La più grande delusione musicale della mia vita avvenne nel 2004, con il concerto dei Cypress Hill al Rototom Sunsplash di Osoppo. O meglio, con il non-concerto dei Cypress Hill al Rototom Sunspalsh di Osoppo, dato che quel concerto non avvenne mai. Purtroppo.  

Dacché abbia memoria musicale sono sempre stato un fan del gruppo di South Gate. Bobo, B-Real, Sen Dog e Dj Muggs hanno catturato la mia attenzione fin dal primo ascolto post-adolescenziale. Non saprei spiegarne i motivi concreti, diciamo però che il loro sound era qualcosa di unico e innovativo. Non solo nei testi (che uscivano dai soliti schemi gangsta della west coast, per avvicinarsi a qualcosa di più criptico e onirico) e nel flow (diametralmente opposto, eppur complementare, dei due MC), quanto più nelle produzioni, ovvero nelle atmosfere che i beat di Muggs sapevano ricreare.

Fu, in sostanza, amore al primo ascolto, così che anno dopo anno, tra negozi di dischi e mercatini dell’usato, raccolsi tutta la discografia dei Cypress Hill. Dall’omonimo disco d’esordio, passando per gli EP, le raccolte di successi in spagnolo, fino a collezionare diversi capitoli della saga Soul Assassins (Muggs ai beat e la crème de la crème degli MC americani al microfono), nonché “Dust” il disco d’esordio solista del producer italo-americano.

(l’album è del 2003, ma contiene spunti ambient e trip-hop decisamente avanti per il periodo…)

Tutto questo solo per spiegare l’attesa spasmodica con la quale mi presentai assieme a Michele (mio fedele compagno di stanza all’Università) ai cancelli del Sunsplash per ascoltare il concerto dei Cypress Hill.

Una cosa va subito detta, per contestualizzare la presenza dei Cypress a un festival come il Sunsplash: i CH sono sempre stati il gruppo rap più amato dagli ascoltatori di altri generi musicali. Cosa nient’affatto scontata in un panorama rap che era molto settorializzato e claustrofobico, e dove “contaminazioni” musicali troppo estreme venivano spesso lette alla luce di trovate commerciali o si risolvevano in pacchianate senza alcun costrutto. Per i CH, però, il discorso era diverso. Vuoi per le produzioni di Muggs, vuoi per l’attitudine degli MC, vuoi per il patchwork stesso rappresentato dal gruppo (Muggs italo-americano, Sen Dog di origini cubane, B-Real di origini messicane, il percussionista Eric Bobo portoricano), le contaminazioni sono sempre state alla base del progetto. Aspetto che ha conferito loro credibilità e interesse. A ciò, poi, si aggiungono altri due aspetti non secondari: i Cypress furono tra i primi a celebrare in modo “strutturale” l’utilizzo della marijuana nei loro testi (in molte produzioni west coast, infatti, la ganja era un argomento finalizzato alla costruzione di un’immagine gangsta), nonché furono tra i primi in assoluto ad aprirsi a generi musicali completamente differenti rispetto a quello di provenienza, pubblicando un doppio album (“Skull&Bones”), dove un disco suonava rap allo stato puro, mentre l’altro si caratterizzava in un crossover che spaziava dal rock al nu-metal più spinto.

Se gli arrangiamenti rock avevano aperto la strada a quelle che poi saranno le “fruttuose” collaborazioni con gli ex RATM, nonché alla pubblicazione di uno dei più riusciti live della storia della musica rap (il “Live at the Fillmore” del 2000)

(“Lick a Shot” è uno storico pezzo di “Black Sunday”, album del 1993; che la sua rilettura in chiave metal del 2000 suonasse così bene, non era cosa affatto scontata, e rimarca la bravura e la poliedricità del gruppo californiano)

L’argomento “celebrazione della marijuana”, faceva sì che molti ascoltatori di reggae, dub e raggamuffin si avvicinassero ai Cypress. Quanto meno per similitudini culturali e di intenti, nonché per sonorità. Il “matrimonio” Cypress Hill – Sunsplash, sembrava quindi rappresentare il connubio perfetto. L’unione tanto attesa che si sarebbe celebrata nello scenario archetipico del più grande festival reggae europeo. 

Come spesso accade, però, non tutte le unioni perfette si rivelano tali, e non sempre il detto “matrimonio bagnato, matrimonio fortunato”, è realistico. Quanto meno in ambito musicale. Fu così che un connubio potenzialmente incendiario trovò sulla sua strada il solo nemico contro cui non c’era davvero nulla da fare: l’indomita pioggia Friulana. 

