La detective Jennifer Heets osservava il sospetto starsene seduto al bancone con la schiena ricurva e le dita intente a giocare con il bordo del bicchiere; lo afferrava a intervalli regolari per inghiottire il liquido ambrato che gli provocava una smorfia a ogni sorso. Per ingannare il tempo avrebbe potuto contare i secondi tra una sorsata e l’altra ma non ne aveva voglia; preferiva concentrarsi su altri dettagli: il viso, le mani, la postura, lo sguardo, il contrarsi della bocca, il fatto che fosse solo. L’uomo al bancone alzò il bicchiere accompagnandolo con gli occhi, accorgendosi di essere osservato.

Interruppe di colpo la ritualità in cui si trovava da quando arrivò al locale e sostenne lo sguardo di Jennifer per un paio di secondi, come se la stesse rimproverando per aver violato il suo mondo, poi ritornò a concentrarsi sul bicchiere facendo scorrere il ghiaccio sulle pareti di vetro. L’aveva notata e per la detective Heets fu il pretesto per avvicinarsi e stabilire un contatto. Si alzò e percorse tutta la lunghezza del bancone con ancheggiando come una ‘gatta morta’, incurante degli sguardi famelici che gli altri avventori le rivolgevano concentrandoli sul suo culo. «Un Santa Teresa per me e un altro di quelli per lui. Cos’è whiskey, rum o cognac?» disse al barista indicandogli il bicchiere dell’uomo che ormai conteneva un velo di liquore annacquato dal ghiaccio. «Cosa vuoi da me?» disse l’uomo al bancone, trascinando la esse in un possibile stato di ebbrezza. «Farti compagnia» rispose Jennifer prendendo lo sgabello di fianco per sedersi e facendo ben attenzione ad accavallare le gambe per scoprire di proposito una porzione di coscia. «Visto che hai già ordinato non sarò così maleducato da rifiutare. Era cognac e per tua informazioni ti avviso che non sono in cerca di una puttana da quattro soldi che batte in un bar».

Una risposta lucida e velenosa, non era sbronzo; quella esse trascinata era un difetto di dizione congenito. Seccò il bicchiere in un sorso e lo appoggiò al bancone. Jennifer avrebbe voluto tirargli un ceffone; era brutto, stronzo e maleducato. «Oh Jesus! Ho trovato un bravo ragazzo di chiesa. Un po’ maleducato, ma un bravo ragazzo a cui la mamma ha detto che non si va con le donnacce». Prese il suo rum e alzò il bicchiere verso di lui. «Alla tua salute boy scout!» L’uomo non disse nulla; mugugnò qualche parola tra i denti senza nemmeno voltarsi per brindare. «Non ti hanno insegnato le buone maniere al centro scout?» lo incalzò Jennifer. «Senti… Non ho nessuna voglia di fare conversazione. Vuoi un grazie? Beh, grazie per il drink. Ma se devi importunare qualcuno basta che ti volti dall’altra parte e tiri a sorte. Da quello che vedo con la coda dell’occhio c’è una riga di gente che metterebbe una firma e più di qualche dollaro sul bancone pur di stare con te». Quasi ringhiava, infastidito da quella presenza femminile e dalle battute non certo brillanti. La detective Heets si rese conto che non avrebbe ricavato alcunché da quel contesto quindi si congedò dall’uomo senza dirgli nulla e ritornò al posto dov’era seduta prima per continuare a osservare.

