Ritorna l’estate e con lei grazie a Dissonanze ritorna la musica al Social Garden di Cas*Aupa! 

Già attivo con i progetti brown and the leaves e Delta Club, venerdì 22 giugno il nostranissimo – tolmezzino – Mattia Del Moro torna a suonare a Udine come Delmoro, e ci presenta il suo primo album in italiano (ma prodotto a Londra) Il Primo Viaggio, concept album “itinerante” in cui tramite il confronto tra i vari membri di una famiglia portata fuori dal contesto quotidiano vengono indagati temi come l’amore, la crescita, l’autodeterminazione. Ogni canzone, un episodio del viaggio. Un’esperienza musicale e narrativa totalizzante, quasi d’altri tempi, assolutamente da non perdere.

In attesa di vederlo in azione sul palco, noi di Blud siamo andati a fare due chiacchiere con Mattia, che – ça va sans dire – oltre che bravo si è scoperto essere pure assai ninino (termine tecnico che in questa occasione useremo per indicare un peculiare mix di disponibilità, gentilezza e ineffabile gnoccaggine).

Parto da una domanda un po’ obbligata, vista la natura del nostro blog. Tu nel nostro dolceamaro Friuli – o per meglio dire in Carnia – ci sei nato, poi l’hai perso e ritrovato: ci racconti un po’ questo percorso? Come si è evoluto nel tempo il tuo rapporto con la tua terra d’origine? E quanta Carnia c’è (se c’è) nella tua musica?

Mattia: Già qua ci vorrebbero dieci pagine. Sono nato a Tolmezzo e ci sono cresciuto. A 19 anni mi sono iscritto all’Università di Architettura di Venezia e da quel momento ho iniziato a tornare in Carnia sempre più saltuariamente. Finiti gli studi, mi sono trasferito a Copenhagen, dove ho vissuto due anni, per poi spostarmi a Londra per altri tre. A dicembre 2017 sono rientrato in Italia e al momento sono di base in Carnia. Insomma, un bel giro. Indubbiamente ho vissuto un certo shock di rientro, viste le realtà molto diverse in cui ho vissuto negl’ultimi cinque anni. Considera comunque che ho la fortuna di poter portare con me il lavoro quando mi sposto, quindi la mia routine giornaliera non cambia di molto, che io sia a Londra o in Friuli. Da qui anche la scelta di approdare per un tempo ancora non definito in Carnia, dove posso godere di un paesaggio genuinamente meraviglioso e sottovalutato, che concilia molto la concentrazione e pure una certa riconciliazione. Il mio rapporto con la Carnia ha avuto tante evoluzioni perché io sono cambiato, ma anche la Carnia è cambiata. È doloroso vedere come, dopo più di dieci anni di crisi nazionale che non sembra andare in positivo, le aree più colpite siano quelle periferiche, abbandonate dalla politica, dai capitali, aree ormai perfino private di una certa cultura comunitaria, che è sempre stato un aspetto vincente e “competitivo” rispetto alla vita rischiosamente anonima di città.

Per quanto riguarda la mia musica, beh, devo onestamente ammettere che credo ci sia poca Carnia dentro oramai, ma perché ho passato più di un terzo della mia vita lontano e la mia musica si nutre di quello che vedo, ogni giorno. Forse ora inizierà a nutrirsi anche un po’ di Carnia.


Nella tua musica sembrano fondersi (e ti sono anche state attribuite) tantissime influenze –cantautorato, elettronica, lounge, sapori 80’s e a volte dei retrogusti che sanno di tropicalismo: tu quali riconosci come tue? Da dove viene il suono che hai oggi e come ci sei arrivato?

Mattia: Devo dire tutte quelle che hai nominato, ma anche altre. Sono sempre stato un amante ossessivo della musica e ascoltatore bulimico. Infatti la difficoltà per me è sempre trovare una quadra quando ho troppe cose sul piatto e non mi ci trovo nemmeno io. Ora il centro si è spostato sulla parola, parola come significato e suono, due aspetti che per me hanno la stessa importanza. Da qui la scelta di lavorare in italiano. Avendo però un approccio più musicale che cantautorale, dedico molte delle mie energie e attenzioni anche allo sviluppo strumentale e alla composizione. Direi che il suono parte da un lavoro al piano e alla voce, passando diverso tempo sugli accordi e le melodie vocali. Poi mi sposto sul design del suono dei sintetizzatori e delle percussioni, e quando il brano lo consente, degli arrangiamenti per archi. Per me il suono dev’essere una possibilità per andare lontano, con la mente e i sentimenti, devo trasportanti insomma, verso territori sempre nuovi.

La tua ultima produzione è un concept album, una forma di narrazione lunga, sicuramente con una bella tradizione alle spalle ma quasi anacronistica in un’epoca di comunicazione veloce, una sfida a soglie di attenzione che sembrano abbassarsi sempre di più: come mai questa scelta?

Mattia: Sì sono d’accordo con quello che dici. Io rimango un grande amante dell’album in quanto “opera” in cui gli autori condensano una visione sonora e lirica del particolare momento in cui lo fanno. Questo credo avvenga per tutti gli album che si possono definire tali, non solo per quelli propriamente “concept”. In questa epoca di comunicazione veloce e soglie basse di attenzione l’album come “format” è entrato in crisi, molti artisti decidono di concentrarsi sui singoli (che poi è una cosa che si faceva anche negl’anni sessanta, non è proprio una novità). Per questo motivo ho pensato che se volevo fare un disco dovevo in qualche modo estremizzare questa scelta, una sorta di rivendicazione.

La data di Udine è sostanzialmente a metà del tuo tour estivo, preparaci: come concili la dimensione live ad uno stile che, soprattutto in relazione ad un cantato quasi sussurrato, sembra invitare piuttosto ad un ascolto intimo e “protetto”?

Mattia: Beh il live non sarà proprio tutto sussurato! Ho la fortuna di avere con me due ottimi musicisti sul palco: Riccardo Di Vinci al basso, già con me ai tempi di Brown & the Leaves, e Ugo Ruggero alla batteria. Il live si avvicina molto al disco per i suoni ma al tempo stesso ha in più una certa dinamica garantita da una sezione ritmica molto viva e pulsante. In più arrichiremo la scaletta con alcuni brani nuovi, che suoneremo per la prima volta proprio qui a Udine. Infatti non vediamo l’ora.

…E neanche noi!

Appuntamento quindi venerdì 22 giugno, alle 19.30 a Cas*Aupa! Siateci!

Evento FB: http://bit.ly/2tbs2On

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Margherita
Udinese, nanetta di quasi un metro e ottanta, fieramente laureata in Filologia Moderna con una tesi in Storia del Cinema, senza libri da leggere e film da guardare si sente persa. Nasce nello stesso anno di Rihanna e nello stesso giorno di Shakira, ma è evidente che le supera entrambe in talento e fascino. Crede in Bruce Springsteen e in Alberto Angela, considera Sex & The City la sua formazione sentimentale. Se volete scatenare la belva che è in lei mettete su Ligabue, declamate Fabio Volo e offritele una tavoletta di cioccolata: non vi deluderà.

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