La luce al neon, da sopra il viso, trafigge le mie palpebre.
Passa attraverso le pupille e percorrendo il nervo ottico, arriva fino al cervello, bruciandomi i pensieri.
E’ davvero fastidiosa.
Come una scarica di corrente continua attraverso le tempie.
Il soffitto, bianco, rende tutto ancora più luminoso.
Sembra quasi di stare nel mezzo di un campo da calcio, tra il primo ed il secondo tempo, di una partita giocata in notturna.
Distolgo il pensiero da quel sole incandescente e la mia attenzione viene catturata dal rumore.
Chiacchiericcio.
Starnazzante, effimero chiacchiericcio.
Ovunque.

Sento mia madre sulla destra. Ha la voce strana. Deve essere una di quelle giornate in cui è meglio non rivolgerle parola. E così faccio.
A pensarci, però, è l’unica che non bela insulsaggini. Lei, e pure mio fratello, poco più in là.
Lui non apre bocca, tiene una mano sulla spalla di mamma e mi guarda fisso, con l’aria di chi un domani, non lo sogna più.
Per un attimo riesco a vederlo, poi sparisce. Tutti spariscono. Resta solo il belare, incessante, insensato.
“Saranno dieci anni che non ci vediamo.”
Devo essere ad un cocktail di benvenuto. O forse un compleanno. O la comunione di mio cugino Bobby.
Si, deve essere la festa di Bobby, non può essere altrimenti. Piccolo mocciosetto. Per un secondo lo vedo, infondo la stanza.

Tiene stretta la mano di mia nonna, e mi guarda immobile. A volte distoglie lo sguardo, ma poi torna sempre su di me, come non riuscisse ad evitarlo.
Mi prende una voglia terribile di prenderlo e strapazzarlo, quel piccolo terremoto. Girarlo a testa in giù e farlo roteare in aria, tenendolo per le caviglie. Finché non mi gira la testa. Finché non urla basta.
Quanto ride quando lo faccio: si diverte come una pazzo.
Di colpo sparisce anche lui. Non lo vedo più.
Ma continuo a sentire il belare generale, senza sosta, assordante.
“Devi venire a trovarmi più spesso!”
Che sia la festa di capodanno oggi? Possibile che me ne sia dimenticato?
Aspetta, controllo subito. Se il nonno è ubriaco, e balla, allora si, è l’ultimo dell’anno.
Lo cerco, da qualche parte, tra i suoni assordanti delle ciarle da comare.

Sento un suo “Grazie!”, lontano. Come fosse in un altra città. La sua voce è così flebile e spezzata che lo riconosco unicamente dalla r rotolante che gli fuoriesce dalla bocca, ruzzolando fra i mormorii che infestano l’aria.
Mi appare, come il flash di una macchina fotografica, poi sparisce.

Il gregge, nel frattempo, continua a pascolare.
Penso a mio padre, sentendo il suo nome tra decine di frasi da circostanza.
“Pover’uomo” dicono.
Mi innervosisco.
“Pover’uomo a chi?” urlo al vento. Ma nessuno mi sente.
“Maledetti pecoroni!”
Continuo a cercarlo, per un tempo che a me pare infinito, ma non lo trovo.
Chiedo dov’è, rivolgendomi a mio fratello. Ma lui non risponde.
Ha gli occhi lucidi, come la volta in cui lo sorpresi a fumare dell’erba in garage.
Gli feci promettere di non farlo mai più. MI vuole bene, e so che mi ascolta.
“Hey fratellino” gli dico “Che hai combinato?”.
Non risponde.

Ora riesco a vederlo bene, il flash e fisso, niente più intermittenza. 
Osservo la sua mano. Palpita, leggera, sulla spalla di mia madre.
Ogni tanto lascia la presa, si posa delicatamente sui capelli di lei, neri, spennellati qui e li da lievi tocchi argento, li carezza due o tre volte, e poi ritorna dov’era.
Un infinito andirivieni di dolcezza, le sue carezze, che delicate, sembrano quasi sfiorarle il cuore.

“Che avete da guardare?” chiedo. Ma nulla. Nessuno risponde.
E il belare insipido, ridondante, continua la sua fastidiosa litania.
“Guarda com’è ingrassata la moglie di tuo cugino?”
Ridono. Si guardano attorno imbarazzati, e tornano seri.
“Pare abbia iniziato una nuova dieta.” dice uno. “Quella a zona. Solo che non ha trovato ancora la zona giusta.”
Ridono di nuovo. Sui loro visi paffuti spunta una chiazza rossa, che si dilata come un bicchiere di vino rosso rovesciato a terra. Poi tornano seri. 
La luce, bianca e forte, inizia davvero ad infastidirmi.

Chiedo se è possibile chiuderla, per cortesia. Che tanto si vede lo stesso. Che poi, per parlare, mica serve la luce.
La gente mi guarda e non risponde. Come fosse addormentata, ad occhi aperti, con il viso rivolto verso di me.
Seguo il cavo, ricoperto di gomma, che dal lungo neon, attaccato al soffitto, forma un retta parallela al muro, curvando alla fine di novanta gradi, e scendendo in picchiata fino all’interruttore, qualche metro più in là.

