Da qualche mese vivo in un piccolo paese della Pedemontana friulana. Il nome non è importante. Per quanto estremamente diversi, e per quanto portatori di campanilismi secolari, questi paesi finiscono con l’assomigliarsi tutti. Quanto meno per spazi, peculiarità, difficoltà e qualità della vita. Ripensandoci, mai scelta fu più azzeccata.

Sotto certi punti di vista, il paese che mi ha accolto rappresenta ciò che ho sempre pensato essere l’anima e lo spirito del Friuli Venezia Giulia. Una dimensione ridotta, ma non alienante. Uno spazio vivo, colmo di piccole, ma vivaci iniziative. Un ritorno a quelle che erano le mie radici. Le radici della mia famiglia. Il contatto con la natura, la possibilità di veder crescere qualcosa che hai piantato, la necessità di accudirlo e di prendertene cura. Nulla di trascendentale, dopotutto. Ma qualcosa di sincero, di profondo, di radicato. Come la mia regione.

Il mio è un paese dove gli inverni piombano all’improvviso, portando via la luce del giorno. Dove le estati sono miti, e l’afa della città arriva soltanto di rado. Dove gli alberi fanno ancora più ombra che estetica, dove il cemento cede il passo all’erba, dove la speculazione edilizia non ha ancora riscritto le leggi della decenza. Dove i ritmi sono necessariamente più distesi. Non lenti, distesi è il termine corretto. Dove i vicini di casa sono ancora vicini di casa, e non degli squallidi rompiscatole che alzano troppo il volume del televisore o portano il cane a fare i bisognini nello spazio comune del condominio senza poi pulire. Ciò non toglie che, anche qui, si sentano nonne urlare, piatti volare, televisori gracchiare all’ora di cena. Ma forse il vento della Pedemontana ha il potere di disperdere i rumori. E anche ciò che fino a pochi mesi fa avrei trovato insopportabile, passa in secondo piano. Decisamente in secondo piano.

D’estate, quando le temperature del mattino si fanno più miti, mi piace andare al lavoro con la mia vecchia Vespa. E’ una Vespa PX125 del 1983. Immatricolato lo stesso mese in cui sono nato. Con le cifre del giorno di immatricolazione invertite rispetto alla mia data di nascita. Sarò di certo uno stupido romantico, ma ci ho sempre letto un segno del destino. Trovavo e trovo carino che, mentre io prendevo forma dentro il corpo di mia madre, qualche operaio della mitologica fabbrica Piaggio di Pontedera, stesse assemblando i pezzi di quella che, a più di due decenni di distanza, sarebbe diventata la mia Vespa. Pontedera – Pordenone, passando per Pavia di Udine (ecco, nuovamente, il Friuli…), dove l’ho recuperata e scelta. Come si dice di certe relazioni, è stato amore a prima vista.
Il portachiavi è una vecchia matrioska, comprata in una delle decine e decine di bancarelle di venditori polacchi che popolano le strade statali o i mercatini del Friuli. Quelle bancarelle in cui puoi trovare di tutto: da vecchie Leica a francobolli dell’ex DDR. Da spille del periodo sovietico a cacciaviti di precisione in acciaio. Di tutta le cose assurde che si possono trovare in quelle bancarelle, ciò che mi ha sempre stupito maggiormente è il set di attrezzi per la pulizia odontoiatrica. Ferri ricurvi da dentista di tutte le forme e dimensioni, abbandonati in bella vista su vecchi cestelli di plastica. Mi sono sempre chiesto chi mai potrebbe acquistare un ferro per la pulizia dentale in una bancarella del genere, posta sul ciglio della strada, a stretto contatto con gas di scarico, polvere, e continue ditate di curiosi. Soprattutto, ogni volta che mi fermo, mi chiedo se davvero c’è qualcuno che li acquista. Che cerca le bancarelle polacche solo per il vasto assortimento di prodotti per l’ortodonzia. Non credo avrò mai risposta a questa mia domanda ma, in fin dei conti, dubito davvero vorrei averla. Il mistero dei polacchi odontotecnici mi affascina e non vorrei mai scoprire che la risposta che si cela dietro alla loro passione potrebbe essere infinitamente meno interessante delle elucubrazioni mentali che la vista di quegli arnesi mezzi arrugginiti crea in me.

