicano un senso di spaesamento per le strade che i personaggi presenti su quelle tracce avrebbero preso. In ogni caso è ancora un bel sentire, perché Lato è sempre stato un ottimo produttore, e il flow di Fibra (soprattutto del primo Fibra, ma non solo, come vedremo) è qualcosa che non si era ancora sentito. Quanto meno in Italia. In ogni caso, il sapore dei pezzi era ancora molto old-school, beat potenti e sporchi, e gli mc a reggere la traccia con le loro abilità. Ascoltare per credere:

Poco dopo, però, presero vita gli Uomini di Mare, ovvero i soli Lato e Fabbri Fil. Registrarono quasi in contemporanea un’altra demo a loro nome, e la chiamarono Dei di mare quest’el gruv. In realtà le date sono alquanto labili, e le certezze riscontrabili sono poche. E lo so che potrà sembrare assurdo, ma quel mondo del rap italiano underground era davvero così. Non c’erano tutte le info (anche troppe mi verrebbe da dire) che ci sono oggi, e le demo giravano grazie al passa-parola e al passaggio fisico di mano in mano. Per un ragazzino che ascoltava rap a Pordenone, venire a conoscenza della seconda demo di un gruppo emergente di Senigallia poteva significare conoscerne le informazioni complete soltanto a mesi dall’uscita della demo. E solo se si aveva avuto la fortuna di conoscere qualcuno che ne aveva sentito parlare a sua volta e che, bontà sua, aveva avuto la fortuna di farsene fare (o acquistare) una copia. Inserisco una piccola, ma necessaria, postilla: in quegli anni giravano un sacco di demo su musicassette copiate alla meno peggio.

Oggi si direbbe “piratate”, ma la verità era che davvero di copie ne giravano poche, con tutti i disguidi logistici di cui vi parlerò. Così che era quasi necessario farsi una copia della musicassetta che ti capitava tra le mani. Soprattutto per quanto riguardava le demo. E questo non era in contrasto con il diritto d’artista, perché tutte le persone che ho frequentato in quegli anni, di copie fisiche degli artisti a cui erano legati ne hanno comprate un sacco. C’era molta condivisione e supporto all’interno della scena. Soprattutto quando si passava da una demo a un cd vero e proprio. L’auto-produzione era, in un certo senso, anche questo: mettere in preventivo che gli inizi sarebbero stati duri e scanditi da un estremo DIY. Sacrifici che, però, avrebbero ripagato. Alle jam così come ai concerti.

In ogni caso, Dei di mare quest’el gruv è la prima bomba a nome Uomini di Mare. Le produzioni sono più moderne rispetto a quelle di Rapimento del Vulplà, meno legate alla old-school e con qualche contaminazione che farà intravedere i successivi sviluppi di Sindrome di Fine Millennio. Diciamolo subito: Lato ha sempre avuto una cultura musicale molto varia e profonda, così che i campioni e le drum-machine suonano che è una bellezza. Fibra, poi, ci mette del suo, spaziando tra tematiche introspettive, del sano egotrippin’, ma stupendo anche con citazioni affatto scontate. Le quali dimostrano come il ragazzo sia sempre stato abile nell’alternare registri stilistici e background culturali. Cosa che, in futuro, gli sarebbe tornata molto utile. Il novantanove per cento degli ascoltatori di Dei di mare quest’el gruv stravede per Cosa naturale (https://www.youtube.com/watch?v=oI6frPAmZxU), pezzone in cui Fibra potrebbe mettere a sedere la maggior parte degli mc underground (e non solo) passati, presenti e futuri. Io, però, ho sempre avuto una predilezione per un altro pezzo, più intimistico, più filosofico. Più sognante. Eccolo qui:

«se non sei re, non sei padrone della spezia che è in te…»

