Il primo concerto di Lou X cui ebbi la fortuna di assistere si tenne quasi vent’anni fa all’ex-Velvet di Gias. Zona Pedemontana pordenonese. Un locale storico. Un concerto storico. Il Velvet era un locale frequentato soprattutto da amanti del rock e della musica dark, così che un concerto rap era una cosa davvero insolita. Ai tempi, i generi musicali erano molto meno liquidi di ora, e le distinzioni tra i vari fruitori erano molto più marcate e settoriali. I rocker si mischiavano difficilmente con i rapper, così come i raver con i metallari, e via discorrendo. Non esisteva l’indie (o alternative, che dir si voglia), e la maggiore distinzione (la sola che, in fin dei conti, importasse) era quella tra musica di merda (la musica pop, che ora imperversa indisturbata) e buona musica. Dopotutto, per quanto si popolassero e alimentassero mondi differenti, rapper, rocker, raver, metallari e via dicendo, si rispettavano nella misura in cui disprezzavano la musica commerciale («forse trovi in discoteca, ma sai, con i fighetti non si spreca» cantava Luigi). Una stima sottaciuta legava realtà differenti, accomunate dal “vero nemico”. O meglio, da una distanza incolmabile con quella che era la normalità.

Il concerto si tenne in uno stanzino stracolmo di gente. Fumo di sigarette nell’aria, sudore, vapore acqueo, odore di birre, qualche canna. Una bolgia indescrivibile. Quasi solo ragazzi, all’interno. Mi spiace sembrare un vecchio rincoglionito che fa dell’amarcord la cifra dei suoi racconti, ma due decenni fa il mondo del rap italiano era decisamente sbilanciato verso una maggioranza maschile e testosteronica difficilmente comunicabile a chi non l’ha vissuto. Un centinaio di persone accalcate le une sulle altre. Luci pressoché inesistenti. Un palco a due passi dalla folla. Lou X entrò con una maglia larga e sbrindellata e un cappello di lana (lo ricordo come fosse ieri) della Michelin. Sì, proprio la Michelin, la marca di pneumatici. Il rap dell’epoca, per quanto non come il rap attuale, era discretamente legato alle marche (nella maggior parte dei video rap italiani dell’epoca, i logo di felpe, baggy-jeans, giacche e via dicendo, erano sempre bene in vista), quindi quello che Lou X voleva dire (più o meno volontariamente) con quella sua mise era molto semplice: io me ne sbatto il cazzo. Per chi ha conosciuto e ascoltato Luigi, il messaggio era ed è del tutto superfluo.

https://www.youtube.com/watch?v=NpZor20r7nM

[A proposito di rapper italiani anni ’90 e vestiti firmati: sembra un secolo fa, eppure non sono passati nemmeno vent’anni. Che però, nella realtà caotica di oggi, sono forse più di un secolo…]

In ogni caso, Lou X devastò il palco di quel vecchio rock club oramai sfitto. Il pubblico pendeva letteralmente dalle sue labbra, e si muoveva a tempo inneggiando ai pezzi di Luigi. Credo che la maggior parte dei presenti fosse letteralmente in stato di tranche. O, quanto meno, io lo ero. I ricordi di quel concerto, quindi, si fanno meno nitidi, ma non per questo meno vividi. Lou X, in un paesino della pedemontana pordenonese dimenticato da dio e dagli uomini. Un freddo cane. Il sudore ad aleggiare nell’aria e a mozzare il respiro. È già tanto che quella sera, in quel locale, non sia svenuto nessuno. O forse qualcuno è svenuto davvero, ma io non l’ho mai saputo.

