SECONDA PARTE – STORIA DI UNA LUNGA GUERRA

Continua da l ritorno dei Colle del Fomento pt.1
Prima di scrivere di “Adversus” l’ho letteralmente consumato. Allo stesso tempo, come sempre più spesso mi accade, ho cercato di capire (dalle recensioni su siti specializzati, forum, canali Youtube e via dicendo) come era stato accolto l’album dalle altre persone. Così da confrontare le mie idee (in divenire, ascolto dopo ascolto) con quelle di chi già si era espresso in merito. 

Innanzi tutto, una cosa andrebbe messa subito a fuoco: il panorama rap (italiano, ma non solo) in cui si muove il CDF nel 2018/19 è drasticamente mutato rispetto a quello in cui si muoveva fino ad “Anima e Ghiaccio”. Non si tratta di esprimere giudizi di merito, ma di evidenze. Nel 2007 il rap italiano era stato sostanzialmente “rovesciato” dal fenomeno Fabri Fibra. Tutto ciò che si sarebbe sviluppato da lì a un decennio, in fin dei conti, partiva proprio dall’esplosione “commerciale” del Fibroga.

Se nel decennio precedente le cose non erano poi cambiate di molto, del decennio successivo ad “Anima e Ghiaccio” si era assistito a un vero e proprio smottamento tellurico. Il rap era finito, in maniera lenta ma inesorabile, sulla mappa delle classifiche di vendita italiane. E non solo con i soliti Sottotono (ormai sciolti), Neffa o Articolo 31. Artisti insospettabili avevano fatto pezzi che si erano sentiti per mesi interi in radio, erano scoppiati (e si erano separati) i Club Dogo, alcuni si erano dati al cantautorap, altri all’indie-rap.

Era nata la Trap, con pischelli di diciotto anni che facevano uscire video fatti con quattro lire, ma che raccoglievano centinaia di migliaia di visualizzazioni su Youtube, strappando così proficui contratti con le major. Parafrasando l’immagine cinematografica scelta dal CDF per spiegare questo periodo, ovvero quella di Noodles in “C’era una volta in America” di Sergio Leone, era come se per un decennio Danno e Masito si fossero chiusi in una fumeria d’oppio nel Bronx. Non tanto per cercare di sfuggire alla realtà, quanto più per comprenderla con la lucida follia delle visioni da oppiacei.

Ecco perché, a mio avviso, è davvero difficile parlare di “Adversus” senza parlare, inevitabilmente, dell’evoluzione (?) del rap in Italia. Mi spiego meglio: una delle maggiori critiche (forse l’unica, in realtà) rivolte a quest’ultimo lavoro del Colle der Fomento è che suona sempre allo stesso modo. In parole povere, si critica l’impressione che per loro il tempo non sia trascorso, e che vogliano riproporre per l’ennesima volta uno stile che, dati alla mano, è stato abbondantemente oltrepassato.

Trovo la critica, in sé, scorretta secondo molti punti di vista. E la trovo sostanzialmente banale, così come trovo banale la contro-critica che spinge i fan storici a dare degli ignoranti in materia a tutti coloro i quali si sentono “delusi” da un lavoro che (apparentemente) non ha alcun appiglio con la realtà musicale contemporanea. Credo che questa “contrapposizione” tra vecchia e nuova scuola (o meglio, tra rap tradizionale e trap), non fosse ciò che avevano in mente Simone e Massimiliano. Soprattutto, non credo che una lettura così superficiale fosse ciò che loro si aspettassero da “Adversus”.

https://www.youtube.com/watch?v=B_xtp3DJXL0&t=2442s
[L’intervista è estremamente interessante, ma dal minuto 11 al 16 c’è la spiegazione dell’anima di “Adversus”]

La copertina di “Adversus” è stupenda. Per colori. Per essenzialità. Per linearità. Per spirito evocativo. Si tratta della maschera da guerra di un samurai giapponese, esposta in un museo di New York. In un’intervista radiofonica, Danno e Masito spiegano come è nata l’immagine. Avrebbero potuto tranquillamente riprodurre la fotografia e poi rielaborarla graficamente, ma hanno preferito ricostruire fisicamente la maschera (grazie a uno studio che si occupa di ciò), così da poterla osservare e ritrarre secondo la luce migliore. La migliore angolazione. Le tonalità più corrette. La volevano toccare. Sfiorare. Tenere in mano. Soppesare. E poi, inevitabilmente, rompere. Così da simboleggiare la rottura di quella protezione che si erano creati durante due decenni passati a calcare palchi e incidere dischi. Non più il Danno e la Beffa. Non più Jedi Master Danno e Masito Kong. Semplicemente Massimiliano e Simone.