Così arriviamo a quella mattina di primavera del 1999, quando feci sega a scuola per andare a prendere la mia copia di Sindrome di Fine Millennio. L’ascoltai come si ascolta qualcosa di atteso a lungo, sensazione difficilmente spiegabile in un mondo troppo abituato al “tutto e subito” o al servizio Amazon Prime. Lo ascoltai e, sarò sincero, di primo acchito non mi prese. Ci mise diversi ascolti per “ingranare” e, a decenni di distanza, credo sia stato meglio così. Lo avessi accolto in maniera cieca ed entusiasta, come un fanboy sfegatato, credo non sarei stato in grado di apprezzarlo a pieno. Ma no, le cose presero una piega diversa e, ora come ora, sono lieto per tutto il tempo passato ad ascoltarlo e a godermelo. Perché sì, perché la Sindrome è di certo uno dei cinque migliori album rap mai pubblicati in Italia. Sarò anche troppo sicuro, ma sono pronto a confrontarmi con chiunque non la pensi così. Lato, alle produzioni, è in stato di grazia, spostando la geografia musicale dei suoi campioni ancora più in là rispetto ai precedenti lavori.

Per dire, ci finiscono dentro anche i Pink Floyd: cosa rarissima in un disco rap italiano del 1999, che viaggiava quasi sempre su campionamenti presi a mani basse dalla black-music (funk, jazz, soul, blues), come aveva insegnato Gruff con i Sangue Misto o Ice One con il Colle der Fomento. La molteplicità dei campioni è anche alla base dell’impossibilità della ristampa del disco stesso, come spiegato recentemente anche da Fabri. Chiedere deroghe ai tanti e tali soggetti coinvolti sarebbe qualcosa pressoché impossibile a livello burocratico. Aspetto che, se ce ne fosse bisogno, oltre che a rimarcare lo status di unicum per la Sindrome, ci proietta nuovamente nell’amarcord di quello che era il rap italiano (e non solo) degli anni ’90: DIY spinto all’ennesima potenza, campioni rubacchiati, artigianalità (aspetto decisamente positivo!) artistica, e tanta, tanta voglia di fare e di farsi sentire.

Sulla Sindrome c’erano alcuni dei big della scena italiana dell’epoca, aspetto raro per il cd di un gruppo poco più che esordiente. Da El Presidente (aka Esa degli OTR/Gente Guasta, che già faceva presagire la futura deriva raggamuffin) a Inoki, da Nesly Rice (poi Nesli, fratello di Fibra) al solito Shezan il Ragio, da Dj Inesha a Joe Cassano (a cui, per altro, è dedicato l’album). Ma negli skit sentiamo anche Lord Bean (un altro talento che esordì con una demo in cassetta pubblicizzata su una paginetta di Aelle…) e Fritz da Cat. Insomma, c’era proprio da aspettarsi “la bomba” e, in effetti, Sindrome di Fine Millennio suona davvero potente. E lo fa anche oggi, a quasi due decenni di distanza. Da quel che so, Fibra non porta mai live le vecchie canzoni (anche se ce ne sarebbe da attingere a piene mani, visto il livello altissimo dei vecchi pezzi), eppure la gente, immancabilmente, continua a chiedergli questa:

«E se ti piace andare in Cadillac si va in Cadillac, rapidi più di uno speedy!»

Ci sarebbe moltissimo da dire sulla Sindrome. In un’intervista rilasciata ad Aelle in concomitanza con l’uscita del disco, Fibra disse che era stato ispirato dalla frenesia che vedeva nella gente attorno a lui per l’approssimarsi del nuovo millennio, e che questa frenesia era finita nel suo lavoro, ispirandolo e indirizzandolo. Proprio per questo, la Sindrome è un perfetto album di passaggio non tanto a livello musicale (pur se, come abbiamo visto, quest’aspetto non manca), bensì a livello tematico. Fibra è ispirato a mille, e riesce a rendere vivide tutte le immagini metriche che escono dalla sua bocca. Giochi di parole, assonanze, alternanze, similitudini, barre chiuse con un flow e una facilità che raramente si era vista prima. Ecco, è questa facilità nel rappare che stupisce in Fibra. Là dove molti mc erano e sono terribilmente tecnici (penso al Danno, o allo stesso Kaos), sembra che a Fibra le rime escano come in automatico, mantenendo però un livello contenutistico decisamente sopra la media. Aspetto nient’affatto scontato, soprattutto in un periodo in cui l’egotrippin’ e l’ostentazione di fama e ricchezza non avevano pressoché patria nella scena rap italiana. Se non come discriminanti negative.