Lou X portava in tour il suo ultimo lavoro: La realtà, la lealtà e lo scontro, uscito nel 1998. Nessuno, tra il pubblico che assistette a quel live, poteva immaginare che, di lì a poco, la carriera artistica di Luigi si sarebbe bruscamente interrotta. Chi era (e chi è) Luigi – Lou X – Martelli, ha cercato di spiegarlo (in un certo senso riuscendoci) Sonia Garcia in un articolo bello e dettagliato apparso su Noisey. Quello che l’articolo di Sonia non è riuscito a spiegare, però, è ciò che era Lou X all’interno di una scena rap italiana rispetto a chi, quella scena, la viveva dal di dentro (o “dal basso”, per citare il titolo del primo album di Luigi). Perché sì, un conto è spiegare l’evoluzione di un artista osservandolo in maniera scrupolosa, a posteriori, dall’esterno. Un altro è cercare di parlarne sovrapponendo l’evoluzione personale che quell’artista ha rappresentato. Evoluzione che, inevitabilmente, si è svolta pari passo con la crescita individuale di quel suo “vecchio pubblico”. Come dimostra l’aneddoto del concerto al Velvet, io ero parte di questo “vecchio pubblico”. E se mai Luigi leggerà queste righe, voglio che lo sappia. Perché, in un certo senso, pochi artisti hanno precorso (e percorso) il paradigma del rap italiano come ha fatto Lou X. Il quale, nonostante la sua posizione di outsider, ha dimostrato abbondantemente di aver capito la piega che, di lì a poco, avrebbe preso la scena. E, da vecchio e rincoglionito romantico quale sono, mi piace credere che, in un certo senso, abbia deciso lui, autonomamente, di chiamarsi fuori.

Le prime testimonianze discografiche di Luigi (dopo il demo su cassetta Rappresaglia del 1991) si hanno nel 1992, nel disco d’esordio degli Assalti Frontali (i Brutopop agli strumenti e Militant A e Castro X alle voci): Terra di nessuno. Lou X appare sulla seconda canzone dell’album, “Assalto frontale”. Ed è subito storia del rap italiano.

https://www.youtube.com/watch?v=2x2eaoGFHDc

[«testardo bastardo chiamami come credi/ma io fino alla fine rimarrò sempre in piedi/in picchiata sto andando usando il cervello/ormai è un’abitudine il mio eterno duello»]

Nel suo bel libro di memorie (Storie di assalti frontali. Conflitti che producono banditi), Militant A parla dell’incisione di quel pezzo. Ricorda che Lou X (con il quale c’erano stati sporadici contatti nel corso del precedente progetto Onda Rosse Posse) arrivò a Roma per registrare il featuring senza nemmeno aver scritto una strofa. E che le strofe vennero sul momento. Diventando leggenda. Lo stupore di Militant A è pari quasi solo alla durezza delle liriche di Luigi il quale, senza voler togliere nulla a Militant A e Casto X, ruba loro letteralmente la scena. Per metrica e intensità. Sarà che le storie finiscono sempre col ripetersi, o sarà che sono io che cerco sempre di vedere delle ricorsività, ma mi ricorda la leggenda dell’incisione di “Thug Luv” su The Art of War, con 2Pac che arriva a Cleveland e, senza nemmeno aver idea del pezzo che andrà a registrare per i Bone Thugs N Harmony, caccia una mina del genere:

https://www.youtube.com/watch?v=1peFYImGkt0

[Era il 1997, Lou X lo aveva fatto cinque anni prima. A volte, nella storia del rap, le leggende si susseguono senza sosta.]

Il passo successivo alle collaborazioni con gli Assalti Frontali è la produzione di un lavoro autonomo. Aiutato da Dj Disastro, Lou X sforna Dal Basso, una vera e propria perla nel panorama rap italiano dell’epoca. Le basi sono potenti e ritmate, e la metrica di Luigi si fa sempre più agguerrita e rabbiosa. Così come agguerriti e rabbiosi sono i suoi testi. Politicizzati, crudi, anarchici, scomodi. Lou X si colloca in un filone del rap italiano ai tempi ben tracciato e vivo, ora pressoché morto. Non era soltanto il rap delle posse, dei centri sociali. Era un rap politico, impegnato, attivo. Un rap che voleva comunicare messaggi, seguendo la scia tracciata in America dai Public Enemy. Un rap che, a fargli torto, si potrebbe e dovrebbe chiamare “sociale”. Nel senso più puro del termine. Sociale perché Lou X (e molti altri prima e con lui) vivevano e descrivevano la società. Ma non la società “diffusa” che siamo abituati a conoscere ora: vuota, annoiata, nichilista e priva di valori. Bensì la società marginalizzata dell’epoca. La società che combatteva. Che lottava. Che si ribellava al sistema conscia che l’opposizione, la rappresaglia, l’assalto frontale, erano le sole vie per modificare un sistema che tendeva all’oppressione. O all’omologazione che, in fin dei conti, è la stessa cosa. La  virtù di Luigi, era quella di crederci. Cosa che, dopotutto, è stata anche la sua più grande condanna.

https://www.youtube.com/watch?v=jBsDfXFuhNM

[«Banche e uffici, centro commerciale/alta moda, zona industriale./Vergogna, sì! Ho detto vergogna/bambini che fanno il bagno nella fogna/ricchezza e costume sventolate ma sulle nostre morti speculate» vale la pena ricordare che in poco più di vent’anni non è cambiato un cazzo?]