«Hey bella! Bevo io con te se vuoi compagnia!» Jennifer mostrò il dito medio al vecchio che cercava di abbordarla tenendolo alzato alzato per tutto il percorso come monito per gli altri. Riprese posizione nello stesso sgabello di prima e continuò a guardare l’uomo al bancone che si scolava un cognac dopo l’altro, sempre con la stessa ritualità, senza cambiare mai posizione. Le uniche cose che poteva cercare di interpretare venivano dai movimenti delle mani; continuava a far girare l’indice sul bordo del bicchiere, tamburellava con le dita sul bancone, scrocchiava le nocche, le giungeva come se pregasse. Era nervoso; qualcosa lo aveva messo in agitazione e sperava di essere stata lei la causa. Passò la mezzanotte; Jennifer era lì da più di due ore e non voleva più bere. Nel locale nel locale rimasero lei, l’uomo e il barista che li guardava, prima uno poi l’altra, come per avvisarli che voleva chiudere, ma tra lei e il tipo era iniziato un gioco di forza su chi si sarebbe alzato per primo. Non ne poteva più di stare lì dentro, senza prove certe tutta quella tenacia nei confronti di un sospetto poteva essere solo una perdita di tempo quindi decise di andarsene per prima; saldò il conto, fece un po’ la carina con il barista sperando di disturbare ancora di più l’uomo al bancone e uscì dal locale delusa di non aver ottenuto il risultato sperato. Il parcheggio esterno era deserto, illuminato giusto da un paio di lampioni sporchi che rilasciavano a malapena attorno a loro un pallido alone di luce. Per fortuna in cielo splendeva la luna piena che in quest’angolo di mondo, ancora non stuprato dall’inquinamento luminoso, sopperiva alla scarsità di illuminazione pubblica. Avrebbe potuto chiamare un taxi, ma aveva la necessità di scaricare la tensione e l’alcool, quindi optò per una bella passeggiata verso casa; non ci avrebbe messo molto a passo spedito.

“Finalmente quella donna se n’é andata” pensò Nathan Banks, ma quando uscii dal locale la vide a qualche metro di distanza. Era da sola la stronza che voleva deriderlo in pubblico e forse stava aspettando di raccattare qualche cliente. Quella notte non sarebbe stato lui quello adescato e che le avrebbe fatto guadagnare soldi. “Io non vado con le puttane” pensò mentre cercava di decidersi se passarle vicino o aspettare che qualcuno la caricasse in auto. Si ricordò che la donna aveva nominato sua madre; non doveva farlo, anche se su una cosa aveva ragione: la mamma gli aveva sempre detto di non andare con le puttane. Più precisamente sua madre gli aveva proibito di andare con le donne in generale. «Ti tratteranno male» diceva abbracciandolo forte. «Ci sono io che ti amo!» continuava baciandolo sulla bocca. Suo padre morì quando lui aveva dodici anni lasciandolo solo con sua madre. Lei voleva bene a suo figlio, tanto bene, così bene che spesso facevano la doccia assieme per risparmiare acqua calda.

Un giorno, Nathan, sentì qualcosa di diverso mentre sua madre lo insaponava e lei gli disse: «Stai diventando grande tesoro…» da quella volta è diventò sempre più affettuosa nei confronti del figlio. “La mamma mi lavava spesso solo con la lingua, come se fosse un gatto. Donne come quella là non ne sarebbero capaci” pensò mentre continuava a ricordasi di sua madre. A sedici anni iniziò a lavorare perché voleva la patente e conobbe una ragazza di nome Deborah, per lui era bella come sua madre, forse di più. Un giorno restarono soli al lavoro e Nathan iniziò a provare le stesse sensazioni che provava con sua madre; il respiro affannato, gli slip che diventavano improvvisamente più stretti, le mani che diventavano irrequiete per il desiderio. Si armò del coraggio che non aveva mai avuto per farsi avanti con Deborah e le chiese se volesse fare la doccia con lui, lei lo guardò prima sbigottita e poco dopo scoppiò a ridere. «Tu sei matto! No che non faccio la doccia con te!» disse voltandogli le spalle e andandosene via. “Allora perché mi sorrideva sempre? Perché diceva che mi voleva bene?” la sua inesperienza non gli permetteva di capire cosa stesse accadendo e nemmeno di accettare un rifiuto. La inseguì e la prese per i capelli, era un gioco che faceva spesso anche con sua madre e più Deborah si agitava, più stringeva, perché è così che gli era stato insegnato. Lei piangeva. «Mi fai male» urlava. «Lasciami stronzo!» continuava.

