Che siamo una generazione che andrà in pensione a 93 anni lo sappiamo, almeno rendeteci la vita un po’ più facile.
Faccio la babysitter da quando avevo 25 anni, dall’anno scorso ho deciso di provare a tornare sui banchi di scuola e riprendere gli studi all’Università perchè mi piacerebbe molto portare a termine quanto iniziato anni fa e poi abbandonato per vari motivi. In questi anni di babysitteraggio, ho comunque sempre fatto altri lavori collaterali, ma soprattutto ho fatto colloqui di lavoro.
Ahi madre!
Capisco che ogni persona ha il suo metodo per scegliere chi assumere o no, e che soprattutto se si tratta dei figli, è necessario essere precisi e puntigliosi, ma ogni tanto si esagera.
Anche nelle grandi aziende alle volte non stanno bene, quelli delle risorse umane.
Vorrei di seguito riportare alcune esperienze di vita in merito, precisando che non mi sono mai tirata indietro davanti a fatica, lavoro e orari assurdi, ma a tutto c’è un limite.

TI FACCIO FARE 70 KM MA SO GIA’ CHE E’ NO

Sicuro almeno una volta nella vita è capitato anche a voi, sicuro.
Ti chiamano per un colloquio, ti informi, ti prepari, studi, arrivi lì ed è chiaramente un colloquio fasullo. Non capita solo nei concorsi pubblici, lo vedi che non hanno interesse, che hanno già deciso di assumere un’altra persona, che è già tanto se ti chiedono come ti chiami e neanche ascoltano la risposta.
Ti fanno fare 62384 km per andare ad un colloquio inutile, che dura 10 minuti se va bene.
Siamo tutti stanchi e affranti dalla vita, ma questo è essere sadici.
Chiamateci, diteci “Abbiamo già deciso”, o almeno fate finta di ascoltarci mentre vi raccontiamo la rava e la fava della nostra vita.

LO SCHIAVISMO NON E’ PREVISTO

Qualche anno fa ho fatto un colloquio con una coppia di genitori sulla quarantina, che di primo acchito sembrava essere una bella coppia felice di aver avuto 2 gemellini.
Pino e Panco al momento del nostro colloquio avevano 3 anni e mezzo, e secondo la madre erano molto vivaci e curiosi. Secondo il padre erano bestie di Satana e me li ha ben descritti per 20 minuti, sottolineando che con due così, come Pinco e Panco, era impossibile vivere sereni e c’era bisogno di almeno 3 persone a tenerli d’occhio perchè non facessero danni, ma sai, non è che io vado a lavorare per pagare te, se ti va bene ti possiamo pagare 5 euro l’ora.
Pinco e Panco non so poi cos’abbiano fatto della loro vita, nè tantomeno so cos’abbiano fatto della propria vita i genitori, ma io dico, un minimo di gentilezza, di intelligenza se non altro. Fingi che vada tutto bene, inventa, dimmi che sono due angeli, prima di chiedermi di tenerti 2 bestie di Satana di tre anni e mezzo a 5 euro l’ora.

LE DOMANDE, QUELLE BELLE

Ad un colloquio, non molto tempo fa, mi hanno fatto una presentazione della loro azienda di un ora e mezza durante la quale hanno parlato solo loro di tetti, rivestimenti e impianti di riscaldamento, per poi farmi compilare un questionario si/no/forse, dove le domande erano tipo: “Secondo te c’è qualcuno troppo permaloso?”, “Hai mai conosciuto qualcuno di antipatico?”, “C’è qualcuno con cui litighi spesso?” e via dicendo.
Altri 30 minuti per compilare il questionario.
“Alla fine del quale ti hanno fatto un sacco di domande su chi sei e cosa fai nella vita”, direte voi.
E invece no.
No.
Nessuno mi ha chiesto se so usare excel, se so rispondere al telefono in inglese, se me la cavo con il tedesco, se ho la patente, se sono automunita, se ho mai redatto un bilancio, perchè ho risposto proprio a loro e al loro annuncio.
In pratica, due ore della mia vita buttate al vento per delle americanate.
Non me ne vogliano gli psicologi, ma no, non lo accetto.

Ah, la maledetta psicologia.
Ho un altro aneddoto che ora trovo divertente a ripensarci, ma sul momento ho pensato fosse abbastanza inquietante. Risale ai tempi in cui studiavo a Padova, una famiglia cercava una babysitter per Giulio, 7 anni.
Ci troviamo a casa loro, ci sediamo in cucina: io, la madre, il padre, il figlio giocava in cameretta.
Giulio, 7 anni, accompagnato da Boris, il gatto.
Avrei dovuto andarlo a prendere a scuola (Giulio, non il gatto), avrei dovuto preparare il pranzo (sia a Giulio che a Boris) e poi avrei dovuto aiutare il bambino nei compiti, fino all’arrivo della madre, per 2 giorni a settimana.
Tutto bene.
La prima domanda è stata: “Hai un ragazzo?”, che vabbè, saranno anche fatti miei, ma magari volevano dirmi di non portarlo a casa… chi lo sa, comunque una ragazzo non ce l’avevo, quindi è stato facile rispondere.
La seconda domanda è stata: “Se ti chiedo di farmi un verso di un animale, che animale ti senti di essere?”… domanda che mi ha colto alla sprovvista. Cosa si risponde in questi casi? Mi guardavano da dietro ai loro occhiali, mi sorridevano e aspettavano che io facessi un verso di un animale o che almeno dicessi loro che animale volevo essere.
Ho pensato a quando facevo i quiz del Cioè per scoprire il mio animale guida, ma non mi ricordavo mica.
Alla fine ho ceduto: “Un cane, mi piacciono i cani, ne vorrei uno”.
La banalità.
La cosa peggiore di tutto questo, è che mentre rispondevo, i due occhialuti prendevano appunti e annuivano con la testa.
(Spoiler! Alla fine ho lavorato per loro un paio di mesi, strani erano strani, ma almeno pagavano puntuali)

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