Il primo temporale della seconda metà di agosto ha, nell’Emisfero Nord (e tra i meme di Facebook), un significato ben preciso: per dirla con i Righeira – e se il global warming lo permette – l’estate sta finendo. Gli ombrelloni cominciano a chiudersi, Studio Aperto shifta dai colpi di calore alle alluvioni, l’umore generale passa da festa-mojito-passa ancora Despacito a dolore-tisana-butta su i Joy Division.

Non così in Friuli.

Derogando dalla nostra congenita attitudine al mainagioia way of living, noi Friulani da Ferragosto in poi coviamo gioiosamente l’attesa, e nelle prime brezze d’autunno udiamo poche ma promettenti parole: brace yourselves, Friuli Doc is coming.

E fantats, ci siamo quasi. Il 7 settembre ricomincia la (23esima) danza.

Ma diciamocelo, vivere l’evento al meglio non è per tutti. Ci vogliono preparazione, esperienza, tattica. Quindi, dalla generosa penna di chi ci è già passato (e ripassato, e ripassato), ecco una minima guida di sopravvivenza alla Woodstock del Ledra.

REGOLA N.1: Una giornata non vale l’altra.

Come da tradizione millenaria (o quasi), le giornate su cui si spalma Friuli Doc sono 4, dal giovedì alla domenica, e possono offrirvi esperienze totalmente diverse, in un arco che va dal paradisiaco allo scatenamento del Disturbo Post Traumatico da Stress. Nel dettaglio:

GIOVEDÌ

Goduria: 5 frichi su 5
Time to remember: aperitivo/cena (anche perché prima è chiuso)
Spesso erroneamente sottovalutato, la vera chicca di Friuli Doc è il suo splendido slow start.

Stand traboccanti di bevande e cibarie, personale carico a bomba, strutture praticabili (elemento da non sottovalutare, cfr. i bagni chimici del sabato sera), musicisti non ancora in hangover, ma soprattutto affluenza saldamente sotto i livelli di guardia, rendono la prima la più goduriosa delle quattro serate. Per viziatelli e intenditori.

VENERDÌ

Goduria: 3 frichi su 5
Time to remember: cena/dopocena
Gli indicatori di affluenza, delirio e molestia cominciano ad alzarsi, ma senza eccessivi drammi.

La fauna proviene ancora prevalentemente da Udine e dintorni, ai pionieri del giovedì si uniscono gli scolari della settimana corta e gli impiegati in TGIF mood. Si mangia, si beve, si balla, ma ancora si riesce a camminare. Per party animal coscienziosi.

SABATO

Goduria: 1 frico su 5
Se proprio dovete: pranzo
Se Dante avesse visto piazza del Duomo la sera del sabato di Friuli Doc, oggi leggeremmo un Inferno completamente diverso.

Passeggini spinti come teste d’ariete, addii al celibato/nubilato sobri e riservati come una tranvata sui denti, cani senza guinzaglio impazziti in mezzo alla selva di gambe (WWF? Brambilla? Quando ce n’è bisogno non ci siete mai?), quattordicenni molestissimi alla prima (tragicamente mal gestita) sbronza della loro vita.

Il sabato è per i veri duri.

Il cibo comincia a scarseggiare negli stand meno lungimiranti, la qualità dell’alcol in circolazione precipita al livello acquaragia, gli addetti hanno il tipico ghigno di chi è ad un passo dal burnout e meditano di ritirarsi a Castelmonte. Nel centro di Udine si riversa gente da tutta la regione e oltre. A carrettate. Senza sosta. Robe che il primo parcheggio libero lo trovi a Cerneglons.

Insomma, se vi piace permettervi il lusso di respirare e di fare più di 3 passi ogni mezz’ora, quella sera andate a Trieste. Se invece vi siete sempre chiesti come ve la sareste cavata in Vietnam, lor signori si accomodino pure.

DOMENICA

Goduria: 4 frichi su 5
Time to remember: brunch
Dolci scenari post-apocalittici accolgono l’ultima giornata della kermesse.

Ovunque si respira aria di sbaracco, i giovinastri (e meno giovinastri) in hangover fanno distrattamente colazione con il toç in braide, i pochi cuochi ancora attivi friggono ormai con l’olio di macchina, conati di nausea accolgono la città ogni volta che qualcuno ha l’ardire di ordinare l’ennesimo taglio di nero.

Potrebbe sembrare poco invitante, ma credetemi se vi dico che la domenica ha un suo fascino decadente tutto da scoprire, prima di rituffarsi nella grigia quotidianità per un intero anno, o se non altro prima di farsi almeno un weekend di detox prima di Gusti di Frontiera.

REGOLA N.2: temete la forchettina di legno.

Ok, siamo bio ed eco-friendly ed è giusto così. Però. Però.
Da qualche anno sono comparse all’orizzonte, accanto alle tradizionali forchettine in plastica, anche le loro sorelle moralmente superiori, compostabili e interamente in legno. Diciamo che hanno qualche criticità.

First of all, qualsiasi cibo non completamente secco ci si appiccica come un cucciolo al seno materno. Ma no, con la lingua non riuscirete a staccare un bel niente. Vi rimangono i denti, certo, ma la sensazione che proverete mentre raschierete il salame all’aceto via dalla forchetta con gli incisivi e vi renderete conto di esservi riempiti di pasta di legno ha un solo nome: schifo.

A tutti i neofiti che ancora vogliono crederci: vi assicuro che, dopo due-massimo-tre bocconi, la vostra bella forchettina di plastica politicamente non corretta ve la vorrete andare a pescare direttamente dal pozzo di petrolio.

REGOLA N.3: save the feet.

Riassumiamo: gente, passeggini viuuulenti, cani, liquidi svolazzanti. Tutti questi sono ottimi motivi per coprirvi i piedi, figlioli.
Io lo so che avete caldo e che mettere già in soffitta i sandali vi fa peccato, ma stampatevi bene in testa queste parole: camminare con meno di 10 dita non è bello. Scarpe chiuse, comode e avanti tutta.

REGOLA N. 4: punti di ritrovo precisi.

…Che c’è gente che doveva trovarsi genericamente in piazza XX Settembre nel 2007 e sono dieci anni che si cerca.

REGOLA N. 5: ombrellino tascabile eroe dei nostri tempi.

Questa è per i forestieri, che do per scontato che gli indigeni conoscano le intemperanze climatiche del nostro amato Friûl.

REGOLA N. 6: il Castello non è una leggenda metropolitana.

Ogni anno è come l’ossigeno: più sali, più la gente si fa rarefatta.
Suvvia, so che siete appesantiti, ma davvero l’unica cosa che vi riesce a motivare per salire su in Castello è il concerto di Ruggero dei Timidi? (Disclaimer, prima del linciaggio: ovviamente si scheza, in quanto l’autrice è consapevole dell’inestimabile valore artistico e umano dell’opera dell’artista citato.)

REGOLA N. 7, LAST AND FINAL: Avasinis, ragazzi, Avasinis.

Che va bene tutto, ma se non provate almeno una volta nella vita il gelato con i mirtilli caldi di Avasinis non avete capito proprio niente.

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