Qualcosa non nella testa di Nathan continuava a non essere chiaro; a sua madre quel gioco piaceva e dopo aver fatto un po’ di resistenza gli diceva cosa fare mentre Deborah non collaborava, lasciandolo incapace di fare altro oltre che continuare a tirarle i capelli mentre la stringeva a sé. Si chiedeva cosa ci fosse di diverso quella volta. Forse era perché si trovavano in un vicolo buio dietro al negozio e lei aveva solo paura. L’unica luce arrivava dalla luna piena che si stagliava in cielo tra lo stabile del negozio e un magazzino chiuso. Deborah cercò di graffiarlo e di morderlo; qualcosa scattò in lui facendogli uscire una rabbia mai espressa prima. Le strinse forte le spalle e la spinse contro il muro allo stesso modo di quando fece il provino per il football a scuola, solo che le imbottiture da allenamento non erano un muro e non avevano ferri sporgenti. Sentì una punta di metallo pizzicargli la maglietta e vide che usciva dalla schiena di Deborah mentre lei smetteva di muoversi e di urlare. La sensazione che provò fu più forte rispetto a quella della doccia con la mamma. Prese una delle mani di Deborah, la condusse verso la cerniera dei pantaloni e poi l’accompagnò. «Brava Deborah, ti aiuto io a fare come fa la mamma» disse sussurrandole nell’orecchio.

Jennifer Heets camminava per la strada sentendo solo il rumore dei suoi tacchi; un ritmo costante accompagnato da qualche cane che abbaiava nei giardini del quartiere che gli faceva compagnia al posto delle cuffie del lettore mp3. Era una poliziotta esperta ma non si fidava a isolarsi dal mondo durante una passeggiata notturna soprattutto quando qualcosa dentro di lei diceva che non poteva starsene tranquilla almeno fino a quando non sarebbe arrivata a casa. Ogni tanto si voltava, come se il suo istinto le facesse percepire qualcuno dietro di lei, ma puntualmente non vedeva nulla se non la strada vuota. I suoi pensieri tornarono all’uomo del bar; lo stavano pedinando da molti mesi, assomigliava all’identikit fornito da un barbone che aveva visto un uomo allontanarsi da una delle scene del crimine e questo lo collocava come il principale indiziato di una serie di omicidi compiuti durante le notti di luna piena. Da quell’identikit era iniziato un lavoro costante, fatto di pedinamenti, appostamenti giorno e notte con la speranza che l’uomo commettesse un passo falso, ma risultava condurre una vita all’apparenza normale e non forniva agli investigatori un valido motivo per ottenere un mandato di perquisizione ed entrare in casa sua.

I colleghi di Jennifer provarono a fermarlo più volte con delle deboli scuse come eccesso di velocità, controllo documenti, convocazioni fittizie in centrale per lamentele dei vicini, ma tutte le volte se ne ritornava tranquillo a casa senza nulla che potesse permettere di trattenerlo a lungo in centrale. “Come cazzo fa a essere così perfetto?” si chiedeva Jennifer ogni volta che gli comunicavano la notizia di un fermo fallito. L’ha guardato negli occhi mentre erano al bar ed era sicura di aver visto che dentro di lui qualcosa non funzionava a dovere. Avrebbe preferito reagisse lì sul momento, infastidito dal suo essere sfacciata, ma aveva sfoggiato un autocontrollo che non è da tutti; l’unica emozione era stata il dimostrarsi seccato senza alzare la voce o quant’altro. Con la luna piena di oggi però avrebbe dovuto colpire per continuare a seguire il suo schema abituale, ma se fosse stato solo un uomo timido al bar? Jennifer credeva nel suo intuito che aveva dimostrato più volte di sbagliarsi e non l’avrebbe delusa nemmeno stasera; era certa che Nathan Banks la stesse seguendo di nascosto. Provò a fermarsi per ascoltare i suoni ambientali attorno a lei e per un attimo qualsiasi rumore sembrò spegnersi per poi riprendere subito in un crescendo di sirene in lontananza accompagnate dai latrati dei cani.

