PRIMA PARTE – PERCHE’ FLIPPO SOLO HARDCORE

La mia prima cassetta rap è stata una TDK da 75 minuti, su cui un mio compagno di liceo aveva registrato “Odio Pieno” del Colle der Fomento  e, dato che avanzava spazio, aveva aggiunto anche un paio di canzoni da “Bacdafucup” degli ONYX (per chi non li conoscesse, loro sono gli ONYX: Onyx – Bichasniguz). Ripensandoci, fu un inizio niente male.

Odio Pieno” è stato il mio primo album rap italiano, quindi, e, per quanto possa sembrare banale scriverlo, il Colle der Fomento è stato il primo gruppo rap italiano che abbia mai ascoltato. Le varie divagazioni rap-pop che giravano in radio (Articolo 31, Sottotono, …) non contano, perché il CDF è stato il primo gruppo rap cui mi sia realmente appassionato e che, volente o nolente, ha cambiato la mia percezione della musica in generale e della musica hip hop in particolare.

Come il disco di un gruppo di Roma sia finito nel walkman di un “pischello” di Pordenone, è presto detto. Uscito auto-prodotto nel 1996 (per la Mandibola Records di Ice One, anche beatmaker del gruppo), il disco venne ristampato dalla Virgin music un anno dopo, modificando i pattern della copertina (da toni di blu a toni di rosso) e aggiungendo alcuni remix.

Per quanto il rap fosse una musica di nicchia, e per quanto il rap italiano lo fosse ancor di più, quei tre ragazzi romani erano riusciti a trovare la distribuzione di una major. Ai tempi, nella scena rap, si gridava al “commerciale” per molto meno. Verso il CDF nessuno osò mai alzare una critica del genere. Perché, semplicemente, “Odio Pieno” era ed è un capolavoro. Giustamente distribuito, con i dovuti appoggi logistici, in tutto la Stivale.

I primi CDF erano Ice One (storico dj e produttore della scena romana, già ascoltato come rapper nel suo disco d’esordio “B-boy Maniaco”), il Danno e la Beffa (poi Masito Fresco), due giovani (anagraficamente, ma non a livello di esperienza e tecnica) MC romani. L‘album è discretamente atipico per essere un disco rap italiano. Per quanto le influenze musicali si possano riscontrare con “facilità” (la New York degli Onyx e dei Wu-Tang, il rap “bianco” dei Cypress Hill e degli House of Pain, le radici italiche dei Sangue Misto), sono i testi a colpire maggiormente.

Là dove i tappeti musicali di Seba – Ice One vivono della black music (di quella colta, però…) e di campionamenti “sporchi” e scratch affilati, l’immaginario lirico dei due MC (aiutati dalle ospitate del Piotta, di Julie-P nei cori e dello stesso Ice-One) pullula di fumetti Marvel, letture beat («nel mio letto leggo Hank, flippo funk, bevo birra»), quadri di vita vissuta, scorci di Roma (ma una Roma buia, tetra e pericolosa come una New York anni Novanta), deliri ironici che devono più alla “romanità” dei due (sempre in senso positivo) che a un tentativo di egotrippin’, prese di posizione sociali («non sono né un compagno, né un camerata, ma un b-boy», canta il Danno in “5 a 1”, dove descrive il pestaggio subito da parte di un gruppo para-fascisti). Il tutto condito dal vero e proprio faro guida del gruppo, ovvero l’universo di “Guerre Stellari”.

Le citazioni, dirette o indirette, velate o esplicite, palesi o celate del mondo degli Jedi sono infatti una presenza costante all’interno dell’album (e della carriera del gruppo). Aspetto che, una ventina d’anni fa, era un unicum nel panorama musicale e “culturale” italiano, visto che l’hype nei confronti di “Guerre Stellari” era qualcosa di decisamente diverso da quello attuale, e visto che i due MC che rappavano di Boba Fett e Ben Kenobi erano due ragazzini romani poco più che ventenni (curiosamente, nel 1997, il gruppo rap francese degli IAM faceva uscire “L’école du micro d’argent”, a sua volta fortemente debitore dei personaggi di George Lucas: https://www.youtube.com/watch?v=CW4PtgKDc1k)


In un certo senso, l’uscita di “Odio Pieno” cambiò le regole del rap underground dell’epoca, dimostrando che non era necessario piazzare un “singolone” romantico o strappalacrime per poter finire in classifica e, soprattutto, che la cura nella realizzazione di un disco (con tutta l’attesa e il lavoro che esso necessitava), potevano andare di pari passo con i live, le jam-session, e tutta quell’aura di street-credibility che, due decenni fa, era così importante nel panorama rap militante. Intendiamoci, il CDF piaceva (o poteva piacere) anche ad ascoltatori non abituati al rap.

