«CCCP Fedeli alla linea, li soffocammo tra i calcinacci del muro di Berlino, mancanza d’aria. Una manciata di canzoni si coalizzò in un fronte di resistenza, rivendicando un’altra opportunità. Complice la malattia, tra un ricovero e una convalescenza in tour, si impose CSI e la tecnica dettò legge. Sul palco 8000 watt di basso martellante, chitarra armoniosa e chitarra disturbata, tastiere e pianoforte mezza coda, batteria, percussioni, una voce d’angelo a contenermi e aggraziarmi. Bello, molto bello. Oggi è domenica, domani si muore. E arriva il lunedì.»

(Giovanni Lindo Ferretti, intro di Per me lo so da “A cuor contento”)

Sono nato sotto il segno della bilancia. Ho una memoria di ferro e un senso dell’equilibrio tendente al disallineamento costante. Fammi un torto, me lo ricorderò per una vita intera. Tuttavia ci sono poche, pochissime persone, alle quali mi sento di concedere un credito infinito. Giovanni Lindo Ferretti è una di queste.

[Povertà magnanima, mala ventura, concedi compassione ai figli tuoi. Glorifichi la vita, e gloria sia. Glorifichi la vita e gloria è…]

Il primo concerto che vidi di quello che era stato il cantante (nell’ordine) dei CCCP, CSI e PGR fu in un rifugio di montagna, per la rassegna Suoni delle Dolomiti. Il concerto si teneva nel prato antistante il rifugio, a qualche migliaio di metri d’altezza. Ero stato invitato da un amico trentino, compagno di corso e d’appartamento. Il concerto si sarebbe tenuto al sorgere del sole, quindi si trattava di salire al rifugio nel corso della notte, approfittando di pile e torce per destreggiarsi tra le montagne dolomitiche. Inutile dire che ero sprovvisto della maggior parte del materiale tecnico necessario all’impresa. E lo stesso dicasi del mio amico che, pur essendo ben più “montanaro” di me, nel corso degli inverni aveva barattato la sua anima punk-escursionistica a favore di quella ben più borghese di maestro di sci. Ritrovandosi, così, con scarponi vecchi di qualche lustro, torce con pile ossidate, tende bucate, e tutto un insieme di cianfrusaglie decisamente poco utili per un’escursione notturna. Tuttavia, dopo essere partiti nel cuore della notte, salendo in concomitanza con il lento albeggiare, giungemmo in quella specie di anfiteatro naturale che erano le prime luci del mattino. L’aria era fresca e tersa, e l’impressione era quella di partecipare a qualcosa di unico, di irripetibile. La maggior parte dei presenti, qualche centinaio di persone, era salita dal costone opposto, per mezzo di una passeggiata ben più semplice e meno impegnativa. Quanto avrei voluto seguire quel percorso durante l’arrampicata notturna, tanto non avrei mai voluto barattarlo una volta giunto in cima. La fatica mi aveva predisposto all’ascolto. La bellezza del paesaggio, come in una canzone dei CSI, mi aveva pacificato i sensi e il cuore.

[Così vanno le cose, così devono andare…]

Giovanni Lindo Ferretti arrivò di lì a poco. Per questo evento si era fatto accompagnare dal famoso trombettista jazz Paolo Fresu. Ripensandoci, ho avuto la fortuna di assistere a qualcosa di unico. Fresu scaldò la tromba, che risuonò nel cielo delle Dolomiti. La posizione delle montagne creava un riverbero capace di far sentire nitidamente ogni nota. Il silenzio del pubblico, poi, era tale che anche volendo sarebbe stato impossibile perdere un solo passaggio. Ferretti iniziò recitando un’invocazione religiosa tratta da alcuni scritti pasoliniani. La sua voce era decisa, salmodiante. Una sorta di Pope laico, che si appresta a recitare l’adorazione alla divinità. C’era (e c’è) molto di Pasolini, in Ferretti. Quell’invocazione alla madre seguiva un percorso iniziato due decenni prima, in uno scantinato di Berlino. Lui e Zamboni, voce, chitarra e drum-machine, esuli da due paesini emiliani dove i freak pukettoni non erano poi così ben accetti. La fuga dalla madre, appunto, l’esilio, la nascita dei CCCP. E poi quel continuo ritornare sul tema: la ricorsività del ventre di donna nei testi di Ferretti, la ricorsività di Pier Paolo Pasolini, la necessità di un credo cui votarsi: dal punk filosovietico (fuso alla musica melodica emiliana) all’elogio della carne. Dall’epopea partigiana alle guerre balcaniche. Dalle preghiere per il nuovo millennio, ai salmi che odorano di chiese sconsacrate e incensi pagani.