“Finalmente si é fermata” pensò Nathan Banks “e ora potrei persino avvicinarmi a lei per trascinarla lì del cavalcavia dove nessuno ci riuscirebbe a vederci o sentirci…” Stava provando di nuovo la sensazione che aveva provato con Deborah la prima volta. Gli succedeva tutte le volte e questo non faceva che aumentare il piacere quando terminava il suo gioco. Attese ancora un po’ prima di agire, serviva un’occasione che la distraesse per non farsi scoprire subito. Gli occhi color nocciola si accesero. “Ecco!” si disse mentre la donna che lo aveva importunato stava armeggiando per trovare qualcosa nella borsetta. Lui sapeva che per quanto piccole fossero le borse era tipico delle donne perdere parecchi secondi per trovarci qualsiasi cosa all’interno. La raggiunse da dietro, aggirandola grazie al giardino di una delle case popolari e alla siepe che cresceva incontrollata, muovendosi senza fare rumore. Conosceva molto bene quella zona che era il suo principale terreno di caccia e sapeva come muovermi con agilità tra giardini e aperti e non.

Fu uno shock per lui quando si trasferì a qualche isolato da lì e ci passava ogni giorno della sua vita per andare al lavoro, ma senza suo padre i soldi erano diventati pochi e non potevano più permettersi la casa sulle colline. Per di più sua madre aveva finito tutti i soldi guadagnati ai tempi in cui faceva la modella; non che gliene fossero rimasti molti dopo anni di vita mondana, ma anche quei pochi se ne volarono via per mantenere il figlio a scuola. Guardò la donna ancora persa nella sua borsa; da lontano gli ricordava sua madre in una delle foto della rivista di quel che è sempre circondato da tante ragazze che gli girano per casa. Anche lei era stata una di loro e le avevano fatto parecchie fotografie. In quella in cui aveva ancora i vestiti era uguale alla donna che Nathan stava osservando da pochi di metri di distanza. Alzò gli occhi al cielo, cercando di controllare invano l’esigenza di saltarle subito addosso e far durare poco il suo gioco preferito. Le sbucò alle spalle, silenzioso e pronto a bloccarla; mise la mano in tasca e prese il temperino puntandoglielo alla schiena mentre con l’altra le tappò la bocca. «Cammina fino a sotto il cavalcavia» le disse spingendola e lei s’incammino senza opporre troppa resistenza e facendo cadere delle cose dalla borsetta aperta. I tacchi la rendevano più alta di lui di qualche centimetro, ma non era un problema; nessuna per Nathan Banks era mai stata un problema.

La detective Heets fu colta alla sprovvista dalla punta di una lama contro i reni che le stava sgualcendo il vestito e dalla mano dell’uomo che le tappava la bocca. Avrebbe potuto reagire all’aggressione lì sul momento come le avevano insegnato in accademia, ma quel gesto non le bastava; voleva sapere fino a dove si sarebbe potuto spingere quell’uomo e soprattutto come agiva, quindi lo assecondò. Era una questione di orgoglio toccare con mano quale fosse il suo gioco abituale, e provare sulla sua pelle come trattava, in parte, le sue vittime prima di abusarne. Quell’uomo non era uno stupido, era solo “malato” e la sua malattia era quello che le interessava per trovare delle sfumature in un profilo che altrimenti sarebbe stato uguale a tanti altri casi. Jennifer considerava ogni serial killer un individuo unico, nonostante le analogie dei modus operandi con altri “colleghi”. S’incamminò verso il cavalcavia simulando un accenno di resistenza per non insospettirlo, tanto per lui era solo una puttana che doveva fingere di essere alle prese con un cliente che non voleva pagare il conto e infilare comunque l’uccello.

