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Avete presente la trilogia così denominata del Before, firmata da Richard Linklater, che mostra, a nove anni di distanza dal film precedente, l’evolversi della relazione tra un ragazzo statunitense ed una ragazza francese in modo molto semplice e delicato.

Ecco, i film che ho visto durante il secondo giorno del festival richiamavano molto questa trilogia a me molto cara (perché i primi due capitoli sono tra i miei film preferiti). Per qualche ragione ho avuto la sfortuna di vedere prima il secondo capitolo, e poi, nel pomeriggio, il primo capitolo della storia narrata da Pang Ho-cheung, anche regista dei due film di cui sto per parlarvi.
E precisamente ci troviamo a Hong Kong, in compagnia di Jimmy e Cherie. I due film sono stati girati a 7 anni di distanza l’uno dall’altro. Il primo, Love in a Puff, narra dell’incontro, dell’amicizia e del conseguente innamoramento dei due protagonisti in un arco temporale di 7 giorni, suddividendo il film pertanto in 7 piccoli capitoli. Il secondo film invece, Love off the cuff, ci mostra le problematiche di coppia che insorgono quando fiducia ed attenzione vengono a mancare, le loro aspettative ed i bisogni accantonati per il bene comune. Ma non disperatevi: ogni cosa si risolve, tra karaoke e avvistamenti ufo, e la nostra eroica coppia ritrova un nuovo equilibrio. Chissà che tra sette anni, non vi sarà una new entry in questo improbabile nucleo familiare!

Quello che m’ha stupito di questi due film è, innanzitutto la scena d’apertura: con le qualità del thriller e retroscena horror, che ti fanno salire il dubbio d’esser entrata nella sala sbagliata, per poi svelarsi argute messe in scena del personaggio di turno in scena. Per non parlare della fotografia poi, cosa su cui io involontariamente oramai tendo a focalizzarmi (nonché per la parte tecnica ma sorvoliamo): un uso delle luci e delle inquadrature che non corrispondono alla semplice e solita commedia romantica, un uso marcato di una profondità di campo ridotta, molti sono i primi piani, molta la focalizzazione sui dettagli, specie nel film del 2010. Anche la sceneggiatura spicca, con battute irriverenti e divertenti, ma anche riflessive e profonde, senza mai cadere nel banale e nello scontato. Insomma, due commedie che catturano la tua attenzione da inizio a fine, coinvolgendoti in questo fiume di gag e divertenti risvolti.

Tra una proiezione e l’altra, però, va da sé che troviamo anche lo spazio per gli eventi che si svolgono nel centro di Udine: al mio arrivo in Piazza San Giacomo sono stata accolta da una dimostrazione di arti marziali che ha catturato la curiosità mia e del mio obiettivo, nonché quella dei passanti.

Per non parlare delle bancarelle che offrono artigianato e specialità etniche, che vanno dagli “scaccia sogni” al saké, agli onigiri. Segnatevelo: le bancarelle nelle giornate di mercoledì e giovedì saranno chiuse. Però sappiate anche che con molta probabilità, come da ogni edizione del festival, martedì 25 si aggiungeranno quelle dedicate al mondo dei manga e degli anime che noi piccoli nerd attendiamo entusiasti, in occasione del Cosplay.

La serata non ha avuto di certo meno fervore della precedente, anzi! Ha avuto inizio tra gli applausi, accogliendo in sala regista ed attore protagonista del film in sala, Satoshi: “A move for tomorrow”, film tratto da una storia vera che si incentra sulla vita di un giovane appassionato, ed anche ossessionato, dall’arte dello shogi, gioco strategico da tavolo per noi paragonabile agli scacchi. E con esso torniamo nel paese del Sol Levante, tra Tokyo ed Osaka, in un dramma tanto sconcertante quanto tristemente vero, un uomo che pone in primo piano il raggiungimento di un obiettivo, ovvero ottenere il titolo di Meijin, il più alto riconoscimento tra coloro che di questo gioco ne hanno fatto uno stile di vita, oltre che una passione. Finendo così per accantonare tutto il resto, addirittura se stesso. Il titolo di Meijin ha la priorità sulla sua stessa salute. Satoshi Murayama morì nel 1998, all’età di 29 anni, in seguito a complicazioni dovute al cancro alla vescica.

Direi che pure la seconda giornata s’è conclusa positivamente, seppure comincino già ad aleggiare voci di scontento tra le poltrone del teatro. Che poi, voi trovate qualche pecca in questa nuova edizione del festival?

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Sabina
All'anagrafe volevano cambiarmi il nome in Andrea, ma grazie alla caparbietà di mio padre ora rispondo al nome di Sabina, nata in una mattina soleggiante nel settembre del 1992. Sempre disposta al confronto davanti ad un buon calice di tocaj, la mia vera passione sono le arti. Da giovane mi perdevo per gallerie d'arte in ogni occasione, che fosse Villa Manin o gli Uffizi, poi maturando un po' ho scoperto questa innata propensione allo studio dell'arte cinematografica che m'ha portato un bagaglio culturale ingente e che raramente trova riscontro. Il problema che ne consegue è che sarei capacissima di intrattenere una conversazione per ore su Wes Anderson, il cinema indipendente, la fotografia, risultando persino boriosa ed esaltata, ma difronte ad una conversazione ordinaria apparirei come la più asociale e noiosa delle persone. Nell'esplorazione cinematografica va da sé che mi son ritrovata a navigare nell'immenso mare che è la fotografia, appassionandomene irrimediabilmente, facendone mezzo di evasione ed analisi, nonché un espediente per viaggiare tutt'intorno al FVG e non solo. Quando guardi la vita scorrere attraverso un mirino, finisci per guardare alle cose in modo differente, a focalizzare su dettagli, emozioni ed aspetti della quotidianità che prima passavano inosservati, e a guardare alle persone con curiosità ed ammirazione. Con sempre questa sete di vedere le cose da vicino e di raccontare quello che mi emoziona e mi incuriosisce.

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