Ognuno di noi ha modi diversi di gestire il tempo che scorre, tendenzialmente si usa il calendario. Il problema di un calendario è che esprime la distanza in termini di pura temporalità, senza tenere in considerazione le altre migliaia di variabili della vita umana.

Così ci si ritrova il 23 gennaio 2016 a pensare a un album, uno dei miei album preferiti di sempre, che compie 10 anni.

Difficile per me giudicare Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not degli Arctic Monkeys. Esprimerò le mie impressioni, le mie idee, il perché questo pezzo di arte è entrato di prepotenza nella mia vita. Non mi aspetto un lavoro fatto “per bene”, non è una recensione, non è una presa di posizione oggettiva.

L’avevo già scritto per un altro gruppo su un altro sito: non riesco a dare giudizi esterni, e quindi credibili, a ciò che gli Arctic Monkeys e i Franz Ferdinand hanno prodotto durante la loro carriera. Le motivazioni sono molteplici, il cuore del discorso uno solo: questi gruppi mi hanno fatto crescere. Fanno parte di quegli artisti con cui ti trovi a tuo agio, come quel paio di Stan Smith che ti permette di girare il mondo comodo.

Cosa amo di questo album? La semplicità, la velocità, il fatto che fosse rock tutto sommato stupido e attraente. Raccontava di storie di serate, di persone, di donne, di prostitute, di balli infuocati. Lo faceva con precisione e con una certa credibilità, perché la motivazione principale era far ballare e saltare gli ascoltatori.

L’album ha venduto 364 mila copie nella prima settimana. Sono serio: 364 mila, segnando un nuovo record nella storia della musica e facendo la fortuna della Domino Records.

I pezzi sono tutti dei potenziali singoli. I primi tre, a tutti gli effetti, lo sono stati: The View from the Afternoon, I Bet You Look Good on the Dancefloor e Fake Tales of San Francisco sono usciti come singoli insieme a When the sun goes down.

Quando ascolto When the sun goes down mi viene da piangere. Un pezzo che è stato la mia sveglia sul telefonino per anni e che, nonostante tutto, riesco a sentire oggi immergendomi nelle sue schitarrate. Una sveglia per farmi capire che esistono pur sempre problemi nel mondo, che purtroppo ci sono cittadini di serie A e cittadini di serie B. Che bisogna continuare a lottare e cambiare le cose verso il meglio.

La mia storia con gli Arctic è un po’ cambiata, poi. Il pezzo più bello che abbiano fatto è venuto dopo, nel secondo album, e si intitola Do me a favour, ballatona strappalacrime di rara potenza. Il gruppo, dopo il secondo album, ha deciso di fare musica più pensata e meno istintiva. Purtroppo non è quello che cerc(av)o io e le nostre strade si sono divise. Vivo nei ricordi dei loro primi album ma ascolto altre band.

E voi? Avete qualcosa da fare oggi? No? Allora piazzate la puntina, musica a tutto volume e saltate, in ricordo degli anni che passano, degli anni che non torneranno più e di tutte quelle espressioni artistiche che vi hanno migliorato e fatto star bene. Io sarò con voi, dancing to electro­pop like a robot from 1984.

I want to see all of the things that we’ve already seen

Andrea Tomasin

Noi di Blud ringraziamo Andrea per l’articolo che ci ha inviato!

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