Cercò di dire qualcosa ma la mano dell’uomo era ben salda contro la sua bocca, tanto da sentire il sapore del sudore, che aveva impregnato i guanti dell’uomo, penetrarle le labbra mescolandosi a quello del rossetto. Stava sbavando uno Chanel per uno come lui. “Che spreco” riuscì a pensare nonostante la situazione. Arrivarono sotto al cavalcavia, al riparo da qualsiasi macchina che sarebbe potuta passare e interrompere quello che stava accadendo. Jennifer si rese conto che presto sarebbe arrivata al punto di non ritorno; lei non gli interessava viva, ma morta ed era il caso di agire prima che fosse troppo tardi. Afferrò la mano che le tappava la bocca applicando una pressione tra l’indice e pollice dell’uomo affinché si staccasse e le permettesse di avere lo spazio di manovra per poter applicare una leva base. La lama contro la schiena le strappò il vestito a causa del movimento al quale aveva costretto Nathan, e mentre continuava ad applicare la leva vide che aveva con sé uno zaino.

Non se n’era accorta al bar, forse perché lo nascondeva sotto lo sgabello. Ne dedusse che fosse un tipo metodico, che portava sempre con se ciò che gli serviva per non lasciare impronte o indizi. «La tua carriera è finita figlio di puttana!» gridò Jennifer mentre teneva tirato il braccio di Nathan. Gli occhi dell’uomo si accesero; nominare sua madre lo scaldava, era successo così anche al bar; una scintilla che si era spenta subito allora, ma che ora ardeva prepotente. Nathan iniziò a contrastare i movimenti della detective, incurante che si sarebbe potuto spezzare un braccio e con una forza tale che fece dubitare Jennifer di ciò che faceva in quel momento.

«Ha insultato la mamma dandole della puttana! Mia madre non era una puttana; lei, quella stronza era una puttana e mi stava facendo anche male con le sue mani luride che chissà quanti cazzi avevano già toccato quella sera. Non doveva fermarmi adesso che ero quasi arrivato alla fine della mia opera d’arte». Nathan Banks non la smetteva di parlare durante l’interrogatorio. «Quando mamma si spense io rimasi completamente solo e il suo corpo perdeva la bellezza con il passare dei giorni; così decisi di cambiare. Non avrei più usato le donne come feci con Deborah, ma le avrei usate per far tornare mamma bella come un tempo. I predatori affinano le loro tecniche di caccia per avere più successo e io feci lo stesso; la chiamano evoluzione. Per qualche tempo mi fermai e iniziai a studiare come poter sistemare la mamma. Costruii una cella frigorifera dove lasciare il suo corpo e comprai dei libri di anatomia e di chirurgia facendo pratica, per i primi tempi, sugli animali. Quando mi sentii pronto ricominciai a giocare con delle nuove regole. Ogni volta stavo attento a non lasciare tracce; individuavo la vittima, la portavo in un posto appartato e le tagliavo subito la gola, poi indossavo la tuta bianca, sostituivo i guanti di pelle con quelli in lattice e iniziavo a operare. Sarei stato il nuovo Jack lo Squartatore; meticoloso e imprendibile come lui. Ce l’avete una sigaretta? Nei film la chiedono sempre». «Non si può fumare qui signor Banks. Vada avanti con la deposizione e poi le daremo una sigaretta» rispose uno dei poliziotti presenti.

Nathan sbuffo, ma ormai aveva iniziato a parlare e tanto valeva dire tutto e far capire quanto amasse sua madre. «Mentre quell’altra allentava la presa io riacquistavo la sicurezza che per un attimo mi era venuta a mancare. Le gridai contro e vidi che l’avevo spaventata e tutto il coraggio sfoggiato fino a poco fa… Puff! Le avrei fatto vedere io di cosa era capace il “boy scout”».

