Sono partita per il Nepal pensando di fare una vacanza e, invece, mi sono ritrovata a fare un viaggio. E non un viaggio qualunque.
Sono ancora qui.
Ammalata, stanca, a momenti stufa, a volte entusiasta e appagata.

Per molti il Nepal è un posto legato a una profonda spiritualità, e non è sbagliato, ma quella spiritualità non va ricercata nelle guide per i turisti e nemmeno nei luoghi considerati sacri da induismo e buddismo, le due principali religioni che qui convivono senza alcuna difficoltà.

Da subito, appena scesa dall’aereo, l’aria calda, carica di smog, umida e per nulla limpida, ha contaminato la mia idea di questo luogo.
Per la prima settimana sono stata ospite di una associazione friulana dal nome Friuli Mandi Nepal Namaste che qui lavora ormai da vent’anni.

L’associazione si occupa principalmente di bambini, in modo molto familiare, oserei dire, tra case famiglia, scuole e centri che ospitano bambini disabili, ho avuto occasione di scontrarmi e incontrarmi con una realtà cruda, fredda, talmente lontana dal nostro mondo che a volte mi ha lasciata completamente disarmata.

La sensazione è stata quella di essere davanti ad un problema talmente grande da non poter essere nemmeno compreso, che qualsiasi cosa pur nel mio piccolo io possa fare sarebbe comunque totalmente inutile.
Mi sono sentita completamente svuotata, a volte nascondendo una sensazione di panico, orrore e paura, comprendendo che la mia vita è solo un corpo, carne e ossa, vuoto.

È una sensazione che non ho mai provato prima e, con mio grande stupore, non ho pensato nemmeno per un istante di sfuggirvi, ero lì e sono ancora qui per affrontare tutto, da me stessa a ciò che del mondo non conosco.
È molto difficile riuscire a spiegare cosa si prova, le mie lacrime lo dimostrano molto meglio perché le parole non basteranno mai.

Tutto d’un tratto mi sono resa conto che molte cose che finora avevano un peso enorme, anzi alle quali io davo tale peso, in realtà non ne avevano più.
Siamo, nel nostro mondo “occidentale”, talmente pieni di parole e di risposte per ogni cosa che, trovarci davanti allo specchio e vederci solo come un pezzo di carne è talmente forte e talmente indescrivibile che l’unica cosa che puoi fare è capire chi sei, senza più alcun egoismo, senza più bisogno di porti un obiettivo, senza paura. Puoi solo accettare di essere di nuovo travolto dalla vita senza poterti difendere, come se mai nessuno e nessuna esperienza ti abbiano insegnato a proteggerti.

Qui non c’è nulla che ti possa ricordare casa, non c’è nulla dietro cui puoi nasconderti pur di non essere travolto dalla vita. Ci sono donne e uomini talmente minuscoli da essere così potenti nella loro semplicità, onestà, sincerità, gratitudine, bellezza, da rendere l’essere umano l’opera d’arte più bella al mondo. Non c’è stato bisogno di parlare nella stessa lingua perché non c’era proprio bisogno di parlare, tutto passava e passa attraverso gli occhi, le emozioni, i sorrisi, piccoli gesti talmente potenti da lasciare cicatrici indelebili.

Ho visto bambini rimasti orfani a causa del terremoto del 2015, bambini con disabilità che altrimenti sarebbero rimasti nascosti nelle case dei loro genitori o abbandonati, bambini talmente felici di poter andare a scuola da rendere la nostra società un enorme e gigantesco mostro.
Come tutti i bambini reclamano il loro diritto di essere tali, non di avere, possedere, pretendere o chiedere alcunché.

Mi sono sentita minuscola davanti a loro, ai loro sorrisi così potenti, alle loro manine che cercavano solo di dire “Ehi ci sono”, mi sono sentita accudita e amata in un modo così semplice, naturale, puro e pieno, che mai prima d’ora ho pensato potesse esistere.

È vero, la sensazione più forte è quella di totale impotenza, ma la sfida sta in questo: non darsi per vinti e fare tesoro di ognuno di quei piccoli sorrisi, scattarne un’istantanea perenne e non permettere a nessuno e niente di fartela dimenticare.
A raccontarla così sembra quasi che uno debba venire qui per ritrovare se stesso ma questa è una inevitabile conseguenza dell’esperienza, la realtà è che a te stesso nemmeno ci pensi, pensi solo a cosa puoi fare e, principalmente, al fatto che puoi fare molto poco ma per qualcuno quel molto poco diventa l’opportunità della vita.

