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«Se vuoi diventare una brava artista, non concentrarti sulle ombre. Concentrati sulla luce.»

Questa frase, tratta dal film sud-coreano Canola, m’ha subito colpita, perché corrisponde ora come non mai al mio stile fotografico, o perlomeno a ciò su cui inconsciamente mi concentro maggiormente. E rappresenta anche il filo conduttore del film, letteralmente e metaforicamente.

La protagonista più giovane, Hey-ji, riscopre assieme al suo insegnante d’arte un innato talento per la pittura, ed è proprio attraverso lo studio della luce, e di come essa incide sulle prospettive, che ritorna pian piano sulla giusta strada, risolvendo dissidi passati e ritrovando un nuovo equilibrio, dove l’espressione artistica diviene fondamentale.

Questo film m’ha particolarmente affascinata, commossa e stupita, sia per la semplicità con cui viene narrata una storia di una tale complessità, sia per le interpretazioni femminili, oltremodo carismatiche.

Il film si apre con un campo di colza, fedele alle nostre campagne friulane, che ritroviamo alla fine del film e di cui scopriamo il significato intrinseco, acceso di un immenso giallo, colore molto importante nella narrazione. Una nonna e la sua nipotina vivono in un piccolo villaggio su un isola: la nonna ogni giorno si reca a pescare, mentre la nipotina si diletta a disegnare, ed è proprio qui che compare il “giallo”: il colore associato ai capelli della nonna, colore più avanti associato alla mancanza. Perché la nipotina scompare al mercato, per esser ritrovata soltanto 12 anni dopo: sarai Hey-ji stessa a consegnarsi alla stampa, scappando da piccoli crimini in cerca di protezione e una nuova vita. La ragazza nasconde segreti insospettabili e dovrà comunque affrontare il passato, ma alla fine quella mancanza viene ricolmata, il sole torna a splendere, i fiori gialli riempiono i ricordi della nonna che accanto alla sua tanto amata nipote.

Ma spostiamoci in Taiwan, con l’apprezzabile commedia musicale 52Hz, I love you, che si propone come risposta asiatica a La La Land. Un po’ esagerato a mio dire.

Tra effetti speciali poco plausibili, una trama alquanto scontata e per certi aspetti assurdamente romantica, mostrandoci pure un piccolo richiamo alla situazione della comunità LGBT in Taiwan, il film nel suo complesso è una commedia divertente, per ritrovare un po’ di romanticismo e sorridere di simpatiche vicissitudini, marchiando il ritorno di Wei Te-sheng al cinema dopo 6 anni di assenza.

Il vero protagonista della giornata però, ovviamente, è il Cosplay contest: peccato solo per la pioggia che ha limitato tutto lo spettacolo alla Loggia del Lionello, rendendo pertanto difficile il coinvolgimento. Anche quest’anno erano molti i cosplay di spicco, tra i quali mi piacerebbe mostrarvi quelli che mi sono piaciuti di più.

Ma prima, una spassionata menzione per Porco Rosso, magistralmente ricreato, che tra l’altro è pure uno dei miei film preferiti dello Studio Ghibli.

Non sono comunque mancate le citazioni ai cartoni animati anni ’80, ai videogiochi, ai colossal Marvel e pure alle ambientazioni steampunk, che hanno un fascino retro incomparabile. Tanti i bei costumi da ammirare e le performance da guardare, e spero non ve lo siate perso nonostante la pioggia!

Il punto di forza di questo festival è il punto di vista europeo sul cinema asiatico. Spesso si ritrova questa considerazione nelle interviste, e nella varietà di culture che popolano in questi giorni le sale e le strade di Udine. Ma com’è che procede il cinema asiatico, nella sua realtà popolare? Ne hanno discusso tre ospiti ad uno dei tanti immancabili incontri Coffee & talks che il teatro offre ogni mattina. Tre nazioni, tre culture cinematografiche, tre poetiche a confronto: Thailandia, Malesia e Repubblica Popolare Democratica del Laos.

Malesia. Attraverso le parole di Ho Yuhang veniamo a conoscenza del fatto che il cinema contemporaneo popolare non è nel suo periodo più florido. Sei o sette anni fa venivano prodotti 70 film l’anno, poi gli investitori hanno perso interesse per via del cinema sempre più commerciale.

Thailandia. Khosmiri Kongkiat ci dice invece che il cinema thailandese è divenuto routine. L’audience non ha più molta scelta poiché il film sono monotematici.

Laos. Prima della rivoluzione degli anni ’70, v’era una florida cultura cinematografica, anche se perlopiù di propaganda. Dopo il cambio di regime, non c’erano più cinema, né film. Il primo film risale al 1985: era in bianco e nero e sembrava esser girato negli anni ’40, «ma era tutto ciò che avevamo», conclude la produttrice di Dearest Sister, grande novità attesa di questa edizione.

E secondo voi, che piega sta prendendo il cinema italiano?

Tra un calice di vino e qualche momento rubato durante l’aperitivo del 25 aprile, attendo le vostre risposte.

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Sabina
All'anagrafe volevano cambiarmi il nome in Andrea, ma grazie alla caparbietà di mio padre ora rispondo al nome di Sabina, nata in una mattina soleggiante nel settembre del 1992. Sempre disposta al confronto davanti ad un buon calice di tocaj, la mia vera passione sono le arti. Da giovane mi perdevo per gallerie d'arte in ogni occasione, che fosse Villa Manin o gli Uffizi, poi maturando un po' ho scoperto questa innata propensione allo studio dell'arte cinematografica che m'ha portato un bagaglio culturale ingente e che raramente trova riscontro. Il problema che ne consegue è che sarei capacissima di intrattenere una conversazione per ore su Wes Anderson, il cinema indipendente, la fotografia, risultando persino boriosa ed esaltata, ma difronte ad una conversazione ordinaria apparirei come la più asociale e noiosa delle persone. Nell'esplorazione cinematografica va da sé che mi son ritrovata a navigare nell'immenso mare che è la fotografia, appassionandomene irrimediabilmente, facendone mezzo di evasione ed analisi, nonché un espediente per viaggiare tutt'intorno al FVG e non solo. Quando guardi la vita scorrere attraverso un mirino, finisci per guardare alle cose in modo differente, a focalizzare su dettagli, emozioni ed aspetti della quotidianità che prima passavano inosservati, e a guardare alle persone con curiosità ed ammirazione. Con sempre questa sete di vedere le cose da vicino e di raccontare quello che mi emoziona e mi incuriosisce.

2 Commenti

  1. Grazie per i complimenti, sono felice che il mio porco rosso le sia piaciuto così tanto da essere nominato tra i suoi preferiti 😀

    • ma figuri, se mi insceni uno dei miei personaggi preferiti dello studio ghibli è il minimo 😉 hai la mia più total stima!

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