Il primo ricordo con un disco in vinile risale a quando avevo circa sei anni e mi misi a scarabocchiare con un pennarello blu la (bellissima) copertina di The Wall dei Pink Floyd. Mio padre, il legittimo proprietario del disco, reagì con numerose imprecazioni a svariati Santi ma, in definitiva, la passai liscia. Ero un bambino di sei anni. Non potevo certamente sapere di aver rovinato la copertina di uno dei dischi-icona della musica rock. Tanto meno potevo essere colpevolizzato per una marachella del genere. Il bello di essere bambini, in fin dei conti, è che non si hanno responsabilità. Se non nei confronti della propria memoria. Ecco perché, a quasi trent’anni di distanza, ricordo ancora questo aneddoto.

Mio padre ha sempre collezionato dischi in vinile. Più che una passione, per lui, era una necessità. Quando era giovane il vinile era il formato più diffuso ed economico, così che raccoglierne una buona quantità era stato quanto di più naturale possibile. La collezione era decisamente legata ai gusti dell’epoca: molto cantautorato italiano, molto rock americano, alcune raccolte di musica classica (che, sinceramente, dubito abbia mai ascoltato), perle di prog-rock italiano e via dicendo. Un buon punto di partenza per qualsiasi appassionato di vinili. In questo caso devo riconoscere di essere stato indubbiamente fortunato.

Come ogni persona fortunata, però, non mi rendevo conto di ciò che avevo per le mani. Così, durante la “deriva” adolescenziale verso il rap, i vinili di mio padre mi interessavano soltanto per la possibilità di imparare a scratchare, piuttosto che per la musica che contenevano. Ai tempi ero rimasto folgorato dall’invito di Esa degli Otierre in “Chiedo permesso”. Quel «provi a far lo scratch coi tuoi dischi» mi sembrava qualcosa di ineludibile, così ce la misi tutta per metterlo in pratica. A differenza di quando scarabocchiai il vinile dei Pink Floyd, questa volta ebbi la decenza di scegliere un vecchio disco che, a memoria, non avevo mai sentito suonare in casa. Consapevole che se lo avessi rovinato il danno non sarebbe stato poi così ingente. Inutile dire che le cose andarono in maniera del tutto diversa rispetto alla mia immaginazione. Là dove già mi figuravo futuro membro dell’Alien Army (per altro, per chi non li conoscesse, gli Alien Army sono dei mostri che fanno cosine del genere: https://www.youtube.com/watch?v=CVRA8N0s11o), dovetti in realtà scontrarmi con la dura realtà: non avevo un giradischi adatto, non avevo una puntina adatta, non avevo alcuna alba di tecniche e, in sostanza, non ero altro che un adolescente infottato. Con un sacco di sogni e fantasie irrealizzabili. La mia brevissima esperienza come aspirante dj si concluse con la scheggiatura di un vinile inutile (ammesso che esistano vinili inutili), la rottura di una puntina del vecchio Pioneer di mio padre e il salvataggio della cinghia per il rotto della cuffia. Bene, ma non benissimo.

Gli anni passavano, e la passione del vinile restava latente in me come un amore adolescenziale. Sapevo che, prima o poi, ci saremmo ritrovati, quindi non forzavo troppo la mano. Di tanto in tanto compravo qualche vinile rap. A volte robe scrausissime, altre piccoli classici di Ice Cube e Warren G. In tempi commercialmente non sospetti comprai anche il primo singolo di Eminem, registrato per la Rawkus (l’etichetta discografica  dei Company Flow): una piccola gemma che ho regalato a un caro amico. Tra i miei dischi aveva fatto il suo tempo. Se mai quel vinile diventerà da collezione, spero che quel caro amico si ricordi di me. In ogni caso il mio primo giradischi fu un vecchio Laica degli anni ’80. Un giradischi tanto affidabile sotto l’aspetto della funzionalità, quanto inefficiente sotto l’aspetto prettamente sonoro. Le casse erano dei cubi di plastica neri che emettevano un sacco di riverbero e non tenevano i bassi, mentre la puntina era uno stiletto che andava risistemato a stretto giro di posta ogni volta che la polvere vi si accumulava. Ho usato quel vecchio giradischi per quasi cinque anni. Un po’ per pigrizia, un po’ perché era un caro ricordo. Poi, senza voltarmi indietro, sono passato a un altro modello degli anni ’80. Questa volta, però, un Technics. Ho preso una bella coppia di casse e un amplificatore che potesse essere chiamato tale, e mi sono accaparrato i vinili di mio padre, nel frattempo concentratosi più sulla televisione e sulla Settimana Enigmistica.

