Francamente non so quanto senso abbia una recensione, indipendentemente dalla sua attualità. In qualsiasi forma di creazione la cui qualità lo permetta, ognuno vede quello che vuole, nel bene e nel male. Il che è universalmente applicabile. La creazione è innanzitutto traduzione, traduzione di un’idea dalla potenzialità all’atto. E le infinite diramazioni di un’idea vengono a volte perse, altre appena accennate, in una forma che non è riconoscibile neanche dallo stesso artefice.

Pertanto restano sempre dei vuoti che devono, o forse vogliono essere colmati.
E se da un lato un’analisi non può cogliere l’opera nella sua totalità, dall’altro, specialmente se lontana nel tempo dalla creazione originaria, permette forse di rendere manifeste alcune sfumature inafferrabili al momento della genesi.

La recensione

In definitiva, al di là di pregi e difetti eventuali e relativi, la recensione è sintetizzabile nella resa della percezione soggettiva di un’opera, spesso, se non sempre, velata da pretese di oggettività tautologicamente motivate dall’erudizione in materia da parte dell’autore. Il che, sia chiaro, non vuole essere una critica fine a sé stessa della recensione in quanto tale.

Una recensione, un’interpretazione, giacché non può essere definitiva ed immutabile, sottende necessariamente una critica a sé stessa, quale proprio fondamento; essa, in quanto riflessione, è inserita in un sistema di cause ed effetti che la trascendono e deve dunque essere replicata.

Una recensione, in sé, può essere piacevole come può non esserlo; eppure la sua giustificazione non è costituita dal suo proprio contenuto, quanto dal processo in cui è inserita e che a sua volta crea. Nel parlare è inevitabile filtrare e tradurre qualsiasi cosa nella propria soggettività, in maggior misura quando si anela all’oggettività, ed una recensione non è da meno; proprio per questo può suscitare dissensi, critiche, ammirazione; essere ignorata, fornire spunti per la creazione di recensioni ulteriori e così via.

Questo processo in definitiva riconduce, in maniera più o meno esplicita e deliberata, alla sua propria origine, ovverosia all’opera recensita, e la inserisce nel processo storico. O meglio, cala in un più ampio sistema di cause ed effetti qualcosa che esaurisce e replica ad infinitum al suo stesso interno, le proprie cause ed in propri effetti, che ne sono condizione sufficiente e necessaria. Un’opera, creazione in sé perfettamente completa, pur nella frammentarietà e nell’incompiutezza, per essere storicizzata necessita di essere accompagnata dalle sue interpretazioni, infinite e contraddittorie.

L’interpretazione non ha il compito di analizzare e rendere comprensibile l’arte, poiché se lo fosse (comprensibile) non lo sarebbe (arte); e forse in realtà non ha nessun fine né alcuna necessità. Esiste come appendice di una creazione talmente aleatoria da essere per questo inesauribile e rimodellabile in qualsiasi forma; come critica di sé stessa, che, incapace d’essere assoluta ed univoca, ricorda a chi si accosta all’opera che questa, per essere preservata, non dovrà mai essere sottoposta alla pretesa d’essere completamente compresa.

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Valerio
Prova un certo imbarazzo a parlare di sè in terza persona, così come a fare molte altre cose, ma ,in un modo o nell’altro, finisce sempre per farle. Ciò che non lo imbarazza affatto invece è trovare sottotesti inesistenti in opere dal discutibile, se non assente, valore. Animato da un inestinguibile e viscerale passione per le cause perse è un lettore compulsivo , un ossessivo creatore, fruitore ed esecutore di musica ed un amante disinteressato del cinema e fondamentalmente di quanto di più astratto, metafisico e lontano da una possibile applicazione al reale l’uomo abbia creato.Nel tempo libero studia alla sslmit di Trieste.

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