Un bambino che qui può andare a scuola sa che ha nelle sue mani il suo futuro e si sente così grato per questo che difficilmente avrà mai voglia di lamentarsi ma, dietro a tutto questo, non c’è da parte sua alcuna follia legata alla competizione, all’esibizionismo, al bisogno di far felici mamma e papà, al senso del dovere e dell’obbligo, all’ottenere qualcosa che per noi invece sembra essere un percorso prestabilito, un qualcosa da mettere in curriculum con fatica e controvoglia.

Mi viene da dire che, nonostante la mia difficoltà a spiegare tutto ciò che ho compreso, forse non appieno, guardando questi bambini, ci si trova davanti all’essere umano più vero, più puro, senza fronzoli. Sono bambini che posseggono forse nulla se non se stessi, il proprio futuro, due magliette i più fortunati, nessun giocattolo, non esistono litigi tra loro, non esiste competizione, si prendono cura l’uno dell’altro senza chiedere nulla in cambio.

Lo stesso avviene per le persone che li accudiscono.
Ci sono donne forti, famiglie che hanno deciso di prendersi cura di cinquanta bambini raccolti tra le macerie del terremoto in montagna, mamme che devono essere madri di tutti loro, vestirli, lavarli, accudirli, proteggerli, curarli tutti i giorni, spesso da sole.
Queste, per me, sono le donne in cui credere, in cui ripongo la mia più grande ammirazione e che meritano il più totale rispetto e noi non sappiamo nemmeno che esistono, perché sí, la bellezza, la vita stanno nell’essere umano più piccolo, più umile e che ha trovato il suo scopo nel sapersi donare senza nulla chiedere e senza sentire alcuna mancanza.

Che cos’è l’amore?
Credo che sia questo. Nulla più e nulla meno. E’ una cosa che senti e quella cosa per cui non devi mai chiederti perché, perché lo fai, che cosa ti toglie, che cosa ti dà, come puoi cambiare, chi sei… L’amore è, e basta.
Non puoi nulla nei suoi confronti.

E poi c’è la contraddizione tipica dei paesi del terzo mondo, la sporcizia, la negligenza, la poca cura dell’ambiente, la tutela del patrimonio.
La sensazione è quella che non ci sia ancora la consapevolezza occidentale della finitezza delle risorse. I negozi vendono merce, a volte indefinita, in mezzo alla strada che anche nelle città più grandi spesso è sterrata, con materiali depositati a caso sul suo tracciato, senza alcuna regola relativa alla gestione del traffico.
Non ci sono nemmeno i cartelli stradali, le indicazioni delle strade, delle vie, non vi sono limiti di velocità, sembra che non ci siano regole in generale.
Ci sono orde di persone che si spostano in motorino per il quale il casco è obbligatorio solo per il conducente e non vi è limite per il trasporto di persone o cose come non vi è per la macchina.

Spesso per percorrere pochi chilometri ci si impiegano due o tre ore, gli autobus sono stracarichi, le persone si accalcano letteralmente una sopra all’altra, i bambini vengono messi in braccio agli sconosciuti pur di salire, non esistono i biglietti ma solo le banconote lasciate in corsa a un bigliettaio più o meno farlocco, per far ripartire l’autobus basta dare dei colpi alla lamiera, per scendere bisogna spingere, dal momento che nonostante esistano alcune fermate comunque la salita e la discesa possono avvenire ovunque.

I fiumi, i torrenti, sono disseminati di rifiuti,  come pure i marciapiedi, dove esistono. Ogni cosa è venduta con packaging singolo, la carta igienica, ad esempio, o lo shampoo sono tutti in dosi singole.
Ci sono negozi, o meglio, degli spazi grandi quasi come armadi che danno sulla strada, dove il venditore sta a malapena all’interno, che vendono solamente dolci, caramelle, patatine, tutte in confezioni di plastica singole e questa è una cosa che è appena arrivata qui, una novità per loro, come lo era per noi forse negli anni 60.