Da lì ho iniziato a comprare online, frequentare mercatini, scambiare dischi, contattare venditori privati e, con il passare del tempo, mi sono creato una mia piccola e personale collezione della quale, più che andare fiero, sono molto soddisfatto perché, pur riflettendo i miei gusti musicali, spazia in maniera alquanto trasversale tra i generi. Mantenendo, come punto di partenza, due assiomi cardine: solo buona musica e solo musica che suona bene in vinile.

Perché sì, perché va detta una cosa quando ci si avvicina al disco in vinile: non tutti gli album suonano bene in questo formato. Non tutti i generi si prestano. Non tutte le produzioni sono ugualmente curate. Ora che il vinile è ritornato di moda e le ristampe si susseguono, è più facile capire quali album hanno retto bene l’impatto e quali, altresì, erano stati pensati per un formato completamente diverso. Un formato la cui conversione in vinile non sempre ha giovato.

Ho pensato, così, di proporre una sorta di suggerimento per chiunque voglia approcciarsi alla collezione in vinile, suggerendo dieci titoli musicali (tutti molto diversi tra loro) capaci di rappresentare un buon punto di partenza per una discreta raccolta di vinili. I titoli che propongo, pur spaziando ampiamente tra generi, sono ovviamente frutto di un gusto personale e riflettono ascolti fatti concretamente, così da poter testimoniare in prima persona la loro ottima riuscita in vinile. La bellezza dell’ascolto. Il calore e la rotondità del suono. Chiunque, nei commenti, potrà proporre una propria lista, che utilizzerò come suggerimento per ampliare la mia collezione. A ogni disco corrisponderà una canzone simbolo. Ovvero la canzone che ritengo essere tra le più significative dell’album. In coda, dopo i dieci titoli, mi permetterò di aggiungere due chimere: due album molto rari che, per cause principalmente economiche, sogno di possedere da una vita.

  • The Cure, Seventeen Seconds (1980): per quanto già Three Imaginary Boys, con i suoi bassi marcati e la batteria semplice e ossessiva suonasse davvero bene, è Seventeen Seconds la perla con cui i Cure diedero inizio ai fasti del loro periodo dark. Atmosfere cupe, nichilismo, disperazione esistenziale, Robert Smith si trovava in quel punto della vita in cui si iniziano a comprendere le enormi potenzialità pur possedendo intatta la sfrontatezza giovanile. Poche storie, in ambito artistico questo è il periodo migliore. E Seventeen Seconds è un disco che ogni amante dei Cure adora, a discapito di altri lavori certamente altrettanto importanti, ma meno intimi e sfrontati. Inutile dire che, ascoltato oggi, in vinile suona che è una meraviglia.

https://www.youtube.com/watch?v=h2HhnQxI8VI
[Premesso che ci vuole del genio per intitolare una canzone con una singola lettera, questo pezzo è uno degli apici della carriera dei Cure. Composto più di trent’anni fa. Immortale.]

  • Franco Battiato, La voce del padrone (1981): a mio avviso il mondo si divide in due categorie: quelli che,  sentimentalmente depressi, ascoltano Battisti (per cadere maggiormente nello sconforto) e quelli che, invece, ascoltano Battiato (per apprezzare l’aleatorietà dei sentimenti). Personalmente, credo di rientrare nella prima categoria ma, a livello musicale, la resa in vinile di Battiato non ha paragoni. Per quanto la lotta con L’era del cinghiale bianco sia ardua, è La voce del padrone l’album che maggiormente merita di entrare in questo nostro umile elenco. Voce inconfondibile, canzoni entrate nella storia della musica (italiana?), suoni avvolgenti, testi criptici ma capaci di far sentire anche l’ultimo degli analfabeti un filosofo. Comunicare con immagini a diverse generazioni ed estrazioni sociali non è affatto cosa da poco. Noi, abituati a Calcutta e Tommaso Paradiso, ce ne dimentichiamo troppo spesso.

https://www.youtube.com/watch?v=m1zysLlDdM0

[Solo un siciliano apolide come Battiato poteva fare una canzone con un ritornello in inglese, senza sembrare snob. Su un argomento “perfettamente” italiano: la contemplazione della nostalgia dell’estate, con tutto ciò che si porta dietro, vista da una spiaggia solitaria.]

