Quelli della mia generazione, cresciuti con Holly e Benji e Mila e Shiro.
Quelli della mia generazione, che usavano i floppy disk.
Quelli della mia generazione con i Nokia 3310.
Quelli della mia generazione, che per mandare sms aspettavano la Summer Card e intanto ScrivevanoCosìTuttoAttaccato per far stare più parole possibili, in soli 140 caratteri.
Poi la rivoluzione: i cellulari a conchiglia e gli MMS.
Poi ancora Beverly Hills, Dawson’s Creek, X Files e a chiederci chi ha ucciso Laura Palmer.
Quelli della mia generazione e l’Erasmus, i viaggi attorno al mondo.
Che adesso ognuno di noi ha almeno un amico che vive in un’altra città, in un altro stato, in un’atra nazione, in un altro continente.
Che io dico da sempre a mio fratello, vai, studia, viaggia più che puoi.
E lui che non è mai stato molto convinto di questa cosa, ma adesso che ha 22 anni, ha deciso in un anno di pandemia mondiale, che voleva andare in Australia a studiare o lavorare o entrambe le cose. E ovviamente ha rimandato tutto a tempi migliori.

Quelli della mia generazione che andavano al Vinci Street in centro a Udine, e anche se non c’andavano, sapevano cos’era quel negozio strano che vendeva abiti firmati Essenza.
Anche se il grande classico era darsi appuntamento davanti al Metropolis in via Mercatovecchio (quello di allora, negozio di abbigliamento), o lì vicino, in Loggia del Lionello.

Quelli che giravano per strada gridando “Valeriooo!”.
Il Coccodrillo, prima in via Portanuova, poi in via Manin.
Che in via Portanuova mi ricordo solo che si scendeva in una sorta di scantinato con i muri bianchi, pieni di scritte a pennarello di tutti gli studenti che passavano di lì a mangiarsi un panino.
Andare a giocare a freccette dallo Zio Frank al Carosello davanti al Copernico.

Le VHS e le musicassette.
Il Cioè, il Magazine, i poster in formato gigante in 2 uscite.
I bomber, le Timberland, i giubbotti Energy.
I dolcevita e la camicia di flanella, a quadri, aperta.
I fuseaux.
Le Superga che costavano poche lire.
(Le lire!)

Poi l’Università, i mercoledì dei Piombi, i mercoledì in Osteria n. 8, i mercoledì Milaureo al Bire, i mercoledì Milaureo al Bardot.
Il Jungle.
Il Password.
Il City Hall, poi diventato Domani (o forse era il contrario?).
Andare dalla Rosy al Pane e Vino.

Il NoFun, e quel locale in via Cotonificio dove andavo spesso nei primi 2000, ma non mi ricordo assolutamente il nome.
La gente fuori dal Quinto recinto, accalcata in strada, e dagli appartamenti sopra ad una certa ora partivano secchiate d’acqua.
(Scusate… il Mixer)

Le aule studio, le pause caffè alla macchinetta, il megafono della Polse.

Ma a 20 anni, come si fa a perdere tutto questo?
Il lockdown, la didattica a distanza…
Ma anche a 16 anni, non riesco ad immedesimarmi, ad immaginare.
Non voglio fare discussioni politicanti e politichesi sulla situazione attuale in Italia (e un po’ nel resto in tutto il mondo, dopotutto) ma in questi mesi spesso mi sono ritrovata a pensare a quante cose le generazioni che sono arrivate dopo di me si stanno perdendo, e allo stesso tempo, mi chiedo quante forme nuove e diverse di socializzazione possono (o potrebbero) esserci e magari io ormai sono troppo over per conoscerle.
Ci sono?

Un “salvavita” però l’ho scoperto, più per caso che per sentimento.
Sì, ho scoperto che durante gli anni delle superiori, che non tutti abbiamo vissuto proprio benissimo (io un po’ di turbe adolescenziali le avevo), c’è una cosa chiamata Palio Studentesco che unisce da 50 anni tantissimi ragazzi, e negli ultimi tempi si viaggia sugli ***ento ragazzi a edizione, mica poco.
Ho scoperto che questi gruppi nascono, si conoscono tra loro, crescono, e nel tempo rimane un senso di appartenenza così forte che tutt’ora, anche persone che hanno partecipato alla primissima edizione del 1972, mi inviano mail ricche di ricordi, di amore, di passione non solo per il teatro ma per la bellezza di quel periodo vissuto insieme e per l’affiatamento che si era creato.
Ed è bellissimo leggere quanta ricchezza ha lasciato loro, spesso mi commuovo, lo ammetto.

Ma!
Ovviamente il 2020 è stato un po’ diverso, se si dice PALIO-TEATRALE-STUDENTESCO, ovviamente si parla di “scuola” e si parla di “teatro”.
Ma!
Volete sapere la cosa più bella? Che nonostante le difficoltà, nonostante la pandemia, nonostante tutto, il Palio mica si è fermato. I ragazzi hanno sentito più che mai il bisogno di esprimersi, di confrontarsi, di passare del tempo a creare, a costruire.
E questa è stata un po’ una piccola salvezza.

“Il Virtual Palio è stata un’esperienza positiva in mezzo a tante negative, in questo periodo” – Eleonora, IT Zanon
“Il Palio Virtuale di quest’anno è stata una bellissima idea secondo me. Mi sono sentita vicino al gruppo di teatro anche rimanendo chiusa in casa e sempre da lì ho potuto vedere gli spettacoli di tutti gli altri gruppi” – Anna, Liceo Marinelli
Virtual, ovvero non su un palco, ovvero senza il pubblico in sala, ovvero dei brevi video che trovate su www.teatroclubudine.it.

So per esperienza personale, che chi non sa di cosa parlo forse rimarrà stranito da queste parole, eppure ve l’assicuro, ve lo dicono anche loro, il Virtual Palio ci ha in qualche modo salvato dal lockdown ed è riuscito a creare un raggio di speranza.

Forse, ora che siamo alle prese con la tanto temuta seconda ondata, potrebbe essere un modo per trovare un pensiero allegro, rivedere quei video.
Voglio suggerivi di leggere copia del libretto uscito pochi giorni fa, gratuito, e che potete trovare sia al Palamostre che in Libreria Friuli: sono le testimonianze, i ricordi, i pensieri di chi ha lavorato per rendere possibile tutto questo, e se siete curiosi, ogni pagina ha il QRCode da scansionare e potrete vedere i video dei ragazzi.

Regalatevi qualche minuto di bellezza,
la bellezza ci salverà.

Scarica il pdf qui LIBRETTO VIRTUAL PALIO

1 commento

  1. Sono cresciuto davanti al Vinci Street…
    Ci si vede davanti al Metropolis… Con il megafono della polse e qualche secchiata al Quinto Recinto l’ho presa.
    Complimenti bell’articolo!!! Sono tornato indietro di qualche anno!!!!

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