La risposta che cerco, però, è quella che mi spinge a mettere in moto la Vespa per raggiungere il posto di lavoro con in faccia l’aria frizzante del primo mattino. Una risposta che cerco e che, in fin dei conti, già conosco alla perfezione: la mia terra. La mia terra che si sveglia presto come me, e che è più bella quando non è attraversata da automobili rombanti in ogni sua via asfaltata. O da persone nervose. Persone affaccendate nei loro impegni di lavoro. Stressate dopo l’ennesimo attacco di shopping compulsivo nell’ennesimo, ridondante, outlet o centro commerciale. Persone che vivono la vita a un ritmo diverso rispetto al quale non tanto dovrebbe essere vissuta, quanto più rispetto a quello con cui potrebbe essere vissuta. È l’armonia la grande sconfitta del ventunesimo secolo. Me ne ricordo quando, accostando al ciglio della strada mi fermo a fissare le montagne davanti a me. Verdi, turgide, umide di rugiada e vapore acqueo mattutino. Così plastiche nelle loro forme, così dettagliate nei loro contorni. Linee sinuose come abiti delicati drappeggiati su corpi millenari. Le vedo, e mi sembra quasi di toccarle. Come se la profondità non fosse altro che una stupida bugia. Come se la luce del mattino ne riverberasse la prossimità. Una pasoliniana carezza alla natura che si aggrappa alla mente e al corpo. E che non vuole saperne di andarsene senza lottare.E’ questa la mia terra? E’ questa la terra in cui abito e vivo? Ripenso alle parole di Pier Vittorio Tondelli, parole che ho sempre amato: «sulla mia terra, semplicemente ciò che sono mi aiuterà a vivere». Rimugino una volta di più su quell’avverbio: semplicemente. Forse l’avverbio che più di ogni altro è croce e delizia per uno scrittore. Come si può definire “semplice” una cosa profonda e complessa come l’appartenenza? Come si può definire “semplice” un’attitudine nei confronti della vita? Poi incappo nella purezza della frase. Quel semplicemente che non vuol essere altro che una declinazione necessaria. Come a dire che, nella mia terra, non devo tanto vivere con semplicità, quanto più con fedeltà alla mia natura umana. Alla mia natura di individuo. Di singolarità. Ecco allora che la mia terra mi accetterà e accoglierà, quasi in un patto simbiotico dove ciò che do, è ciò che mi è stato dato in precedenza. La reciprocità della purezza che sta alla base di ogni rapporto. Semplicemente. Come cantavano i Cure, piantati da un decennio nel lettore mp3 che mi accompagna al lavoro: «it used to be so easy, I never even tried».

[«Sembrava essere così semplice, non ci ho mai nemmeno provato…»]