Dal basso, seppur sostanzialmente autoprodotto, vendette bene, così che l’anno successivo Luigi fece uscire il suo “primo” album da solista: A volte ritorno. Titolo che, letto oggi, più che profetico suona malinconico. Soprattutto alla luce dell’evidenza che A volte ritorno è un vero e proprio unicum nel panorama musicale dell’epoca. Riavvolgiamo il nastro e parliamo di date. Nel 1994, in contemporanea con Dal Basso era uscito SXM dei Sangue Misto, forse il primo “album feticcio” del rap italiano (chi nega che SXM non sia Storia della musica, con la S maiuscola, mente sapendo di mentire). Nel 1995 esce B Boy maniaco di Ice One. Album che, in un certo senso, darà il la al progetto Colle Der Fomento (e all’evoluzione hardcore del rap). Per quanto già fuori dalla “scena” gli Articolo 31 avevano all’attivo un paio d’album con discrete vendite. Le strade, in un certo senso, erano segnate. Lou X non si accoda a nessuna di queste. Diverso dai primi Assalti Frontali (troppo legati alle posse), diverso dai Sangue Misto (in un certo senso, musicalmente troppo “intellettuali”), diversissimo dagli Articolo 31 (e dai futuri Sottotono), distante ma affine al movimento rap hardcore romano. Lou X, citando i Sangue Misto, è il cane sciolto per eccellenza. Non tanto lo straniero, quanto più il ribelle. La scheggia impazzita. L’uomo “sbagliato” ad ogni momento giusto. È così che nasce A volte ritorno. È così che inizia la leggenda della Costa Nostra.

Prodotto dalla major BMG, A volte ritorno è forse l’album più completo di Lou X. Nonostante sia una sorta di esordio “ufficiale”, Luigi è sulla scena da quasi un decennio e l’esperienza si sente tutta. Lou X non ha mai svettato, a mio avviso, per una complessa costruzione metrica, o per dei testi visionari o immaginifici, o per un egotrippin’ smaccato come tanto va di moda adesso. Lou X è sempre stato vero. Genuino. Duro e diretto come la sua regione. Le metriche, quindi, sono sempre chiuse perfettamente, con un flow aggressivo e coinvolgente. I testi, poi, parlano di vita vissuta. Di (dolorose) esperienze personali. Di critica al sistema, allo stato, alla cecità della politica. Di incentivo alla ribellione, alla diversità, allo scontro. All’assalto frontale. Con lui i soci di una vita. Il collettivo Costa Nostra (Eko, Disastro, C.U.B.A. Cabbal) a reggere e infuocare i palchi. A volte ritorno vende subito molto bene, ed entra di diritto nelle pietre miliari del rap italiano.

Parlare del disco comporterebbe spendere diverse righe per quasi ogni traccia contenuta. Quella a cui sono più legato (e non credo di essere il solo) è, però, “Cinque minuti di paura”.

https://www.youtube.com/watch?v=RxsNZPhHrwA

[«Perché é cusci’: questa é la storia di un dannato./Perché questa è storia di una razza che ‘sta società ha giá condannato./Se già lo sai, perché è come ho detto prima:/la mente si controlla quand’è veramente sovversiva»]

Nel mio universo ideale vi sono due categorie di persone: chi conosce e adora “Cinque minuti di paura” e chi non la conosce. Perché anche solo nell’ascoltarla una volta sola, non si può non essere rapiti da questa gemma di Luigi. Testo storytellin’, che sembra più un racconto che un pezzo rap. Precisione nelle descrizioni, nelle sfumature, nei “dialoghi” tra i personaggi. Ritmo narrativo, che si accende nel finale quando Lou X declina le sue impressioni e ribadisce il suo credo. “Cinque minuti di paura” è una perla non solo per quanto riguarda la durezza, quanto più per quanto riguarda la precisione del “taglio”. La storia è quella di un eroinomane che, in cerca di denaro, rincasa e uccide madre e fratello (anche se qui le interpretazioni sono varie, ma la morte “simbolica” del fratello è evidente) a colpi di pistola. In tutto questo, Luigi inserisce una descrizione minuziosa non solo dei luoghi, bensì della realtà. Del meccanismo della dipendenza, delle leggi d’onore del mondo dello spaccio, dell’indifferenza della polizia, del dolore delle famiglie abbandonate al loro destino. La piaga dell’eroina era forte negli anni ’90, Lou X lo sa, e la canta con dovizia di particolari e cognizione di causa. Quanto, però, dovrebbe cambiare il testo per sovrapporre le descrizioni (e le conclusioni) di Luigi alle conseguenze di altre piaghe contemporanee legate alle dipendenze (da sostanze, affettive, economiche…) a noi contemporanee? Poco, se non nulla.

