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Tra i (tanti) difetti che mi contraddistinguono vi è quello di ridurmi sempre all’ultimo, salvo rare eccezioni, a visitare le mostre. C’è poco da fare: è più forte di me. Intendiamoci, non che questo sia collegato a un ipotetico disinteresse nei confronti di ciò che andrò a vedere. Anzi, più sono interessato alla mostra in questione e più sono le probabilità che io mi riduca a visitarla nel corso dell’ultima settimana. Se non, propriamente, il fatidico ultimo giorno.

Da una breve (quanto inutile, almeno a livello statistico) indagine, però, ho scoperto di non essere il solo. Sembra, infatti, che questa caratteristica comprenda un numero sempre crescente di persone. Con il risultato che, come capita con le famose partenze “intelligenti” per le vacanze, l’ultima settimana di programmazione di una mostra sia sempre la più affollata. Aspetto che comporta file interminabili, assiepamenti di fronte alle opere, spintonamenti vari, olezzi improponibili e tutto un insieme di altre simpatiche evenienze arci-note a tutti i “ritardatari” delle mostre. Uno spaccato chiaroscurale della nostra società, degno di un articolo di Arbasino.

Tra quelli che, invece, ritengo (a torto o ragione) essere dei miei aspetti positivi ve n’è uno a cui sono particolarmente legato: andare a visitare almeno una volta all’anno la tomba di Pier Paolo Pasolini a Casarsa. Anche in questo caso, come per l’endemico ritardo nel visitare le mostre, non c’è nulla di programmatico o forzato. Per me non si tratta di andare in un luogo di “culto” a tributare onori posticci. O di un feticismo da collezionista di cimeli pasoliniani. Oppure di recrudescenza intellettualoide, o chissà quale altra fissazione che può spingere un trentenne a visitare la tomba di un grande scrittore.

No, niente di tutto questo. Ho iniziato a farlo alcuni anni fa, senza essermi posto alcun tipo di aspettativa: era un gesto dettato principalmente dalla curiosità. Sono sempre vissuto a poco più di 20 chilometri dalla tomba di Pasolini e, nonostante ciò, pur avendo letto molte sue opere, visto molti suoi film e, per motivi universitari, essendomelo trovato “di fronte” un sacco di volte, non mi ero mai spinto a visitare la sua tomba.

Di quel primo viaggio, fatto su di una vecchia Vespa PX del 1982, mezzo che mi ha sempre accompagnato nei miei successivi “pellegrinaggi” pasoliniani, ricordo principalmente tre cose: il gran caldo (acuito per altro da un improprio abbigliamento primaverile quando si era già in estate inoltrata), la difficoltà nel trovare il cimitero (poco segnalato, certo, ma trattandosi di Casarsa e non di una metropoli, devo dire che la colpa era del mio pessimo senso dell’orientamento) e la grande sensazione di pace che comunicava il luogo. Una volta oltrepassato il piccolo vialetto di cipressi e parcheggiata la Vespa, ecco aprirsi i cancelli del piccolo cimitero. Nell’immediata destra, un monumento funebre ricorda alcuni casarsesi deceduti nel corso del secondo conflitto mondiale. Tra i quali, appunto, il fratello minore di Pier Paolo, Guidalberto (detto Guido) Pasolini, morto a soli 19 anni in seguito all’eccidio di Porzûs. Nell’immediata sinistra, invece, le due tombe di Pier Paolo Pasolini e della madre Susanna Colussi.

Due semplici lapidi quadrate, con su impressi i nomi e gli anni di nascita e di morte. Un’ultima dimora incredibilmente simile a quella del poeta dadaista Tristan Tzara, al cimitero parigino di Montparnasse. A differenza di Tzara (la cui tomba, oltre al nome e agli anni di nascita e morte, porta incisa la definizione “poete”), però, per descrivere Pier Paolo Pasolini non vi è alcun vocabolo ulteriore. Non un regista, un romanziere, un saggista, un poeta o una delle altre definizioni usate da Alberto Moravia nella sua toccante orazione funebre del 5 novembre del 1975. Solo un nome, un cognome e due date. Ai posteri l’ardua sentenza di dare definizioni. Al poeta il compito di disubbidire. Di dire forma a uno dei sentimenti più puri e bistrattati: la disperazione.

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Fino al 31 agosto (anche se sembra verrà prorogata) il Centro Studi Pier Paolo Pasolini a Casarsa, ospita una mostra dal titolo “da Casarsa a Casarsa, il Pasolini di Davide Toffolo”. Ho avuto il piacere di visitarla, e devo dire che ne sono stato piacevolmente colpito. Colpito ed emozionato. La mostra si basa principalmente su diverse tavole originali tratte dal fumetto “Intervista a Pasolini” che Davide Toffolo (fumettista e cantante del gruppo Tre Allegri Ragazzi Morti) ha dedicato alla figura di Pier Paolo Pasolini. Il fumetto, la cui prima edizione è del 2002, ripercorre le tappe di un’ipotetica intervista tra Toffolo e un certo “Signor Pasolini”: un uomo fisicamente identico al poeta, che parla, si veste, scrive e si atteggia proprio come il vero Pier Paolo Pasolini.