Qualsiasi altro rapper contemporaneo avrebbe preso la foto, l’avrebbe photoshoppata ai livelli, l’avrebbe inghirlandata e avrebbe presentato il nuovo album con decine di instore e firma copie. Per il Colle questo era impensabile. E, sotto molti punti di vista, spiega tutto. La cura dei dettagli. L’attenzione alle rime e alle produzioni. Le contaminazioni esterne. La scelta delle atmosfere e dei testi. La precisa necessità di un messaggio da comunicare e veicolare.

Ecco, quindi, che “Adversus” è un piccolo capolavoro. Ed ecco, quindi, che chi non lo capisce non ha precisa conoscenza di ciò che si trova ad ascoltare. A condividere. A introiettare. “Adversus” non è un nuovo “Odio Pieno”. Non è un’alternativa agli album trap di Sfera Ebbasta, o Ghali. Non è un disco che vuole erodere consensi a Fabri Fibra, o Coez, o Carl Brave, o Salmo. Ancor meno vuole limare sull’underground. E, si badi bene, faccio questi nomi solo per far capire l’unicità di “Adversus”. O meglio, del percorso che ha portato ad “Adversus”.

Per due decenni abbondanti della loro vita, Danno e Masito hanno coltivato il loro pubblico. Lo hanno formato. Valorizzato. Affiancato. Soprattutto, non lo hanno mai deluso. Si sono posti con forza e umiltà verso chi li ascoltava e sosteneva. Il tutto senza mai snaturarsi. Senza mai scendere a patti. Senza aver bisogno di strizzare l’occhio a nuove mode o sonorità farlocche. Questo non per una tendenza retrograda o di aderenza alle radici. Bensì per rispetto. Per la consapevolezza di un percorso iniziato con “Odio Pieno”, ed evolutosi nel corso degli anni anche attraverso il silenzio. Che altro non è se non la negazione della superficialità.

Credete sia una cazzata? Andate a prendere un biglietto per un concerto del Colle. Osservate la trasversalità del pubblico. E buona fortuna perché il rischio di sold-out è elevato. Non mi sembra, però, il caso di farsi i pompini a vicenda («Tu te pensi Tarantino, io so’ Sergio Leone»), quindi parliamo del disco. 

Nel capitolo 9 del secondo volume di “Kill Bill” (vedasi sopra), Elle e Budd, due degli antagonisti della Sposa, discutono sul  valore di una spada di Hattori Hanzo. Elle chiede a Budd le differenze tra quella spada e un’altra spada di Hattori Hanzo, che l’uomo aveva dichiarato di aver venduto. Con molta semplicità, Budd risponde: «Se si vuole confrontare una spada di Hanzo bisogna confrontarla con ogni altra spada creata…cioè non creata da Hattori Hanzo». Per “Adversus”, il concetto non è troppo diverso. Tolte un paio di basi (una di Bassi Maestro e una di Davide Nerattini), le produzioni sono tutte in mano a Dj Craim, gli scratch sono tutti appannaggio di DJ Baro e le liriche sono tutte delegate a Danno e Masito (tranne due pezzi con la partecipazione di Kaos One).

Ecco, questa compattezza di suono e metrica è la prima cosa che traspare ascoltando “Adversus”. Siamo più vicini a un nuovo concept-album, piuttosto che a un disco “studiato” al fine di coprire diversi livelli e tipologie di ascolto (il pezzo hardcore, lo street-anthem, il singolone, ecc. ecc.). Detto senza nessun grado di giudizio aprioristico. Sembra quasi come se Danno e Masito avessero non tanto un mare di cose da dire, quanto più voglia di sviluppare un discorso completo che si snoda attraverso le quattordici tracce del disco.

Tracce che si rivelano essere strettamente funzionali e collegate le une alle altre. Nell’intervista che avevo citato in precedenza, Simone e Massimiliano raccontavano di come una buona metà del disco fosse già pronta alcuni anni fa, solo non si sentivano più rappresentati da quel materiale, così da decidere di cestinarlo radicalmente e partire da capo. Non è che in questi dieci anni di “silenzio” il Colle sia andato a letto presto, semplicemente stava elaborando e rielaborando i pensieri. Le rime. Le suggestioni.