Dopo A volte ritorno la carriera di Lou X è all’apice. Concerti, progetti, piccole collaborazioni, articoli su di lui. Il disco vende bene, e Luigi si prende tre anni per lavorare al nuovo album. Qualcosa, però, è cambiato.

Luigi non è mai stato un uomo “per tutte le stagioni”. Piuttosto un solitario. Una figura legata alla terra, agli affetti, al sangue. I riflettori non gli interessavano, la scena non gli interessava. Le vendite men che meno. Il successo era quanto di più distante da lui gli potesse essere concesso. Lou X voleva “soltanto” esprimersi. Dare sfogo alla sua rabbia, al suo talento, ai pensieri che portava in corpo. Per il nuovo disco si chiude in casa, impara a produrre basi. Si distacca da Eko e Disastro, ma senza rancore. Rimane solo il cugino C.U.B.A. Cabbal, sempre per quella storia delle radici e del sangue. In quei tre anni, nella sua Pescara, Luigi Martelli dà forma e sostanza a quello che sarebbe stato (a oggi, ma non ho dubbi sul fatto che le cose non cambieranno) il suo ultimo disco: La realtà, la lealtà e lo scontro. Era il 1998. Un paio d’anni prima del concerto al (non ancora ex) Velvet rock club di Giais.

Prima di parlare del disco, un piccolo interludio di considerazioni personali. Se penso a Lou X, penso a due figure “storiche”. La prima è John Fante, scrittore abruzzese (come Luigi), che dei racconti della sua condizione di parìa italo-americano nella saga di Arturo Bandini, ha costruito un piccolo universo di dolori e crudeltà della vita, riscattati dalla genuinità della lotta. Del coraggio. Della voglia di non arrendersi mai. Del sogno americano che diviene, per citare Miller, “incubo ad aria condizionata”. In Luigi, di Fante, si trova tutto questo. La semplicità (inteso come facilità) di scrittura, la grande capacità narrativa, l’attenzione al particolare, la rabbia che fuoriesce, l’ironia cruda, la frase che inchioda. La seconda, invece, più che una figura è un gruppo, e si tratta degli ultimi CCCP di Ferretti e Zamboni. Similmente a Luigi, l’ultimo periodo dei CCCP è più cupo, più sottile, più pulito. Già legato (per protesta) alla musica melodica italiana, il tratto musicale si fa quasi più “citazionista”. I testi sono sempre di “rivolta”, ma si trovano meno riferimenti smaccati al soviet-punk. Nascono nuovi intimismi, una sonorità “bianca”, algida, che lascia presagire l’evoluzione verso i nuovi CSI. In sostanza, un gruppo radicalmente differente.

https://www.youtube.com/watch?v=xxUzEVPgyYg

[Prima che ve lo chiediate, sì, i CCCP andavano su VideoMusic…]

Ecco, da queste “basi” (sicuramente involontarie), nasce La realtà, la lealtà e lo scontro. C.U.B.A. è in quasi ogni pezzo, a dar manforte al cugino Luigi, mentre in tre canzoni si trovano anche dei ritornelli melodici, con alla voce Bibiana Carusi. Fin dall’artwork del disco si capisce che qualcosa è cambiato. La copertina bianca, quasi accecante, con i contorni del corpo di Luigi e l’immancabile cappello di lana con il logo Costa Nostra. Una sorta di nuova intimità che si fonde alla prammatica del vecchio Lou X. Bianco e nero. Luce e ombra. Gli opposti. In un certo senso, i colori cupi di A volte ritorno erano quasi consolatori. Con La realtà, la lealtà e lo scontro l’ascoltatore si trova spiazzato fin dall’inizio. La luce sul volto incupito di Luigi. Perché?