In quel periodo partecipai al primo dei due concerti di Fibra che vidi nel corso della mia vita. Qualche promoter veneto aveva convinto i titolari di una famosa discoteca della provincia di Treviso a concedere loro una piccola sala la domenica pomeriggio per poter ospitare tutta una serie di concerti rap. Uno di questi, appunto, fu quello di Fabri. Già di per sé la situazione era assurda: decine e decine di rapper infottati (canna e birra in mano) che si mischiavano all’ingresso con fighetti da discoteca pronti a ricevere la loro dose di pastiglie e techno domenicale. Un’immagine abbastanza curiosa e dissonante, come di due flussi eterogenei che si sfiorano senza mai inglobarsi realmente. Distanti pochi palmi di mano uno dall’altro, ma separati da qualcosa di ben più vivido e profondo. Mi verrebbe da dire che, citando Bauman, quel mondo non era ancora  sufficientemente liquido. Le divisioni erano nette e volte a rimarcare un senso di appartenenza. A voler mettere ben in chiaro le radici, il background, gli interessi musicali. A leggerla ora sembrerebbe di descrivere un mondo chiuso e auto-referenziale e, in un certo senso, era davvero così (aspetto che sta alla base della “deriva” attuale della sena rap-pop italiana). Eppure era un mondo capace di creare realtà decisamente porose e partecipative. Un mondo che, come ho cercato di descrivere prima, “cullava” i suoi membri, dando loro la possibilità di crescere e sviluppare i propri talenti. Se dovessi descriverlo con un’immagine, userei una scritta a pennarello sulla parete del cesso del mio liceo: «odiate quanto volete questo posto, ma ricordate che un giorno vi mancherà».

In ogni caso, Fibra arrivò in quella discoteca con al seguito Fritz da Cat. Per un disguido che ancora oggi non ho ben chiaro (non so se Fritz dimenticò le strumentali o se il supporto su cui le aveva portate non era compatibile con la consolle in dotazione o se, più semplicemente, voleva fare altro), le strumentali della Sindrome non c’erano, così Fritz mise su altre basi su cui Fibra fece una mezz’ora abbondante di freestyle. Niente di trascendentale, in fin dei conti. Forse più che altro perché tutti quanti ci aspettavamo di sentire i pezzi della Sindrome e non diversi medley più o meno improvvisati. Eppure Fibra, come si suol dire, la portò a casa con onore, facendo freestyle con un bicchiere di Amaretto di Saronno in mano, e stupendo i presenti per l’abilità con cui era in grado di rappare di tutto e su qualsiasi base. Capello crespo, jeans stretto, giubbottino nero senza maniche: sembrava tutto fuorché un rapper infottato. E, in effetti, questo suo non essere uniformato alla massa, anche in senso estetico, dava già l’idea dell’artista.

Dopo la Sindrome arrivò il primo mixtape a nome Teste Mobili: il Dinamite Mixtape. Era il 2001, e chiamai direttamente Nesly per farmelo spedire. Ora sembrerà certamente archeologia commerciale ma le cose, quando si voleva acquistare una demo o un mixtape, andavano così: si individuava un annuncio su Aelle, ci si segnava il numero (che, solitamente, era quello di un membro stesso del gruppo), si chiamava, si ricevevano gli estremi per una ricarica Poste-Pay o per un vaglia postale, si effettuava il versamento e si aspettava trepidanti che il pacco contenente la cassetta (o il cd) arrivasse a destinazione. Poi, una volta arrivato, si scartava la confezione gialla con i pallini di plastica protettiva all’interno ed ecco davanti agli occhi l’album ordinato due settimane (se non tre) prima. Amazon ci faceva una sega, insomma. Sembra l’età della pietra, ma era poco meno di vent’anni fa.