  • Nirvana, In Utero (1993): per quanto per i fan dei Nirvana esistano solo Bleach (per i puristi) e Nevermind (per i romantici), In Utero su vinile suona da dio. Davvero, e sono pronto a sfidare chiunque per provarlo. Dopo il mezzo flop musicale di Incesticide, Kurt, Krist e Dave decidono di tornare alle origini. Fuck Nevermind, bisogna essere ancor più duri, sporchi e cattivi. Nasce In Utero, che non troppi fan della seconda ora capiranno. Cobain è forse al suo apice canoro e di song-writer, la necessità di piacere a tutti è passata in secondo piano. Può serenamente (?) inneggiare all’essere stuprato, tanto la vita, per quel che gli importa, ha sempre meno importanza. Grohl e Novoselic, dal canto loro, spiegano alla scena perché le band di tre membri sono la misura perfetta come la sezione aurea. Quanto meno nel grunge. Il resto è un ascolto che non stanca mai. Anche quando è domenica mattina, fuori c’è il sole, e tu aspetti i tuoi genitori. E che si fottano tutti.

https://www.youtube.com/watch?v=0LFVQpDKHk4

[Sarò anche superficiale, ma la maggior parte delle canzoni di Cobain me le immagino ispirate da un mix tra il successo rifiutato e le difficoltà nel mondo dello showbiz e i litici continui con Courtney Love. Tutte scuse.]

  • Miles Davis, Kind of Blue (1959): ogni collezione di vinili che si rispetti deve avere una sezione dedicata al jazz. Una sezione corposa, perché il jazz, forse più del blues, si presta a rendere alla perfezione nel formato in vinile. Ce ne sarebbero molti, di album jazz, da segnalare, ma Kind of Blue di Miles Davis è qualcosa di pressoché perfetto. Formazione di all-star all’apice della carriera (vedasi il discorso su Robert Smith), spregiudicatezza, abilità compositiva, fantasia nell’esecuzione, pulizia nel suono. Kind of Blue, come ebbe a dire il batterista Jimmy Cobb, suona «come se fosse stato composto in paradiso». Poco altro da aggiungere. Leggenda.

https://www.youtube.com/watch?v=ylXk1LBvIqU

[Sinceramente, volete davvero che mi metta a commentare “So What” di Miles Davis?]

  • Fabrizio De André & PFM, In concerto, volumi 1 e 2 (1979-80): se adesso le commistioni tra generi musicali vanno un sacco di moda (basti pensare a tutta la cloaca di collaborazioni tra rapper pop e teen-idol pop, in nome della musica pop), così non era per gli anni ’70. O meglio, così non era per tutti i generi musicali. Quando il cantautore Fabrizio De André, quindi, annunciò la volontà di andare in tour con la Premiata Forneria Marconi, gruppo storico del prog-rock italiano, in molti nutrirono seri dubbi. Molti pensarono che le interpretazioni intime e pulite di De André mal si sarebbero conciliate con i suoni “in crescendo” della PFM, nonché con gli arrangiamenti “barocchi” e rockeggianti del gruppo. Ai posteri l’ardua sentenza, e i posteri dicono che raramente si è visto in Italia (Europa?) un tour coinvolgente come quello di Fabrizio con la PFM. Pietra miliare.

https://www.youtube.com/watch?v=JjO9cYUnkFc

[L’incipit de “La canzone di Marinella” ben spiega l’apporto della PFM alla musica e ai testi delle canzoni di De André]

  • The Beatles, Red Album/Blue Album (1973): se già dirimere la diatriba Rolling Stones vs Beatles non è cosa da poco (se ce ne fosse bisogno, io sto dalla parte dei quattro di Liverpool, a mio avviso molto più talentuosi e innovativi), trovare un album che “rappresenti” al meglio questi ultimi è impresa ancor più ardua. Ogni fan dei Beatles, infatti, ha un suo “periodo”. Chi patteggia per Help! e i primi successi, chi adora il periodo psichedelico, chi non può vivere senza Revolver, chi si commuove con il crepuscolare Let it be, e chi pensa che la musica, dopo il White Album, suoni tutta un po’ meno interessante. Dal canto mio, segnalo questa raccolta (4 LP) che riunisce tutti i migliori brani dei Beatles. Così, per non fare torto a nessuno. Perché, davvero, scegliere solo un album degli “scarafaggi” è impresa al limite dell’impossibile. E, per altro, la raccolta è davvero azzeccata e curata, ben lontana da miti postumi e strizzatine d’occhio commerciali.

https://www.youtube.com/watch?v=usNsCeOV4GM

[Personalmente non adoro Sgt. Pepper’s, ma “A day in the life” resta una delle mie canzone preferite, e sia il basso che la batteria di Ringo suonano da dio sul mio vecchio Technics]