Le risposte non tardano ad arrivare. Se la prima parte del disco è decisamente hardcore (pur con l’evidente cambio di sonorità, dato dalle produzioni di Luigi; produzioni molto più scarne e ossessive di quelle di Disastro), gli ultimi pezzi si fanno più riflessivi, intimi, quasi malinconici. Lou X sembra parlare di sé, delle sue difficoltà, dei suoi stati d’animo. La lotta è sempre presente, ma è un’ennesima dichiarazione piuttosto che una nuova e accalorata incitazione. Quasi a dire, io sono sempre lo stesso, nulla è cambiato, siete voi che dovete decidervi a seguirmi. Non parlerei di un Luigi disilluso, bensì di un Luigi che ha visto lungo. E che, di conseguenza, inizia a preparare la legna per l’inverno della sua società. In un certo senso, il passaggio dal collettivo all’individuale è forse il tratto più evidente de La realtà, la lealtà e lo scontro. Non a caso, a chiudere l’album c’è un pezzo che si intitola “Via da qua”. L’anno successivo Fibra chiuderà la Sindrome con un pezzo dal titolo “Verso altri lidi”. Varrebbe la pena ascoltare i due pezzi in sequenza e capire affinità e divergenze. Lì, a mio avviso, si trovano molte risposte. Anche e soprattutto sull’evoluzione del rap in Italia.

https://www.youtube.com/watch?v=Uw7NHCzB8pE

[Che succederà mo’ lo vedremo, non mi lamento più come prima./Quello che viene è tutto di guadagnato. Per chi al risveglio è già sudato sa che non c’è destino migliore né ragione.]

Inutile dire che anche La realtà, la lealtà e lo scontro vende bene. Vende più di A volte ritorno, ma forse l’asticella che si era posta la BMG era ancor più alta. In ogni caso, il successo continua, e Luigi parte per l’ennesimo tour. L’ultimo per un disco ufficiale. Il tour di quel concerto a Giais, con un cappellino di lana della Michelin e una maglietta bianca sbrindellata.

Dopo La realtà, la lealtà e lo scontro di Lou X, come raccontato dall’articolo di Noisey, si perderanno progressivamente le tracce. Qualche live con gli Assalti Frontali e col cugino C.U.B.A., qualche collaborazione nemmeno troppo convinta, pochi segnali per l’uscita di un nuovo album. Album che, a oggi, sembra sempre più distante. Anno dopo anno. Su ciò che è successo a Luigi hanno fantasticato in molti. In molti hanno speculato. Spesso con spirito da Novella 2000, piuttosto che da persone interessate o professionisti della notizia. Lou X si è chiuso nel suo cupo silenzio “abruzzese”, e credo che sia nostro dovere rispettare la sua scelta. Un po’ come il Ferretti dei CCCP che, sciolti gli ultimi progetti, si ritira a Cerreto Alpi, suo paesino natale, e scende in pianura solo per qualche concerto destinato a raccogliere soldi sufficienti ad alimentare la sua passione per i cavalli. O come John Fante che, reso cieco dal diabete e spremuto dalle major cinematografiche hollywoodiane (che accusò sempre di avergli rubato l’anima da scrittore), detta alla moglie l’ultimo libro della saga di Antonio Bandini dal letto di un’anonima villa di Los Angeles. Tre esilii diversi uno dall’altro. In ogni caso, tre esilii.

Il caso degli inediti di Lou X depennati da La lealtà, la realtà e lo scontro è forse l’aneddoto giusto per concludere questa storia che, come anticipato, è anche e soprattutto la storia dell’evoluzione (scomparsa?) non solo di uno dei più importanti rapper italiani, quanto più di un vero e proprio modo di fare e vivere il rap in Italia. Luigi si mette in testa di campionare Patty Pravo in due pezzi. Campioni pesanti, ossessivi, impossibili da pubblicare senza il beneplacito dell’autrice. La BMG lo sa e, nonostante un colloquio con Patty Pravo, non se ne fa nulla. “Fors’è” e “Finché dicono” (o “Il vero nemico”, a seconda delle testimonianze) non vedono la luce all’interno dell’album. Di chi sia la responsabilità non è dato sapere. Così come non è dato sapere quanto questa delusione abbia influito sulla serenità di Lou X. Sui suoi nervi già provati da un lavoro così unico, complesso e personale.