Il concerto fu breve ed emozionante. Ferretti concluse le sue invocazioni con una poesia tratta da Le ceneri di Gramsci. Solo la sua voce, introdotta dall’ennesimo, vibrante, assolo di Fresu. Iniziarono gli applausi. Diretti, forse, più al luogo in sé che dell’evento. Molta gente, infatti, sembrava applaudire alla natura. Come se ringraziarla per quanto ci aveva dato fosse la cosa più semplice e doverosa. Qualche ferrettiano oltranzista strinse il naso per l’assenza di pezzi conosciuti. Una coppia di quarantenni toscani, i quali seguivano Ferretti pressoché in ogni dove, profetizzò la reunion dei CSI. A conti fatti, più che profetizzarla, credo l’auspicassero. Finito il concerto, Fresu e Ferretti scesero nuovamente in pianura, seguendo la via panoramica che avevamo evitato poche ore prima. Ricordo che mi ero portato dietro una bottiglietta di grappa fatta in casa da mio nonno. Assieme al mio amico avevamo pianificato di offrirla a Ferretti, guru post punk delle nostre serate etiliche universitarie. Lo stesso Ferretti che si sgolava nei cd masterizzati dei CCCP che i nostri stereo consunti leggevano a fatica. E solo dopo dosi non indifferenti di manate, vere e proprie panacee a qualsiasi tipo di problematica elettronica. Così, mentre Ferretti si avviava alla discesa, lo fermammo e gli allungammo la bottiglia di grappa.

– Giovanni, ecco un sorso di grappa. – Feci in tempo a dire.
Circondato da musici e sodali, sotto lo sguardo divertito di Fresu, Ferretti si dimostrò cortese, quasi imbarazzato, ma risoluto.
– No grazie, non bevo da un sacco di tempo. Se la accettassi, dubito arriverei in pianura sulle mie gambe.
In ogni caso ci ringraziò, stringendoci la mano. Amichevolmente. Lui e Fresu, di lì a poco, sparirono come inghiottiti dal costone di roccia.

[Io sto bene io sto male io non so dove stare. Io sto bene io sto male io non so cosa fare…]

Ebbi l’occasione di vedere Ferretti dal vivo un altro paio di volte. A discapito delle profezie della coppia toscana, i CSI non si riunirono e Giovanni Lindo si circondò di un paio di musicisti con i quali portare sui palchi di mezza Italia, rivisitandoli, alcuni dei suoi vecchi successi. Eravamo già nel bel mezzo del periodo dell’elogio alla teologia di papa Ratzinger e della presa di distanza dal collettivismo situazionista dei fu-CCCP. Guardandoci negli occhi, io e il mio vecchio compagno d’università ci stupivamo del fatto stesso che la gente si stupisse di questa “deriva” ferrettiana. Non era forse stato Ferretti a cantare l’elogio della creazione in Del mondo? E non era stato forse lo stesso Giovanni Lindo ad avvertire il suo pubblico sul «non fare di me un idolo mi brucerò»? Per non parlare, poi, di Irata, canzone tratta (ancora) da una poesia di Pasolini, in cui è scandito il mantra ferrettiano: «non tornerò mai dov’ero già. Non tornerò mai, a prima mai». In fin dei conti l’impressione, forse banalizzata, era che Ferretti necessitasse di un credo cui votarsi. Di una cattedrale cui rivolgersi e trovare accoglienza. La lettura basilare voleva che al situazionismo del punk filosovietico (e all’iconoclastia post comunista) seguisse la mitologia bellica (le lotte partigiane, la celebrazione di Fenoglio, le guerre della ex Jugoslavia), con la guerra intesa come scrigno di miti, leggende, brutalità. Simbolo folle di un ritorno alla natura “animale”, piuttosto che evento da celebrare. E poi, in ultima battuta, la religione. Il “ritorno alla casa del padre”. Una religione scolastica, dottrinale, filosofica. Più Ratzinger di Bergoglio. Più ortodossia che pauperismo. Il cerchio delle divinità cui votarsi poteva ritenersi concluso?

