carlo-gabardini-fossi-in-te-io-insistereiFossi in te io insisterei è il primo libro di Carlo Giuseppe Gabardini, che, per chi non lo conoscesse, altri non è che l’Olmo di Camera Caffè. Sì, proprio quell’Olmo di Camera Caffè che circa due anni fa è comparso alle Invasioni Barbariche, mostrandosi decisamente dimagrito e raccontando a tutti la propria omosessualità. Ora, questa notizia, che mia madre si è prodigata di riferirmi il giorno dopo al telefono, è stata ai tempi archiviata nella mia testa in un cassetto molto piccolo e molto nascosto, un po’ perché a me le persone che dimagriscono danno immensamente fastidio, secondo, perché della sessualità altrui mi è sempre importato molto poco, soprattutto di quella delle persone che non conosco.
Una cosa di cui invece mi è sempre importato moltissimo sono le ricette. E’ per questo che con cadenza giornaliera o quasi mi ritrovo a surfare nel web tra vari siti di cucina, tra i quali Giallo Zafferano. Ed è proprio qui che Sonia Peronaci, prima autrice del sito, aveva postato un po’ di tempo fa un video in cui parlava di questo libro, scritto da un suo caro amico, che si riteneva lusingata di conoscere personalmente e di avere con lui uno stretto rapporto di amicizia. Già detta così a me era venuta voglia di leggerlo, questo Fossi in te io insisterei, un po’ per la sviolinata di Sonia Peronaci, un po’ per la copertina, un po’ per il titolo; poi Sonia gira il libro e in terza di copertina riconosco la faccia smagrita di Olmo, lo sguardo spiritato e i capelli sparati in su.
Sono andata un po’ a leggermi la trama, a stuzzicare un paragrafo comparso via internet e via, avevo deciso: dovevo leggerlo. Di solito sono un po’ diffidente nei confronti dei libri scritti da gente di spettacolo, ma stavolta, anche considerato che Carlo Gabardini non è che sia il classico “uomo di spettacolo”, avrei fatto un’eccezione.
Ora, un appunto sul sistema bibliotecario udinese, dal quale mi rifornisco per il 90% delle mie letture: ultimamente il servizio sta latitando. Sono mesi che ci ripropongono sempre gli stessi titoli e se ne acquisiscono di nuovi stanno bene attenti a rifilarli nelle ultime pagine della sezione “Novità”, in cima alla quale campeggia, credo da Natale, Le cose che sai di me, di Clara Sanchez, che io non voglio leggere! Detto ciò, mi sono ritrovata nella necessità di acquistare il libro di Gabardini tramite Amazon.
Quindi eccoci qua, con il mio bel libro nuovo in mano, in un’edizione (Le Strade Blu di Mondadori) che non mi piace particolarmente (le pagine non sono allineate tra loro, con l’ovvia conseguenza che i dorsi non sono lisci), ma con cui non ho dovuto averci molto a che fare. Già, perché il romanzo l’ho letto in pochi giorni, divorando le pagine ma concedendomi anche il tempo di rifletterci sopra.
Si tratta, come da stessa ammissione dell’autore, di una lettera a sua padre “sulla vita ancora da vivere”. Carlo racconta della sua infanzia e dell’importanza che la figura del padre, un avvocato affermato, un cattolico convinto e un genitore severo ma molto affettuoso, ha avuto su tutta la sua vita. Racconta del momento in cui il padre è morto, quando lui aveva solo 25 anni, e di come questo evento ha sconvolto la sua vita, portandolo a staccarsi da molti dei valori che il genitore gli aveva trasmesso, il più eclatante di tutti la fede cattolica.
Carlo ci porta per mano attraverso i suoi anni di scuola, la sua passione per la recitazione ma soprattutto per la scrittura, le sue sbandate giovanili, i suoi anni “difficili” intorno ai 30 anni, fatti di sonore ubriacatura, qualche rissa, qualche droga, ma sempre in cerca della perdita dei sensi, della dimenticanza.