Soprattutto, per i testi maturi, le basi “cupe” ma curate, la bravura tecnica e l’onestà dei membri del gruppo, riusciva a erodere consensi anche presso persone che non avevano nulla a che fare con la musica rap, ma che amavano la musica underground. “Odio Pieno”, quindi, fu una perla inaspettata, di cui si parlò molto più di quanto si possa immaginare ora, e che giunse a un pubblico ben più vasto di quello che un gruppo rap italiano fosse solito raggiungere.

Il tutto, però, ribadendo qualche stupido e non banale concetto: il rap degli anni ’90 era qualcosa di completamente diverso rispetto al rap contemporaneo e, allo stesso tempo, i mezzi di diffusione e i meccanismi della creazione dell’hype erano qualcosa di estremamente meno “rapida” rispetto al periodo attuale. In un’epoca di “binge-listening”, instore e Spotify, con ogni probabilità, anche un gruppo maturo come il CDF avrebbe faticato a emergere. Proprio per le motivazioni di cui sopra: la profondità e varietà dei testi, le tematiche e, soprattutto, la natura “hardcore”.

[Cose scomparse dalla mappa del rap parte prima: i beat belli sporchi che crescono mentre l’MC inizia a rappare…]

Per tre anni il CDF promuove “Odio Pieno”, partecipa a concerti e Jam, inanella alcuni featuring “importanti” e scrive. Soprattutto, scrive. Da quelle sessioni di scrittura, nasce “Scienza Doppia H”. Siamo nel 1999. 

Il rap italiano inizia a prendere piede, ma siamo sempre ben distanti dai fasti che ha assunto degli ultimi cinque/dieci anni come vero e proprio fenomeno di costume. I gruppi e gli artisti si moltiplicano, le scene “metropolitane” (Bolo, Roma Zoo, Milano,…) si fanno più “produttive”, i suoni si diversificano (ma sempre con un occhio agli Stati Uniti), gli artisti collaborano maggiormente (e trasversalmente ) tra loro. Il CDF, dal canto suo, con “Scienza Doppia H” (tributo alla musica Hip Hop fin dal nome) dimostra di non essere troppo interessato a seguire un percorso, bensì a tracciarlo.

Chi si sarebbe aspettato un “Odio Pieno” parte due, rimane subito spiazzato, perché il secondo disco del collettivo romano è un disco ancor più maturo. Dove l’immaginario non è più (soltanto) quello dei “pischelli” romani con la fissa per l’hardcore, i fumetti, la beat-generation e il rap d’oltreoceano, bensì si arricchisce di riflessioni ancor più profonde, fotografie ancor più vivide di una Roma che, dalla cupezza di “Cinque a uno” passa alla luce de “Il cielo su Roma” (uno dei più bei pezzi musicali sulla Capitale dell’intero panorama musicale italiano, almeno secondo me…).

Frammenti di vita vissuta, immaginario filmico (“King Kong vs Godzilla”, “Toro scatenato”), “cazzeggio” ed egotrippin’, restano presenti anche in questo secondo disco, ma sembrano meno “sfrontati”. Meno ludici. Più riflessivi. Poi, come al solito, ci sono i pezzi di “tecnica pura”, ovvero quei pezzi nati per far muovere i culi ai concerti e alle jam, con il ritornello ossessivo e infottato che, sotto certi versi, è il marchio di fabbrica che certifica l’aderenza del CDF a quella che è la old school del rap:

[Cose scomparse dalla mappa del rap parte seconda: i beat che sembrano squarci di beat box su cui gli mc rappano tipo freestyle]


Oltretutto, “Scienza Doppia H” è il primo album del CDF da cui esce un video musicale (in realtà saranno un paio, il secondo è il sopracitato “Il cielo su Roma”). Il video in questione è “Vita”:

https://www.youtube.com/watch?v=D4fdBUGw_2w
[E lo passavano anche abbastanza…]

Poi, come direbbe Emidio Clementi dei Massimo Volume, «le cose presero un’altra piega». Per quasi otto anni i CDF non pubblicarono più alcun disco ufficiale. Certo, restarono le collaborazioni con altri rapper (principalmente della scena romana, e principalmente da parte del Danno), ma di un nuovo disco del Colle nemmeno l’ombra. Fino al 2007, quando uscì “Anima e Ghiaccio”. 