Torniamo, però, a parlare di musica. Il Dinamite Mixtape aveva al suo interno tutti i membri delle crew che gravitavano attorno agli Uomini di Mare, più qualche amico che passò di lì, neppure troppo per caso: Lugi, Fritz, Inoki, Fede, Seka, Gente Guasta, Inesha, Double S. Insomma, c’erano davvero dei bei nomi, e il Dinamite Mixtape assieme a Demolizione, il mixtape della PMC di Inoki e Joe Cassano, fu uno dei mixtape italiani più interessanti di quegli anni. Non a caso una delle tracce migliori fu quella che Fibra, Nesly e Shezan dedicarono a Joe, scomparso un paio d’anni prima. Pressoché in concomitanza con l’uscita della Sindrome:

«Da qui che si impara? Da qui con tutti si è in gara. Da qui quello che ci unisce è sempre meno di ciò che separa»

Nello stesso anno, Fibra parteciperà assieme a Fritz da Cat e a Fede dei Lyricalz al progetto Basley Click, una sorta di supergruppo underground che, va detto fuori dai denti, non lasciò il segno nel panorama rap italiano. Idee interessanti ce n’erano, ma lo stile dei due mc era forse troppo eterogeneo per collimare. In ogni caso, per i cultori di Fibra va sempre bene dargli un ascolto. Qualche piccola perla (inteso come strofe) si trova, ed è comunque utile per capire gli sviluppi futuri. Perché sì, perché l’impressione è che Fibra fosse sempre più deciso a intraprendere seriamente una carriera solista. Stanco delle delusioni ottenute con gli ultimi lavori (quanto meno a livello di vendite), Fibra recupera delle vecchie strumentali di Neffa (anche in questo caso il DIY si fonde con l’archeologia musicale) e, con non poche difficoltà tecniche, ci dipinge sopra un album che è un vero e proprio gioiello: Turbe Giovanili. Forse un po’ meno multiforme della Sindrome, ma di certo più maturo nei testi e nelle rime. Non a caso nel 2010, nel bel mezzo del successo commerciale, la Universal decise di ristamparlo, migliorandone l’editing sonoro e aggiungendo anche una traccia bonus. In ogni caso, Turbe Giovanili è l’album della maturità di Fibra. L’album di chi ha deciso quale strada intraprendere. Di chi è fermamente convinto di percorrerla fino in fondo. Costi quel che costi. Le premesse, inutile dirlo, c’erano tutte:

«a volte il mondo gira con più di un verso, a volte sembra invece che giri in senso inverso»

Eppure le cose non andarono secondo i piani di Fibra. Nemmeno Turbe Giovanili (come già accaduto con la Sindrome) gli concesse il lasciapassare per il mainstream. E qui si dovrebbero fare alcune precisazioni, quanto meno ideologiche. Io non credo che per un artista serio e talentuoso riuscire a coinvolgere quanti più fruitori sia una cosa negativa. Non credo più, poi, nella parola “commerciale” (usata con accezione dispregiativa). L’ho sentita e utilizzata troppe volte per pensare che abbia un reale valore in un mondo che, per quanto ci si possa girare attorno, dovrebbe finire con il valutare e premiare il talento musicale. Credo, piuttosto, che sia doveroso che un artista possa vivere del suo lavoro, e non che debba «chiamare il suo collega per sentirsi dire: qui non si vende una sega!». In assenza di una struttura seria e competente, è difficile per un artista tenere in piedi la baracca delle sue creazioni.

E l’auto-produzione (per quanto positiva e interessante) non può andare avanti all’infinito, così come il DIY. Quest’aspetto, si badi bene, è trasversale, e va dal rap al rock al cantautorato indie, al punk o al reggae. Vendere dischi non vuol dire essere venduti, e credo sia più che doveroso per un mc cercare di vivere delle proprie rime. Allo stesso tempo, però, è doveroso per il suo pubblico capire quanto in là sia disposto a seguirlo. Ovvero quanto in là il talento possa essere annacquato, diluito, coattamente indirizzato per rispondere ai gusti di quante più persone possibile. Questo, però, è un aspetto decisamente personale, quindi è un terreno rischioso nel quale vorrei evitare di addentrarmi. In ogni caso, resta un dato di fatto: i due ottimi dischi su cui Fibra aveva riposto le sue speranze per quanto concerne una crescita di visibilità, non andarono secondo le previsioni. Era di nuovo punto e a capo.