Nonostante già nel pomeriggio le prospettive non fossero delle migliori, nessuno poteva immaginare che, a poche decine di minuti dall’inizio del concerto, le cataratte piovose della Carnia decidessero di riversarsi sulle migliaia di spettatori accorsi ad assistere all’evento. Rendendo sostanzialmente impraticabile il main-stage del Sunspalsh, e costringendo i tecnici a mettere in salvo tutte le attrezzature elettriche. Si assisteva, quindi, a un doppio fuggi fuggi: quello degli spettatori sotto i tendoni e i gazebo, e quello dei tecnici verso cavi, mixer, impianti e via dicendo. In una situazione caotica in cui non restava altro che guardare in alto e sperare che la pioggia cessasse quanto prima. Ma la pioggia no, non cessò. Quanto meno non cessò mai del tutto, e le notizie che giungevano di volta in volta secondo canali ufficiosi, non erano affatto rassicuranti. 

Il dubbio si trascinò per qualche ora, fino a quando non divenne chiaro che i Cypress Hill non si sarebbero esibiti e che i biglietti sarebbero stati risarciti con un’entrata gratuita per la giornata successiva. Inutile dire la delusione che avvolse me e Michele, zuppi di pioggia fino ai calzini e costretti a rincasare con il riscaldamento dell’auto acceso, nonostante fosse estate piena. Dell’“incidente” gli organizzatori e i Cypress Hill diedero versioni diverse. I primi dissero che era stato proposto ai CH di suonare in una zona ridotta, e che il gruppo si era dimostrato poco collaborativo. I secondi affermarono che l’organizzazione era stata scadente, e che organizzare un set raffazzonato non aveva alcun senso. In fin dei conti, avevano ragione entrambi. Il vero problema era che contro l’indomita pioggia friulana non c’è poi molto da fare se non rassegnarsi. Era successo, nel corso dei decenni, a centinaia di artisti che avevano visto saltare la loro esibizioni in regione. Questa volta era stato il turno dei Cypress Hill. Per dovere di  cronaca va detto che il giorno dopo i Cypress Hill si esibirono all’Arezzo Wave (all’asciutto), e che fu un concerto memorabile. Giusto per rimarcare cosa ci perdemmo quel giorno.

Il 2004, oltre all’anno della mancata esibizione al Sunsplash, fu per i Cypress Hill anche l’ultimo anno di Muggs come membro attivo della band. Licenziato l’album “Till Death Do Us Part” (disco decisamente trascurabile), lo storico DJ dei Cypress si concentrò sulla sua carriera di producer per altri MC (Ill Bill, GZA, Planet Asia, Sick Jacken) e sul progetto Soul Assassins. Non trascurando per questo la sua continua ricerca di nuove sonorità. I restanti CH, invece, ci misero sei anni per fare uscire “Rise Up!”, forse il disco meno interessante della loro discografia, salvo poi dedicarsi a progetti solisti dei quali l’unico degno di nota è il supergruppo “Prophets of Rage” (ovvero B-Real,  i RATM senza Zack, Chuck D e DJ Lord dei Public Enemy). 

Intendiamoci, l’immagine di un gruppo in crisi è quanto di più lontano ci sia dai Cypress Hill del periodo 2005-2017. Muggs è un producer attivo e ricercato, e i concerti dei CH sono sempre stracolmi di pubblico (data la solida discografia e l’innegabile attitudine live dei restanti membri, a cui si aggiunge la leggenda Mix Master Mike). La “separazione”, poi, non è stata traumatica o motivata da mancanza di stimoli o da divergenza di vedute. I Cypress Hill, semplicemente, avevano trovato una loro dimensione “separata”. Che piacesse o meno, questo era un dato di fatto.

Poi, però, arriva il 2018. E le voci iniziano a circolare. Si alternano preview, rumors, immagini, sample musicali. Qualcuno sussurra “Muggs is dead”. Eppure, come da un viaggio iniziatico, Muggs è tornato. Quasi fosse la cosa più naturale del mondo. Perché, in effetti, è proprio così. Perché Muggs è i Cypress Hill. E, in fin dei conti, dalla collina dei Cipressi di South Gate non se n’è mai andato. Si inizia a parlare di “Elephants on Acid”, elefanti in acido, uno dei titoli più assurdi della storia della musica rap. Si delinea l’artwork della copertina. La fame cresce. Come sarà questo nuovo album? La presenza di Muggs crea un comprensibile hype, ma la delusione degli ultimi album è troppa. L’età, poi, non aiuta. I vari membri del gruppo gravitano ormai sull’orbita del mezzo secolo di vita, con trent’anni di carriera (e numerosi record) alle spalle. Saranno ancora in grado di stupire e re-inventarsi in un mondo che sta vivendo la deriva trap?