Se già “Scienza Doppia H” aveva mostrato in controluce i primi “contrasti” all’interno del gruppo (il doppio ruolo di produttore e MC di Ice One aveva “modificato”  le dinamiche interne al Colle, quanto meno in senso tecnico, cioè di incastro musicale), “Anima e Ghiaccio” sancisce l’effettiva separazione tra i due MC romani e il loro storico produttore. La separazione va intesa in senso musicale e non umano, perché la stima e il rapporto profondo tra i tre rimane immutato. Semplicemente, le strade si dividono, e i progetti si diversificano. Se è possibile, “Anima e Ghiaccio” è il disco che testimonia perfettamente questo iato.

Sui giradischi, sia live che su disco, entra in pianta stabile Dj Baro, mentre le produzioni vengono affidate ai migliori produttori della scena romana (Dj Stile, Mr. Phil, Squarta, Dj Baro, lo stesso Danno), con l’aggiunta di qualche “pezzo grosso” come Dj Shocca, Mace, Turi e Don Joe. Questa varietà di produttori non può che riflettersi su “Anima e Ghiaccio” che, a differenza degli album precedenti, suona molto più proteiforme. Non propriamente slegato, quanto più meno fedele a quel concetto di concept album che poteva essere “Odio Pieno”.

In ogni caso “Anima e Ghiaccio” suona, e suona bene. L’impressione è che il distacco da Ice One abbia dato maggior responsabilità a Danno e Masito, aggiungendo a ciò una sempre maggior maturità di scrittura e abilità tecnica. Sembra banale dirlo, ma sono passati più di dieci anni da “Odio Pieno” e, inevitabilmente,  i due MC non sono più i pischelli infottati con Guerre Stellari e Henry Chinaski, ma due adulti che rappano con consapevolezza della realtà che li circonda (non che prima non lo facessero, beninteso). Così, ai più classici pezzi jam (“Ghetto Chic”, “Più forte delle bombe”, “Benzina sul fuoco”), si uniscono pezzi più riflessivi (“Punti di domanda”, “Sorridi”, “RM Confidential”), i quali hanno il pregio di dare ad “Anima e Ghiaccio” un più ampio spettro di tematiche. Nuove chiavi di lettura che, dall’egotrippin’ (ma fatto con stile) virano sempre più verso l’introspezione. E poi, beh, poi c’è Kaos su “La Fenice”:

https://www.youtube.com/watch?v=T1yT_F1yf1E
[Il primo, vero, supergruppo del Rap italiano…]

INTERLUDIO – A LUNGO, SONO ANDATO A LETTO PRESTO

La parte di articolo che avete letto finora era stata scritta più o meno sei mesi fa. Poi, un po’ per pigrizia, un po’ per impegni improrogabili, era rimasta chiusa nel cassetto. In attesa di essere rivista e completata con la domanda che, sei mesi fa lo ribadisco, frullava nella testa di tutti gli aficionados del Colle der Fomento. Ovvero, cos’hanno fatto Danno e Masito in questo decennio? E, soprattutto, cosa dobbiamo aspettarci da loro. Uscirà mai un nuovo disco del Colle? 

In un certo senso, la risposta alla prima parte della domanda non ha nulla a che vedere con quella alla seconda parte della medesima perché, in definitiva, Danno e Masito, in questo decennio, non sono stati affatto con le mani in mano. Esclusi i molteplici live (con la creazione del Supergruppo “Good Old Boys”, assieme a Kaos, Dj Craim e Dj Baro, e con la partecipazione di Lord Bean), e il progetto cyberpunk del Danno con gli Artificial Kid (“Numero 47”), i due MC hanno partecipato a decine di pezzi con alcuni dei migliori artisti e produttori della scena rap italiana e internazionale. Quasi a ribadire, a cadenza aritmica ma costante, che il Colle era vivo e che lottava per quello spazio nel mondo che era riuscito a crearsi. 

Sarebbe interessante fare una raccolta di tutti i  featuring e le collaborazioni inanellate da Danno e Masito nel decennio 2008-2018 perché, credetemi, salterebbero fuori dei piccoli capolavori che, per spessore e tecnica, evidenzierebbero come i due, in fin dei conti, non se ne siano mai realmente andati del tutto. Nonostante il titolo di questo pezzo…

[«Adesso tu mi parli e mi domandi,ma io non sono qui, E vorrei essere migliore per davvero, Ma forse ho troppi anni,troppi limiti o forse va così, Più si cresce,meno si capisce e maledico er cielo»]

All’inizio di novembre, però, nelle pagine social del Danno e del Colle, iniziava il conto alla rovescia. E qui la seconda parte della domanda di cui sopra trovava risposta. Il Colle avrebbe fatto uscire un nuovo disco, a più di 10 anni di distanza dall’ultimo. Si sarebbe chiamato “Adversus”, e sarebbe uscito il 18 di novembre. Era iniziato il conto alla rovescia.

Continua su Il ritorno dei Colle der Fomento pt. 2

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