Siamo nel 2004. Nei primi mesi dell’anno esce il nuovo EP degli Uomini di Mare: Lato & Fabri Fibra. Sarà il loro ultimo progetto. Già dal titolo si vedono i prodromi della scissione: una sorta di due entità separate che danno vita a un ultimo lavoro non tanto perché costrette, quanto più perché sarebbe stato un peccato buttare via del materiale comunque valido. Come dimostra il fatto che l’ultimo video di Fibra (quello, per l’appunto, che mi ha fatto sentire vecchio), è una citazione dichiarata di questo pezzo:

«ma a me mi prende il panico, guadagno meno di un meccanico, combatto un trauma cranico»

In un video recente, Fibra fece ascoltare questa canzone ai suoi fan, molti dei quali pensarono si trattasse di un nuovo pezzo. Elogiandone il testo, la base, le rime. Invece era un testo del 2004. Era già tutto scritto, mi verrebbe da dire. E questo, credo, spieghi molte cose. Nel bene e nel male.

Il 2004, però, non è solo l’anno dell’ultimo EP degli Uomini di Mare, piuttosto è l’anno di Mr. Simpatia: il vero e proprio spartiacque nella carriera di Fibra. Le cose andarono così: Fibra registrò un album solista sulle basi del fratello Nesly, e non ci mise nemmeno troppo tempo a farlo. Scrisse con foga, con rabbia, di getto. Sfanculando tutto e tutti. Aveva una vita di merda, faceva un lavoro di merda, non aveva soldi, e con il successo nel mondo dell’underground rap italiano non ci pagava né affitto, né bollette. Allora decide di mandare a fanculo l’universo intero. Nacque, così, Mr. Simpatia, una sorta di alter ego di Fibra, modellato dichiaratamente sullo Slim Shady di Eminem. Fibra, però, se ne sbatte alla grande: rimarca la citazione, sbandiera il supposto plagio ai quattro venti, tira in ballo altri artisti, sputtana macchiette da quattro soldi, deride la società. Soprattutto, deride se stesso, si infama, si prende per il culo e si tratta (liricamente parlando) di merda. Ne uscì fuori un ritratto talmente vivido e pulsante, in cui è pressoché impossibile non riconoscersi.

Ai tempi facevo un lavoro del cazzo, avevo un capo-reparto che era un rompiscatole totale, mi arrabattavo per quattro soldi e finivo a sbronzarmi nei week-end cercando di rimorchiare con successi altalenanti. E, come me, decine di altri amici. Centinaia di conoscenti. Era l’inizio della fine del Bengodi post-globalizzazione. Gli ultimi fuochi prima dei trent’anni. Fibra li aveva condensati in un album, e ce li aveva sbattuti in faccia. Immergendosi fino al collo in tutta quella merda. Ridendoci sopra e sbeffeggiandola. Per fare un esempio concreto, quando sento i nuovi “maestri” della trap vantarsi dei loro soldi o dei loro abiti firmati, non scatta in me il processo di identificazione. I loro egotrippin’ potranno attrarre altro pubblico, non di certo me. Non il me di adesso, né quello di un decennio prima. Quando, però, Fibra cantava «ho crampi allo stomaco se pretendi anche un rapporto, mi sveglio e vado al lavoro con l’umore storto. Tanto che il primo stronzo che incontro lo vorrei morto. Faccio benzina e già sto scemo guarda male: cazzo vuoi c’hai un lavoro di merda ed io uguale!», sarei andato a stringergli la mano e a ringraziarlo per come aveva fotografato la mia vita. E, come me, quella di moltissime altre persone.