Poi c’è il racconto del suo coming out, non tanto della scoperta dell’omosessualità, quanto della consapevolezza della necessità di ammetterla anche di fronte agli altri per affermarla su sé stessi. Il modo in cui Gabardini parla di coming out non si può riferire solo all’ammissione di una scelta sessuale diversa da quella “convenzionale”, il discorso che fa riguarda qualsiasi sentimento, inclinazione, sogno, desiderio, una persona sente di avere ma non riesce ad ammettere agli altri per paura di essere giudicato, deriso e messo da parte. Esattamente come se io decidessi stamattina di andare dal mio capo e dirgli “il mio lavoro mi fa schifo, voglio licenziarmi per mettermi a fare tutto il giorno quello che mi piace veramente fare: scrivere”. Il che sarebbe folle perché scrivere non mi darebbe da vivere nell’immediato, ma sarebbe meno folle ammettere che il mio lavoro mi fa schifo, licenziarmi e andare a vendere pasticcini. Però mi fa paura, perché un gesto del genere significherebbe ammettere con gli altri che quello che ho fatto fino adesso non era quello che volevo fare, riconoscere di avere studiato per niente, dire a me stessa di aver perso tempo. Allora mi ritrovo a scrivere nel tempo perso, quasi di nascosto, a cercare inutilmente altre offerte di lavoro che non mi soddisfano, il tutto prendendo tempo, dicendomi che il lavoro è una cosa, la vita è un’altra. Anche io avrei bisogno di fare coming out. E come me chissà quante altre persone.
Il libro si snoda tra momenti di racconto puro, aneddoti dell’infanzia, della giovinezza e poi dell’evoluzione dell’attività di Gabardini nel campo della difesa dei diritti omosessuali, in seguito alla lettera che ha scritto per “La repubblica”, una lettera meravigliosa, molto toccante e molto vera, in cui dichiara che “essere gay è bellissimo”. Ve ne consiglio la lettura, si trova facilmente sul web. E poi la questione dei matrimonio tra persone dello stesso sesso, delle adozioni, il concetto di famiglia, il desiderio di conciliare i valori trasmessi dal padre con una sessualità spesso in apparente contrasto con essi.
Carlo si rivolge al padre a cuore aperto, si chiede cosa direbbe di tutto questo, si rende conto di essere ancora troppo legato alla figura del genitore, troppo dipendente da essa e, proprio perché con lui non può più avere un dialogo, di non essere ancora riuscito, dopo quindici anni dalla sua morte, a liberarsene. E questa lunga lettera è il tentativo di mettere un punto, di affrancarsi dalla presenza incombente e forse anche ingombrante di un padre tanto amato e che, in qualche modo, gli dà ancora un alibi per essere indeciso, per non riuscire ancora a prendere facilmente delle decisioni, sempre ossessionato dal “ma lui cosa ne penserebbe”.
Eppure secondo me Gabardini ci è già riuscito a prendere tante decisioni, a fare tante cose importanti, belle, “indipendenti”, forse senza nemmeno rendersene conto, forse sempre pensando al “se ma”, ma alla fine, anche grazie a questo libro, riuscendo a rendersi indipendente dalla presenza del padre, a costruirsi una vita fatta di scelte proprie, magari anche più importanti di quella tra “acqua frizzante e acqua naturale”. E probabilmente continuerà ancora a chiedersi “lui cosa ne penserebbe” e ad agire in parte secondo i consigli che penserebbe di ricevere, ma se così non fosse, a cosa servirebbero i genitori?
Il libro è comparso alla pagina 20 della sezione “Novità” del catalogo bibliotecario due giorni dopo che l’avevo finito di leggere.

Francesca Bognolo

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Francesca
Trentenne (e passa) laureata in architettura, ma la sua vera passione sono i libri. Attualmente impiegata in un lavoro tanto tecnico quanto totalizzante, sogna ancora, un giorno, di riprendere in mano la tastiera del computer e scrivere il Grande Romanzo Della Sua Vita, quello che le darà fama, soldi e successo e imperituri. Ama: leggere, scrivere, cucinare, i nachos, la birra, i gatti, la montagna, l'autunno, andare a correre. Odia: la gente, gli impegni, il sudore, il suo lavoro, gli uffici pubblici, telefonare, fare le pulizie.

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