La risposta è nel primo singolo dell’album, “Band of Gypsies”:

(mai un no comment fu più calzante…)

Muggs, come dicevamo, ha passato gli anni a viaggiare, registrare suoni,  entrare in contatto con nuove scene musicali e nuovi artisti. Non si è snaturato, ha semplicemente ampliato il suo già notevole spettro di suggestioni e influenze. B-Real e Sen Dog, dal canto loro, fanno ciò che hanno sempre fatto alla perfezione: entrano nei beat di Muggs e si passano il microfono come se fosse la cosa più naturale dell’universo. E continuano, traccia dopo traccia, incastro dopo incastro. L’impressione è che non capiscano alla perfezione dove la follia di Muggs li stia trascinando, eppure che si divertano un mondo a seguirla. Come indirizzati verso la tana del Bianconiglio, in un vortice che comprende un insieme di variabili la cui analisi manderebbe in crash l’intero sistema.

Una cosa, di “Elephants on Acid”, va detta subito: non siamo di fronte a un capolavoro. E per fortuna, mi verrebbe da aggiungere. Poste le evidenti difficoltà (impossibilità) per artisti con trent’anni di carriera alle spalle di dare alla luce qualcosa di sconvolgente (vedasi i ritorni di mostri sacri come Dr. Dre e Eminem, le infinite “reprise” del brand Snoop Dogg o le trovate commerciali dei Wu Tang), l’aspetto più interessante dell’ultimo album dei Cypress è che suona maledettamente bene. Ovvero che suona compatto, lineare. Una sorta di concept-album che rimanda con forza a “Temples of Boom” (il sottovalutato capolavoro del 1995), con il quale condivide le sonorità oniriche, il mixaggio “sporco” (i suoni di plastica delle nuove leve rap e trap sono quanto di più deleterio ci sia per la black music intesa in senso lato), i featuring ridotti all’osso (sarà anche un mio pregiudizio, ma i dischi pieni di featuring mi hanno sempre comunicato l’impressione di galoppane crisi creativa) e l’assenza di un “singolone” d’impatto.

(lì era “Throw your set in the air”, qui “Band of Gypsies” e, sarà anche un caso, ma le similitudini non sono poche…)

Nel complesso, “Elephants on Acid” è un ottimo album, a mio avviso decisamente superiore alla media, che comprende ottime canzoni che tracciano un percorso musicale sensato, capace di descrivere la traiettoria di un gruppo che dimostra di avere ancora molto da dire. I quasi dieci anni di silenzio si sono fatti sentire, soprattutto perché hanno dato spolvero a una scrittura non più vincolata alla serialità (il «batti il ferro finché è caldo» delle nuove generazioni e non solo), bensì a una reale necessità comunicativa. Il resto, poi, è tutto nelle sapienti mani di DJ Muggs, che è stato capace di porre un paletto che non si fermasse ai limiti della geografia artistica del rap (nella fattispecie del rap della “vecchia scuola”), bensì spostasse più in là l’asticella. In un territorio di puro disinteresse commerciale, ma di necessità artistica.

L’impressione è che questo album sia una sorta di canto del cigno per i Cypress Hill così  come li abbiamo conosciuti. Muggs ritornerà a produrre beat allucinati e allucinanti per altri dotatissimi MC. B-Real, Sen Dog e Bobo continueranno a incendiare i palchi di mezzo mondo. I Cypress Hill continueranno a essere quel brand mondiale capace di risvegliare i ricordi e le emozioni di milioni di aficionados. Eppure…

Eppure, come quella sera di ritorno dal Sunsplash, con il riscaldamento dell’auto a palla, bagnati come dei pulcini, le birre in mano e la stanchezza pigra della notte, l’impressione resta quella di un qualcosa di necessario. Di un qualcosa che valeva la pena di vivere. Di un’esperienza formativa capace di parlare non solo delle aspettative disilluse o delle realtà contingenti. Bensì dei sogni. Delle evocazioni. Dei sapori. Delle illuminazioni immediate.

Come l’indomita pioggia friulana che ribalta ogni prospettiva.

Come la vista di un elefante in acido.

Come un dio Ganesh del terzo millennio capace di benedire la follia.

La lucida follia.

 

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