  • Nas, Illmatic (1994): non si tratta soltanto della mia “formazione” adolescenziale, ma in una collezione di vinili non può mancare qualche album rap. Fosse soltanto perché il rap, come genere musicale, ha dato (involontariamente) il via alla modernizzazione del supporto in vinile, tanto con lo scratch quanto con l’utilizzo di campionatori capaci di “estrarre” sample da vecchi dischi. Ciò fa sì che soprattutto le vecchie produzioni suonassero sporche e perfette per essere rese su vinile. Estremamente calde, ritmate e coinvolgenti. Si potrebbero citare un sacco di dicchi rap che suonano incredibilmente bene in vinile (in una prima stesura avevo pensato anche a The miseducation of Lauryn Hill che, comunque, consiglio vivamente), però è forse Illmatic di Nas quello a cui sono più legato. Inutile dilungarsi sulla storia compositiva e commerciale del disco, quel che conta sapere è che quasi tutti i rapper di scuola newyorkese (e non solo) hanno dovuto fare, prima o poi, i conti con questo capolavoro.

https://www.youtube.com/watch?v=UKjj4hk0pV4

[DJ Premier alle produzioni, due vecchi campioni jazz, Nasir Jones al mic, il resto è storia.]

  • Bob Marley, Survival (1979): pur non essendo un grande amante del reggae possiedo alcuni vinili di vecchi album di Bob Marley. Li ascolto poco, solo in certi momenti, e suonano ancora che è una meraviglia. Survival, nella fattispecie, è un album storico per il cantante giamaicano. Primo album di quella che sarebbe dovuta diventare una trilogia, penultimo album in studio pubblicato in vita, Survival è un disco politico, in cui la maturità di Bob Marley artista e icona generazionale e culturale raggiunge l’apice. Distaccato parzialmente dal reggae roots, Survival è un disco con forti influenze rock, sperimentale ma ancorato alla tradizione. Un album di rivolta, ma solare. Si tratta di un disco speranzoso, capace però di incitare tanto alla disubbidienza civile quanto all’unità. Copertina stupenda, tour storico. Preludio alla fine (fisica) del mito di Bob Marley. Da custodire gelosamente.

https://www.youtube.com/watch?v=o882ycTCVLc

[“They dont’ want to see us live together, all they want us to do is keep on killing one another”. Anno di grazia 1979, non c’è molto altro da aggiungere…]

  • The Clash, London Calling (1979): stesso anno di Survival, stesse influenze reggae, diverse soluzioni. Diverse derive. Lo confesso, i Clash se la sono giocata fino all’ultimo con gli Smiths (che adoro), ma c’è poco da dire: metti i due LP di London Calling sul giradischi e non puoi fare a meno di metterti a saltare e cantare e ballare, catturato dall’adrenalina. Perché London Calling è, nella sua imperfezione punk-rock, il disco perfetto. Commistione di generi, canzoni punk brevissime che si alternano a ballate più rockeggianti, una copertina indimenticabile, Joe Strummer in stato di grazia. Impossibile resistere. E invecchia maledettamente bene tanto che, messo nel corso di un qualsiasi dj set, ci si troverebbe a ballare tutti quanti, mezzi sbronzi e birra in mano. Astenersi snob e puristi.

https://www.youtube.com/watch?v=wqcizZebcaU

[Mettete sulla piastra “The guns of Brixton” e aspettate l’inizio col giro di basso di Paul Simonon. Alzate il volume al massimo. Buone cose.]

  • Pink Floyd, The Dark Side of the Moon (1973): 50 milioni di copie vendute, 1100 settimane in classifica nel catalogo US top, se London Calling era un disco unico nella sua imperfezione, The Dark Side of the Moon è semplicemente il disco perfetto. Punto e basta. Storcano pure il naso i fan dei Pink Floyd che, come i fan dei Beatles, patteggiano ciascuno per un proprio, personale, periodo (dal mio canto, io stravedo per Meddle), resta però che The Dark Side of the Moon è stato un album capace di sconvolgere il mondo della musica rock, coagulando attorno a sé tutto un’insieme di fruitori sia colti che pop, senza però cedere minimamente il passo alla commercializzazione o alla banalizzazione del suono. Su quest’album sono state dette e scritte pagine di storia del giornalismo musicale, quindi è inutile divulgarsi oltre. Copertina iconica, scelta delle canzoni ineccepibile, sperimentazione, follia psichedelica. L’album per eccellenza.