Allo stesso modo ci sono enormi problemi legati alle case.
I terreni costano tanto quanto l’edificio stesso e vi è un enorme speculazione.
Gli edifici vengono costruiti con materiali di scarsa qualità, spesso gli operai sono bambini o poco più che ragazzini, non vi è progetto, non vi è normativa edilizia e non vi è controllo alcuno, in un luogo che ha già subito diversi terremoti. Questo fa rabbia.

Anche nei paesi più piccoli e isolati, il problema è lo stesso. L’acqua è per la maggior parte contaminata, tanto che anche negli alberghi per turisti è sconsigliato perfino lavarsi i denti con l’acqua del rubinetto.

Le stesse persone che buttano a terra i rifiuti e che non hanno cura del luogo in cui vivono sono, però, le stesse persone che sono pronte a condividere quel nulla che possiedono con te. La gentilezza e la gratitudine non mancano mai, tutti si fanno in quattro pur di farti sentire ospite gradito. E questo avviene sempre, senza alcun barlume di avidità, di necessità di scambio in denaro o di volontà di chiedere di più.
Vi sono, ovviamente, dei casi in cui, soprattutto con i turisti, questo non avviene ma questo succede dappertutto e non è di certo caratteristica del luogo.

Al momento mi trovo a lavorare ad un progetto di architettura con uno studio danese (Emergency Architecture and Human Rights) che si occupa di architettura intesa come diritto umano. Come possiamo facilmente immaginare la maggior parte del mondo non ha accesso all’architettura intesa come qualità dell’abitare, pochi possono permettersi di pensare alla qualità del luogo in cui vivono ma in realtà basterebbe molto poco.

Qui, durante il workshop, lavoriamo assieme ad un’associazione locale che si occupa della ricostruzione post terremoto e, assieme agli abitanti di un villaggio sulle montagne di Chandragiri, una zona molto povera ad ovest di Kathmandu.
Una signora del luogo ci offre il portico al di fuori della sua semplicissima casa per depositare i materiali, per riposarci o semplicemente per offrirci un tè due volte al giorno. Molti abitanti del paese passano, guardano quello che stiamo facendo, alcuni si fermano, altri tornano a casa e si ripresentano il giorno successivo chiedendo di lavorare con noi, senza ovviamente aspettarsi ricompensa alcuna.
Tra di noi parliamo inglese, siamo tutti volontari molto giovani e il gruppo è un ottimo team di lavoro. La popolazione locale è felice di ciò che stiamo facendo e noi cerchiamo di condividere delle buone pratiche circa la pulizia del luogo, il metodo di lavoro e lo stare insieme.

La mia esperienza qui non è ancora finita.
Chissà quanto ancora dovrà accadere e quanto ancora potrò imparare.
Ci sono momenti difficili in cui vorrei essere a casa o sentire al mio fianco le persone a cui voglio bene. La lontananza, soprattutto se è accompagnata da queste esperienze forti è molto difficile da affrontare ma ti aiuta a comprendere in che cosa vale veramente la pena di credere.
Inizi piano piano a scremare le tue emozioni, a capire chi vuoi accanto e perché, riuscendo a renderti conto della semplicità e dell’autenticità di un sentimento e la lontananza fa sentire tutto in modo esponenziale.

Non credo che questo viaggio mi cambierà al punto che le persone accanto a me se ne possano accorgere sostanzialmente ma non importa, io so che cosa ho vissuto e la difficoltà sarà nel trovare il modo di portare questo bagaglio con me, con umiltà e con fierezza.

Voglio da ultimo ringraziare i miei compagni di viaggio che sono stati amici, genitori, sconosciuti e che, spesso, hanno saputo e dovuto condividersi senza paura, fidandosi di chi avevano accanto, sapendo che solo noi in quel momento potevamo comprendere, senza bisogno di aggiungere parola alcuna.

Mi dispiace che questo articolo sia diventato così lungo e molto personale e che non sia esattamente una guida per visitare il Nepal ma credo che sia molto di più, perché effettivamente, per me tutto questo è molto di più.

Condivido qui il link alla pagina dell’associazione friulana Friuli Mandi Nepal Namastè e resto a disposizione per chiarimenti, domande, interessi anche più turistici, se necessario.

https://www.facebook.com/mandinamaste/

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