«Ho fatto un disco poi un altro anche il terzo, mi uccido col quarto per quanto fiato ho perso»

Nessuno mi toglierà dalla testa che il successo di Mr. Simpatia sia dovuto soprattutto a quest’esteso processo di identificazione, piuttosto che alle polemiche e ai rimandi musicali più o meno dichiarati. Con la Sindrome e Turbe Giovanili, Fibra aveva cercato di coniugare talento e legittime aspettative di crescita professionale, fallendo. Con Mr. Simpatia, un Fibra con l’acqua alla gola e con poco o niente da perdere, sfancula tutti e si sfoga delle frustrazioni immagazzinate nel corso degli ultimi anni. Sarà la sua salvezza. O, a seconda dei punti di vista, la sua dannazione.

Mr. Simpatia vendette moltissime copie, così che la Universal mise gli occhi addosso a Fibra, decidendo di produrgli un nuovo album. Il primo singolo del “nuovo” Fibra lo hanno sentito e cantato anche i sassi. Personalmente, dopo Applausi per Fibra, ho smesso di seguire con attenzione il rapper di Senigallia.

Intendiamoci, non ha nulla a che vedere con il successo sopraggiunto, o con tutti quegli schemi mentali di cui parlavo prima. Semplicemente, non mi rivedevo più nella musica di Fibra, nei suoi testi, nelle sue posizioni. È qualcosa che capita spesso, e non c’è nulla di male. Né da una parte, né dall’altra. Nella vita si evolve, si cresce, si cambiano gusti, si smette di fumare o di bere Campari o di limonarsi sconosciute fuori dai bar. Poi, certo, si possono anche riprendere tutte queste attività, ma avranno un sapore diverso. Come di qualcosa di già masticato, di già sentito. Presente, sì, ma in ogni caso anche se di un pizzico, distante dall’originale. Distante dalla prima volta che si è provata una certa sensazione.

Attualmente Fibra è uno dei più famosi rapper italiani. A onor del vero è uno dei pochi rapper mainstream la cui credibilità è ancora alta. Nel corso di questo decennio ha partecipato tanto a dischi di pezzi grossi della scena pop e rap, quanto a quelli di talenti emergenti. Se non decisamente underground. Di questo gli va dato atto. Per chi cerca ancora il “vecchio” Fibra e non si rassegna all’inevitabile scorrere del tempo, consiglio due cose. Innanzi tutto Quorum, l’EP in free download del 2010 che ha preceduto Controcultura, in cui si trova un bel pezzo con Dargen, nonché questo freestyle, che ai nostalgici non potrà non ricordare il mitico scontro con Kiffa al Mortal Combat:

Poi, per restare nell’ambito, il dissing a colpi di rime portato avanti con l’ex-amico Vacca. I due se le sono dette di santa ragione, uscendone entrambi rafforzati in stile e credibilità. Il paragone con altri due rapper che, ultimamente, si sono dissati a colpi di video su Instagram o Snapchat, chiamando in causa lo «sguardo abbassato alla sfilata di Moschino» (sic!), non ha nemmeno senso di esistere. E dice molto dello stato delle cose.

Nel ripercorrere la carriera di Fibra sono partito da un mondo fatto di demo e autoproduzioni per finire con un mondo monopolizzato da major e social-network. Camminare con la memoria lungo questo percorso è stata una buona occasione per fare il punto dei cambiamenti che hanno caratterizzato questo lasso di tempo. Tanto collettivi, quanto singolari. Riascoltando i pezzi di Fibra e degli Uomini di Mare, ho avuto l’occasione di riascoltare il vecchio me stesso e, sotto certi punti di vista, di comprenderlo maggiormente. Quindi è normale che io sia grato a chi mi ha accompagnato in questo percorso. A chi ne è stato la colonna sonora, il paroliere, il fustigatore. A Fibra direi ciò che direi a un vecchio amico che non vedo da decenni: grazie del tempo trascorso assieme. E poco altro.

Perché, nella vita, come insegnano i veri uomini di mare, è necessario slacciare gli ormeggi. E procedere verso nuovi porti, senza troppe remore o patemi d’animo.

Perché, in fin dei conti, è stato proprio Fibra il primo a cantarlo:

«Portami con te via, finché sento che c’è sintonia, diretti verso altri lidi»

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