Questa scelta stilistica permette a Toffolo di “inseguire” la figura di Pasolini “da Casarsa a Casarsa” (come recita il titolo della mostra), passando per alcune tappe intermedie che, di volta in volta, più che riassumere l’esistenza biografica di Pasolini, puntano a riassumerne il pensiero, tratteggiandone lo spessore intellettuale nonché l’ampiezza e lungimiranza di vedute. Alle tappe geografiche del viaggio di Toffolo (tra cui Roma, l’Etna, Madrid) si alterna una sorta di dimensione “altra”, nella quale viene ripreso un poemetto pasoliniano dal titolo Coccodrillo. Un poemetto del 1968 in cui, non senza una punta di acuta ironia, Pasolini immaginava come la sua morte sarebbe stata celebrata dai pomposi e compassati giornali italiani. «Mai oggetto di narcisismo fu più fecondo di un cadavere», scrive Pasolini sette anni prima di morire. Nemmeno se avesse davvero saputo come si sarebbe conclusa la sua esistenza, sarebbe potuto andare così vicino alla realtà.

O forse no, forse davvero Pasolini sapeva come si sarebbe conclusa la sua esistenza. Perché un aspetto che traspare continuamente dalle tavole di Toffolo (tutte basate su reali interviste, articoli, romanzi e poesie di Pasolini) è questa sorta di piena consapevolezza tanto del ruolo dell’intellettuale, quanto della “deriva” della società dei consumi. Come se, quasi mezzo secolo prima, Pasolini avesse preconizzato con lucidità il percorso che la società post-capitalista avrebbe intrapreso. E, preconizzandolo, avesse già iniziato ad avvertire il mondo del contagio dilagante. Lette ora, le parole di Pasolini trasportate in immagine da Toffolo, appaiono non tanto sconvolgenti, quanto più drammaticamente attuali. Come se la presa di coscienza di una voce non tanto inascoltata, quanto più “anestetizzata” riesca a farci capire quanto siamo stati stupidi. Quanto siamo stati superficiali.

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In questo, un’altra doverosa menzione va alle tavole di Toffolo, non solo per il tratto evocativo o la capacità di cogliere l’immagine più appropriata o l’accostamento di colori in grado di colpire maggiormente l’attenzione (a chi ha un po’ di dimestichezza con le opere visive di Pasolini sarà facile ritrovare la correlazione con l’aspetto “coloristico” del regista), quanto più per la duplice capacità di scrittura. Da un lato la scelta (di certo non semplice) di trattare un tema così delicato come il pensiero pasoliniano scansando le tematiche biografico-cronachistiche legate alla tragica morte del poeta, dall’altro la capacità di inserire questo tema in una cornice narrativa assolutamente coinvolgente e intrigante.

Aspetto, questo, che rende il percorso del personaggio Toffolo alla ricerca del signor Pasolini, una sorta di simbologia in divenire, in cui l’artista cerca a sua volta se stesso. Trovando, nelle parole del poeta, la risposta a dubbi intimi che, come spesso accade nell’arte di Toffolo, non esita a sviscerare. Dando loro una sorta di forma “pubblica”, così da coinvolgere il lettore o, nel caso di questa mostra, il visitatore. Non è un caso, infatti, che in una delle ultime tavole l’autore, nel tracciare una sorta di riassunto di questa sua esperienza, usi le seguenti parole: «quel che Pier Paolo Pasolini ha detto serve oggi a me per vivere…».

La mostra si conclude con una visita al piano superiore del Centro Studi, dove sono esposti diversi lucidi tratti dallo spettacolo “Pasolini – L’incontro”, nel quale i Tre Allegri Ragazzi Morti musicavano dal vivo i disegni sulla vita del poeta che Toffolo dipingeva dal palco. Anni fa ho avuto la fortuna di vedere questo spettacolo e devo dire che, anche in quel caso, è stata un’esperienza davvero vivida ed emozionante. «I maestri sono fatti per essere mangiati», diceva il corvo di Uccellacci e uccellini e, in fin dei conti, è proprio questo il loro scopo. Essere inglobati e digeriti per permettere ai “posteri” l’ardua sentenza di una comprensione altrimenti soltanto parziale. Altrimenti soltanto limitata e limitante. Eppure una spiaggia litoranea, una notte assurda, un omicidio senza risposta, costole e sterno fratturati, un fegato lacerato e un cuore scoppiato ci sembrano un “banchetto” troppo violento. Un “divorare” troppo malvagio.

«Desideriamo essere distrutti da un “sistema” che noi rifiutiamo. Per questo io penso che la disperazione è oggi l’unica reazione possibile! L’unica possibile all’ingiustizia e volgarità del mondo, ma solo se individuale e non codificata. Tu la senti la disperazione?»

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Salito di nuovo in sella al vecchio PX del 1982 e, diretto verso casa, mi ritrovo a pensare a quanto visto (e letto) nel corso della mostra. I capannoni sfitti, le insegne “vendesi” o “affittasi” ai lati della strada, il traffico insensato e inconcludente, lo sfregio a una natura contadina rinnegata per esoscheletri di cemento oramai inservibili mi restituisce quella sensazione di un mondo consumista che si trova a vivere «l’epoca dell’alienazione industriale» di cui parlava Pasolini.

Eppure i colori vividi delle sue opere, il vitalismo che riescono a comunicare, la contraddizione e l’ironia come necessità per combattere il cinismo, quell’invocare una disperazione tanto profonda quanto creatrice mi sembrano, ora, paletti sui quali costruire qualcosa di nuovo. Qualcosa che, pur partendo dalla nostalgia o dalla consapevolezza o dall’assurdità dell’esistenza, restituisca all’individuo la forza per affrontare le difficoltà. Per opporsi a un meccanismo che, seppur volto a stritolarlo, disvela a ogni movimento le sue fragilità intrinseche.

Le debolezze cui puntare per disinnescarlo.

Perché «sulla mia terra semplicemente ciò che sono mi aiuterà a vivere».

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Andrea Gratton

 

 

 

 

 

 

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