Proiettiamo il tutto avanti di un ventennio. Un rapper hardcore, da decine di migliaia di copie (non visualizzazioni o download, copie fisiche: tangibili) con un’indiscutibile street credibility campiona una cantante pop pressoché in disarmo (ai nostri tempi si potrebbe fare con qualche ex stellina da talent show) per dare alle luce un pezzo duro, cadenzato, spietato. Lasciamo perdere le ragioni del perché (seppur intuibili), che erano e resterebbero nella mente di Luigi, ma se fosse successo due decenni dopo io sono pronto a scommetterci l’anima che la deroga per l’utilizzo del campione sarebbe arrivata. E, perché no, che qualcuno si sarebbe anche prostrato (in senso figurato, ovviamente) per fare un featuring con Luigi.

Vent’anni fa, a “Il vero nemico” le cose non andarono così bene. Ma erano vent’anni fa, appunto, e questa canzone, ora, suona come monito e dichiarazione d’intenti. Luigi lo fece ai tempi. Vent’anni dopo, con fini e modalità diverse, lo fanno tutti. Giusto per continuare con i parallelismi, dieci anni prima, nel 1988, i CCCP incidevano un singolo (“Tomorrow/Inch’Allah – ça va”) con Amanda Lear.

https://www.youtube.com/watch?v=pHWyHZY3O-Q

[Non guardare chi galleggia, non c’ha peso, non affonda./Per un tesoro, scava per terra./Se la pelle è dura, è perché mangi una frega di merda]

Nel suo ultimo libro, i Sogni di Bunker Hill, John Fante ripercorre gli anni ruggenti della sua vita da squattrinato aspirante scrittore, nella Los Angeles del boom cinematografico. Osservando il traffico claustrofobico della città, il suo alter ego Arturo Bandini afferma: «muovendomi con il traffico, mi domandavo quanto altri come me prendevano la strada semplicemente per sfuggire alla città. Giorno e notte, la città formicolava di traffico ed era impossibile credere che tutte quelle persone avessero una ragione purchessia per guidare». Ecco, appunto, la ragione. La ragione che spinge gli individui a compiere una data azione. La ragione che in Luigi era una domanda costante. Una riflessione continua. Un incessante interrogarsi sul perché delle scelte, dei movimenti, della lotta e dell’assalto frontale.

La risposta, in John Fante, è un’apparente pacificata serenità borghese in una villetta di Los Angeles. Un lavoro che finirà con ucciderlo dentro, la fine (involontaria) della sua carriera di scrittore. In fin dei conti un esilio dorato. Seppur solo in apparenza.

In Lou X la risposta alla domanda era arrivata già diversi anni prima, e contemplava un solo e irredimibile concetto: «la mia ragione è l’odio, e se ho ragione faccio danno».

Dal basso, sempre dal basso. Perché dopo vent’anni potrai anche trovarli in discoteca (e li trovi, cristo santo se li trovi), ma per la gente come Luigi, vale e varrà sempre una sola legge: con i fighetti non ci si spreca.

La realtà. La ragione.

La lealtà. La costanza.

Lo scontro. Il danno.

A volte ritornano. Altre restano immobili. Come la folla incastrata in quello stanzino, durante il primo concerto che vidi di Lou X.

Ritornano per farci da monito e insegnamento.

Buon ritorno, Luigi. Comunque e ovunque esso sia.

3 Commenti

  1. I più vividi complimenti Andrej, mi piace moltissimo come scrivi! Specialmente i tuoi articoli sulle birre ignoranti sono incredibili, era da tanto che non mi identificavo così tanto con uno scritto. Ti offrirei volentieri un paio (anche tre-quattro) di Birre Ignoranti in uno squallido anfratto di Pn; disquisendo sulla filosofia Birrignorantesca, la becerezza di alcune birre da discount e i pregi di altre.
    Deliziami presto con un nuovo articolo, please! Cosa ne pensi della Adelskronen (Hefe weissbier) del Penny? La royal dutch? La Dana dell’iperCoop?
    Bryan

    • ciao Bryan, grazie delle belle parole. direi che per natale dovrei proporre una sorta di guida di sopravvivenza alle feste, per mezzo degli alcolici da discount! quindi continua a seguire Blud. per il resto, la Adelskronen mi manca, ma vedo di rimettermi in carreggiata. la royal durch la ricordo passabile e la dana, se non sbaglio, è del conad, non della coop. prodotta a S.Giorgio di Nogaro, gruppo birra castello. quindi valida. anche la doppio malto, seppur trovo il packaging un po’ insulso!

      sotto Natale uscirà qualcosa! a presto

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