Macino chilometri di asfalto su strade in cui incrocio a stento un paio d’automobili. Era quello che cercavo. Salgo in direzione delle montagne, lasciandomi alle spalle la pianura pordenonese. Le strade iniziano a essere meno dritte. Nuove curve disegnano traiettorie che descrivono la conformazione del paesaggio che mi circonda. Mi trovo, così, sul vecchio ponte di ferro che attraversa il torrente Cellina. Sotto di me il greto del torrente. Sassi grigi e lucidi levigati dal tempo raccontano dello scorrere di acque oramai scomparse. Le assi del ponte ballano al passare della Vespa. La solidità è innegabile, eppure l’effetto sonoro è decisamente curioso. Ho attraversato quel ponte decine e decine di volte, nel corso della mia vita. Da bambino, diretto alle colonie estive della Valcellina. Da ragazzo, nelle scampagnate domenicali a base di birra e musica. Da giovane adulto quando, per un attacco di romanticismo notturno, stavo per perdere patente e dignità in un sol colpo. Mi fermo nel bel mezzo del ponte, osservando il paesaggio che si staglia dalle inferriate romboidali. Certe cornici improvvisate, a volte, hanno lo strano potere di incastonare la libertà. Le montagne che svettano. I ponti che si delineano. L’azzurro del mattino e il verde della natura riverberati dal pallore dei sassi. Mi fermo un attimo in più. Regolo il respiro. Un’auto avanza dalla direzione opposta. È ora di innestare la prima.Finita la giornata lavorativa rincaso per una strada diversa. Salgo ancora un po’, incrociando nuovamente il Cellina, ma in un ansa più a monte. Sistemi di dighe e canalizzazioni per la raccolta dell’acqua hanno cambiato la morfologia del territorio, incastonandosi in quelle che prima erano strozzature della montagna. Un piccolo ponte attraversa nuovamente il torrente, aprendo una vista che spazia dalla pianura alle valli circostanti. Il sole filtra tra le pendici delle montagne, regalando sprazzi di luce a una decina di persone che, asciugamano a terra, ha deciso di abbronzarsi sul limitare della diga. L’acqua è di un azzurro che tende al verde. Irreale, quasi. A occhio nudo ci si accorge che il livello è decisamente più basso rispetto agli anni passati. La mancanza d’acqua morde anche la mia terra, nonostante possa sembrare un problema lontano centinaia e centinaia di chilometri. Continuo il mio percorso, diretto a casa attraverso la vecchia via Pedemontana. Di qui a qualche ora la luce del tramonto investirà i paesi e la pianura, arrossando le montagne e rendendole più scure. Addolcendo, di contro, la pianura e i campi coltivati. Dorandoli di quell’alone che parla d’estate. Spruzzandoli di quella luce e di quel pulviscolo che ricorda la magia delle case abbandonate. Sulla Pedemontana incrocio il locale rock, oramai chiuso, in cui ho passato buona parte della mia post adolescenza. Ci passo accanto veloce, senza scattare alcuna foto. Come se, da un lato, ne temessi il ricordo, serbandone quasi la sacralità, e, allo stesso tempo, non avessi alcun bisogno di dargli forma. Le immagini davanti agli occhi, a quindici anni di distanza. Una vecchia Panda giallo crema, uno stereo scassato. Le bottiglie di vino del padre di Luca. Le sigarette in parcheggio, fumate al gelo della notte. I cappelli di lana calati in testa. I temerari che, sudati come dervisci, uscivano in parcheggio direttamente dal locale. Bardati di borchie e magliette a maniche corte, pronti a farsi investire dall’aria gelida e dai fumi dei gas di scarico delle auto in partenza. Le strette di mano. Gli abbracci. Le risse sfiorate. I baci schiantati sui divanetti. Le decine di concerti. La pisciata riconciliatoria della notte, prima di rincasare. La nebbia standard della Pedemontana. Prima nelle strade, e poi in testa, negli occhi, nel cuore, nello stomaco, nel fegato. Quella nebbia che avvolgeva ogni cosa. Prima che la camera da letto, come posseduta, iniziasse a roteare.

Così diverso il tempo, oramai. Così simile. Così colmo di ricordi e, allo stesso tempo, così pregno di bellezza e purezza. Bello e puro come la mia terra, cui basta un solo giro in Vespa per costringermi a parlare di lei. Per spingermi a raccontarla. A descriverla. Come se, pur passando gli anni e le angolazioni del mio sguardo verso il mondo, certe cose non volessero risolversi a cambiare. Come se quello spirito friulano che porto dentro, incastrato tra la testardaggine e il silenzio, e tra decine e decine di altre sfumature, finisse con il parlare non tanto di me. Quanto più per me. E le montagne a stringersi, come a custodire un segreto. Sincere e schiette. Dure e silenziose. Pronte a scrivere con il loro percorso, il percorso della mia crescita. Come singolarità. Come individuo.

Aiutando una persona che, nei suoi luoghi, continuerà a osservare.

Una persona che, dei suoi ricordi, continuerà a scrivere.

Un uomo che, nella sua terra, semplicemente continuerà a vivere.

Con semplicità.

Come la sua Terra.

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