Ed è questo il motivo per cui, tecnicamente, “Adversus” è forse l’album più cesellato del gruppo romano. E, con ogni probabilità, uno dei migliori album di rap italiano per quanto concerne la scrittura. Se molti trapper hanno fatto capire al pubblico (giovanile o meno), che con un po’ di ritmo, suoni onomatopeici, ripetizioni esasperate e autotune si può fare musica, è bene ricordarsi che il rap è nato, a livello comunicativo, come una disciplina tecnica. E che la tecnica, anche allorché si voglia ampliare i propri orizzonti di influenza o pubblico, finisce sempre col pagare (qualcuno ha detto Salmo?). 

Non che si nutrissero dubbi sulle abilità del Danno, di Masito o del sodale Kaos, ma non era lecito aspettarsi una scrittura così raffinata. Potrei citare il primo pezzo, “Storia di una lunga guerra”, che è poi uno dei miei preferiti, ma vi rimando a “Miglia e Promesse”:

[«e ricordarmi che per indole o dovere ho miglia da percorrere e promesse da mantenere»]

Qui, in un pezzo rap quasi recitato, il Colle e Kaos riassumono il loro modo di porsi nei confronti di quella che vivono come una missione. Non più maestri Jedi in battaglia, ma cantori di quella lunga guerra cui hanno partecipato e che, con onestà e calore, hanno deciso di narrare. E no, non è il gioco del rap, l’egotrippin’, o lo storytellin’ un po’ furbetto. Qui è vera e propria autobiografia. Una sorta di diario intimo che Danno e Masito decidono di condividere con il loro pubblico. Ecco perché sorrisi (per non prendere a testate la tastiera) quando mi imbattei su una video recensione di “Adversus” sul canale Youtube di un pischello, il quale criticava il loro non essersi esposti a sufficienza. Il loro non essere stati chiari nei testi.

Ma cristo santo, avrei voluto urlargli: più chiari di così. Più intimi di così? Non si tratta di immagini liriche buttate a cazzo, un tot al chilo, tanto per far gridare al miracolo (o allo scandalo…). Si tratta di illuminazioni. Flash. Squarci poetici. Ciascuno deve leggerli e leggere dentro di sé. Il livello non può essere binario. La lettura va approfondita. Scandagliata. Ecco perché questo disco piace ed è piaciuto moltissimo allo zoccolo duro di fan dei Colle (e, si badi bene, aver creato una fanbase attenta e musicalmente colta è un pregio, non un limite…), mentre ha convinto meno i fan dell’ultima ora o i semi-neofiti del rap (anche se sono pronto a scommettere che, passando attraverso i live, il disco crescerà in maniera lenta ma costante anche tra questi ultimi). Semplicemente perché questi ultimi sono troppo abituati a una dimensione comunicativa immediata ed essenziale. E Adversus no, non è questo. Non lo voleva nemmeno essere. E, soprattutto, non avrebbe mai potuto esserlo.

[Testi che se non capisci ora, non capirai mai: «Vanità somma avidità senza er core. Nella discoteca che hanno eretto non ce batte er sole. Chiamano sta merda omologata una rivoluzione.»]

Credo sia dunque questo il motivo per cui i beat di Dj Craim sono così essenziali e, allo stesso tempo, maturi. Proprio per non distrarre dal messaggio dei due MC, piuttosto per accompagnarli in quel loro percorso di descrizione delle macerie su cui si trovano a rappare. E “Adversus”, come dimostra la maschera samurai in frantumi, è un disco di macerie. Un disco dove Danno e Masito descrivono un mondo in cui, pur faticando a riconoscersi, sono costretti a vivere e a lottare. E lo fanno senza paternalismi o auto celebrazioni. Ma come fratelli. Come compagni di lotta e percorso che hanno deciso di tirare una linea e di fare il punto della situazione. Come le parole di Rebecca, bellissima poesia di Montale: «Ogni giorno di più mi scopro difettivo: / manca il totale. / Gli addendi sono a posto, ineccepibili, / ma la somma?». 

La somma, appunto. L’ingenua e pura confessione di Fat Moe al vecchio Noodles, in “C’era una volta in America” di Sergio Leone:

– Io avrei puntato tutto su di te. – dice Fat Moe.

– Eh…e avresti perso. – risponde uno sconsolato Robert De Niro – Noodles. Salvo poi, nel finale del film, riscattarsi a modo suo di ogni supposta sconfitta.     

Perché la vera vittoria non soffre per lo scorrere del tempo.

Perché la vittoria più pura non ha una sola forma, bensì molteplici declinazioni.

Perché i vincenti, senza alcuna eccezione, si riconoscono alla partenza. Non all’arrivo. 

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