https://www.youtube.com/watch?v=khIjh-zIm_c

[“The Great Gig in the Sky” è forse la canzone più bella da mettere in sottofondo mentre si sta facendo l’amore. Peccato parli di morte. D’altronde Eros e Tanathos. O meglio, Eros è Tanathos]

DUE PICCOLE CHIMERE:

  • Chet Baker, Memories – In Tokyo (1988): nel 1987 Chet Baker, rovinato dall’eroina e da una vita sregolata, è in Giappone a raccogliere gli ultimi (lucrosi) ingaggi di una carriera (parzialmente) sprecata. Ci sarebbe tutta un’aneddotica sui concerti degli ultimi vent’anni di carriera di Chet Baker. Il fatto è che, per mille motivi, gli ultimi concerti di Chet Baker erano una scommessa. Potevano andare in maniera eccezionale (raramente), così come essere dei fiaschi clamorosi (molto più spesso), fatti soltanto per raccattare i soldi per tirare avanti. Ecco, non vi sarà una sola motivazione plausibile, ma i concerti del 1987 in Giappone furono il canto del cigno di Chet Baker. Unanimemente riconosciuti dalla critica, sempre più avara di complimenti nei confronti degli ultimi anni musicali del vecchio Chet. In ogni caso, a Tokyo, Chet Baker dà il meglio di sé, interpretando la meravigliosa “Almost Blue” di Elvis Costello, e facendone una versione superiore a quella originale.  Memories, disco del 1988 (Chet Baker morirà ad Amsterdam nel maggio di quello stesso anno…), contiene la sola registrazione non-bootleg del brano. Un pezzo storico che, purtroppo, manca alla mia collezione di vinili del vecchio Chet.

https://www.youtube.com/watch?v=Kjf6gb8hjW8

[Commovente. Che altro aggiungere?]

  • The Smashing Pumpkins, Mellon Collie and the Infinite Sadness (1995): se per Memories la questione riguardava la difficoltà di reperire una buona copia, per il disco-capolavoro degli Smashing, la difficoltà è soltanto di vile denaro. “Mellon Collie and the Infinite Sadness”, infatti, è un disco ricercatissimo (a ragione), che costa un occhio della testa.  LP, stampa stupenda, packaging accattivante, resa su disco unica. Poco altro da dire, un disco che desidero ardentemente e che avrò soltanto quando deciderò di togliermi uno sfizio davvero grande. Ma non è forse l’attesa del piacere, piacere essa stessa? In questo caso no, ma che importa. Per un disco che parla d’infinita tristezza, anche l’attesa può tingersi di malinconia.

https://www.youtube.com/watch?v=0tlfKhiArCM

[Tra tanti singoli, un piccolo e intimo capolavoro]

EPILOGO:

Come già detto, tanti, troppo dischi sono rimasti fuori da questo piccolo elenco, che nasceva soltanto dalla voglia di dare qualche umile suggerimento. Dieci dischi sono forse pochi, ma sono un buon inizio per dare il la a una valida e soddisfacente collezione. E poi, soprattutto, sono in grado di accompagnarci in tutte le sfumature del nostro umore, delle nostre giornate, delle nostre vite.

Perché, in fin dei conti, una vita senza musica è una vita “limitata”. Allora, in questa modernità che ci vuole fruitori e consumatori di prodotti usa e getta, riscoprire il gusto dell’attesa, del contatto materico, dell’ascolto diffuso e caloroso, diventa un atto di pacifica resistenza e opposizione. Qualcosa che va oltre il revival vintage o il finto retrò patinato per cui ci viene spacciato. Perché, di fronte al frinire della puntina che scivola sul vinile, incanalandosi sul solco e dando suono alla musica, tutto passa in secondo piano.

Soprattutto le definizioni.

Soprattutto gli schemi.

Soprattutto la banalità che ci vorrebbe tutti quanti inchiodati di fronte a schermi lampeggianti.

Incapaci di godere dell’imperfetta perfezione di un suono che ci riporta indietro di decenni anche solo al primo ascolto.

Perché possiamo mentirci quanto vogliamo, ma questa nostalgia l’adoriamo. Ed è essa stessa ad alimentare la freschezza con cui ci rapportiamo alla rutilante modernità del quotidiano.

Perché, per tutto quel che possiamo dirci, siamo e resteremo soltanto la periferia di qualche impero del cazzo.

Fotti il sistema, quindi.

Ma fallo ascoltando buona musica.

Possibilmente in vinile.

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Andrej Bakunin
Anarchico individualista da Pordenone

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