Fu la visione del bellissimo documentario Fedele alla linea (visto pressoché in solitaria, in un’afosa serata pordenonese) a chiarirmi tutti i dubbi. Il racconto dell’epopea di Ferretti, dagli anni berlinesi con Zamboni alla rottura e al ritorno a casa a Cerreto Alpi, il paese natale, passando per la malattia, riuscì ad aggiungere i tasselli che, forse superficialmente, non avevo considerato. Intervistato dal regista nella sua casa di Cerreto Alpi, Ferretti racconta la sua vita, il passaggio dall’essere un giovane punkettone in un paesino appenninico al diventare allevatore di cavalli. Sempre in un paesino appenninico. Sempre fedele alla linea della sua natura. I cavalli, appunto, ecco il tassello “vitale” che mancava alla mia ricostruzione. Il ritorno a casa è, per Ferretti, ritorno alla natura primigenia delle cose. Ai ritmi lenti della vita. Alle consuetudini del paese. All’alternarsi delle stagioni. Alle scansioni della terra. Alla realtà impervia di un paese impervio. Duro ma accogliente. Ostico come la natura che lo circonda. Paradossalmente, l’errore di fondo era lì: davanti ai miei occhi. Troppo tempo perso a ricordare solo la prima parte dello slogan dei CCCP (punk filosovietico), per concentrarsi sulla sua continuazione: musica melodica emiliana. La perfezione si nasconde nei dettagli.

Attualmente Giovanni Lindo Ferretti sta continuando a portare in tour il suo ultimo disco, A cuor contento: celebrazione di trent’anni di carriera che, per lo spessore del personaggio, concede davvero poco all’autocelebrazione. L’impressione, sentendolo sul palco, è come sempre duplice. Da un lato troviamo il reduce che guarda con disincanto alla porzione di vita che si è lasciato alle spalle, celebrando non tanto il mito di se stesso, quanto l’ineluttabilità dell’esistenza e l’evidenza del cammino percorso. Ogni cicatrice, quindi, diventa una canzone. Ogni canzone un pezzo di vita. Un documentario, piuttosto che una catarsi. Tanto che qualcuno potrebbe pensare a una sorta di freddezza, ma no, non è così. Dall’altro lato, invece, opposto al reduce sopraggiunge il (questa volta) giovane punkettone legato alle radici. E il concerto si trasforma in un’occasione per vaticinare sul futuro del mondo (rileggendo canzoni vecchie di decenni) e per suggerire la vera via di fuga. Il ritorno alla terra. L’epopea dei cavalli. La saga della natura che riprende possesso di ciò che le spetta. Così l’evento muta in qualcosa di diverso. Una finestra non più sul fenomeno individuale, bensì su ciò di cui parla. Su ciò cui inneggia o stigmatizza. Sulle sue lucide visioni.

Alcuni giorni fa, per l’ennesima volta, sarei dovuto andare a sentire Ferretti. La vita corre veloce, e alterna stati d’agitazione mossi da quel dualismo che ci vuole, a nostra volta, reduci e profeti. Non ho trovato il biglietto. Non l’ho cercato, in realtà. Avrei voluto sentirlo. Non sono riuscito a volerlo abbastanza. Stamattina, appena sveglio, ho messo sul giradischi il vinile di La terra, le guerra, una questione privata, il live tenuto dai CSI ad Alba in omaggio alla memoria di Beppe Fenoglio. Per me uno dei picchi più alti della discografia di Ferretti. Prima di morire, Fenoglio dettagliò le sue richieste «sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano e la qualifica di scrittore e partigiano. Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello. E non ci sarà pericolo che il vento spezzi la mia lapide, perché giacerò nel basso e bene protetto cimitero di Alba». L’ennesimo ritorno a casa. L’ennesimo legarsi, nuovamente, alla terra.

[Quando poi ferito cade, non piangetelo dentro al cuore. Perché se libero un uomo muore non gli importa di morire]

Poi, dopo qualche secondo, con il giradischi a sfrigolare il suono del silenzio, attacca Irata. E partono i brividi. Perché, per l’ennesima volta, si è coscienti che sì, che qualsiasi cosa accada, dopo la morte della domenica, arriverà nuovamente il lunedì.

«Incombere umorale degli affetti del sangue. Incombere umorale delle idee delle istanze. Insolente promessa sciocca, vacua, solenne di bastare a sé…».

Immagini prese da Google

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