La detective Jennifer Heets si trovava di fronte al suo superiore, raccontandogli gli ultimi istanti prima della cattura. «…Ero terrorizzata; la reazione di quell’uomo mi aveva preso alla sprovvista come se fossi una novellina appena uscita dall’accademia. Il volto era così contratto dalla rabbia che si stava deformando facendo sparire buona parte dei tratti somatici della persona che avevo incontrato nel locale; era come assistere alla trasformazione da Jekyll in Hide… Mi accorsi che da sola non ce l’avrei mai fatta quindi azionai il segnale di SOS nell’orologio e per fortuna siete arrivati subito». «Deve aggiungere altro al suo rapporto detective?» chiese il Capitano. «No, è tutto. Il resto è stata procedura». «Bene. Trascriva quello che mi ha detto e me lo faccia avere per domattina via mail. Lo inoltrerò al procuratore distrettuale che ne avrà bisogno». «Sìssignore. Le hanno già detto cosa hanno trovato i colleghi a casa di Banks?» «Solo una cosa che valeva la pena. La cella frigorifera era stata arredata come una camera da letto e dentro ci conservava il corpo della madre al quale aveva cucito addosso i pezzi dei cadaveri delle sue vittime. Quando sono entrati tre della Swat hanno vomitato. Per il resto niente di anormale; la casa era pulita e in ordine; niente altari da setta strana, niente armi, niente cose che potessero condurre alla sua parafilia».

«Come vi ho detto quell’uomo non era uno stupido. Era solo disturbato a livello sessuale. Da quello che ho intuito aveva una grosso complesso di Edipo». «Bene. Può andare detective Heets. Si riposi stanotte. Domani le faremo ascoltare la confessione registrata». «Vorrei assistere all’interrogatorio se possibile…» «Va bene. Ma non dall’interno». «Banks potrebbe rifiutare di parlare vendendomi lo so… Grazie Capitano. A domani».

Nathan Banks stava arrivando alla fine del suo racconto quando Jennifer si posizionò dietro al vetro che dava sulla sala degli interrogatori. «Mi fermai quasi subito quando vidi la polizia arrivare con le armi spianate. Capii che i miei giochi erano finiti per sempre; non ero più l’inafferrabile. Mi avete catturato e messo dei simpatici bracciali. Sapete, avevo anche pensato di usarne di simili per le mie serate, ma alla fine a cosa serve legare una donna morta?». L’uomo era tranquillo come se stesse facendo una chiacchierata tra amici; tutta l’aggressività di qualche ora prima era sparita e la lucidità era di nuovo tornata nei suoi occhi. «Deve aggiungere altro alla sua confessione?» incalzò uno dei presenti. «No. Niente». «A casa sua abbiamo trovato una cella frigorifera che sembrava una camera mortuaria dove era conservato il corpo di sua madre». «Io lo chiamo mausoleo. La mamma merita tutto il rispetto e gli onori di questo mondo. Era una modella ed era bella… È bella. Mi riporterete a casa per salutarla vero?». «Per ora lei resta qui, poi vedremo cosa deciderà il giudice. Sicuro che non vuole un avvocato?» «Per farne cosa? Difendermi dal fatto che io e mia madre ci volevamo tanto bene?» «Lei ha ucciso delle donne». «Puttane!» Per un attimo Banks alzò la voce, ma si ricompose subito. «Io ho ucciso delle puttane di cui non so nemmeno il nome. L’unica che conoscevo era Deborah, ma ve l’ho già raccontata quella storia». «Ci interesserebbero anche le altre. Anzi se le mostro alcune foto di ragazze scomparse negli ultimi anni ci saprebbe dire se le riconosce o meno?» «Se proprio devo…» rispose sbuffando. Le riconobbe tutte e alle domande degli investigatori sui nomi delle vittime rispose solo e sempre «Mamma».

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