E li affianco lo vedo: mio padre.
É piegato in avanti, gomiti appoggiati alle ginocchia e faccia tra le mani.
Sulle prime penso che anche a lui da un’enorme fastidio la luce, così gli chiedo di spegnerla.
Ma, come gli altri, non accenna risposta.
Poi, osservandolo bene, noto che la luce, quella forte, non lo ricopre interamente. Da laggiù, lui, ne riceve solo una piccola parte, appena sufficiente a far brillare dei lievi luccichi, che scendono dalle sue mani, ad intervalli regolari, e vederli frantumarsi sul pavimento, accanto le scarpe.
Porta quelle buone, che indossa solo a Natale, o nelle occasioni importanti.

Ma allora che accidenti di festa è?
“Papà, che c’è? “ chiedo. Nessuna risposta.
“Pover’uomo!” sento belare dal gregge.
“Andate al diavolo!” rispondo.
Una vecchia sconosciuta, assieme ad un bambino, si avvicina. Mi guarda fissa, come fossi un frullatore in sconto al supermercato.
“Che bel ragazzo .” dice.
Ringrazio, ma continuo ad osservarla con diffidenza. I vecchi non fanno mai complimenti a titolo gratuito.
Il bambino, a fianco a lei, mi guarda con gli occhi stretti. Ai lati delle palpebre ha due palline gonfie d’acqua, che tremano nell’attesa di scendere giù, lungo le guance. La storia d’amore più triste del mondo, quella tra le lacrime e gli occhi, penso osservandolo.

Le palline scoppiano e prendono a seguire la gravità. Il bambino tira il braccio della nonna, lei abbassa per un attimo la testa, socchiudendo gli occhi, e ripete una frase diverse volte, muovendo il capo.
Poi si gira e se ne va’.
“Cosa hai detto vecchia?” le chiedo seccato.
Nel frattempo, un uomo vestito di nero, con una lunga gonna fuori moda, entra nella stanza, mi guarda da lontano, con distacco, e si avvicina.
Tutti si fanno più stretti. Mia madre scoppia a piangere, mio fratello la stringe forte tra le sue braccia e mi guarda come non riuscisse più a vedermi.
Mio padre non accenna a muoversi, ma il ritmo dei luccichii aumenta, e le sue belle scarpe da festa prendono a bagnarsi come sotto un temporale estivo.

Il belare si fa così forte che la testa mi sembra scoppiare.
“Guarda le rughe di zia Dasy. Sembra abbia vent’anni di più.” Sento alla mia destra.
Zitte pecore. Dico ad alta voce, ma nessuno mi da bada.
“E il parrucchino di nonno Francis? Ecco dov’è finito il gatto dei vicini.”
Poi, dietro l’uomo vestito di nero, la vecchina, con il bambino stretto nella mano destra, attacca un canto melodioso, di qualche nota troppo alto, che fa vibrare i muri e tentennare il neon luminescente.

Il bambino ha gli occhi arrossati, e continua a stringerli come non volesse vedere.
Dritto, davanti a me, tra l’insediamento di pecore che mi ostruisce la vista, in lontananza, una farfalla, si fa strada tra le finestre aperte, svolazzando dentro la sala.
Lieve, come il sussurro di un pensiero, si fa trasportare dal vento, seguendo correnti appena percettibili.

Fa il giro delle teste lanose, plana decisa verso mio padre e poi, con un repentino cambio di rotta, raggiunge mia madre, le passa davanti sfiorandole il naso e arriva a me.
Esita un po’ sopra il mio petto, compie alcune piroette, disegnando infiniti ghirigori nell’aria, mentre la luce si fa ancora più forte. Sembra guardarmi fissa negli occhi, mentre sbatte decisa le ali, fluttuando accanto la mia vita.
“Ho capito tutto.” dico ad alta voce, senza essere sentito. “Tutto mi è chiaro. E’ così che deve andare.”
Vedo bianco. Ovunque. Mia madre, mio padre, mio fratello e il gregge intero spariscono dalla mia vista.
“Ho capito tutto.” ripeto fissando l’orizzonte luminescente. ”La farfalla deve sbattere le ali” dico. “Deve continuare volare.” continuo. “ Ed io…..” dico sentendo la voce andarsene.
“Io ….”
La farfalla sbanda, sbatte ancora una volta l’ala destra, poi quella sinistra e infine perde quota. 
Compie un avvitamento su se stessa e precipita, in caduta libera, sul mio petto, ed io ho un sussulto; come se un grosso blocco di marmo mi avesse colpito lo sterno.
La vecchia allora termina la melodia e torna a testa bassa, ripetendo all’infinito la stessa frase che non riesco a sentire.

La gente si accalca, per non perdersi lo spettacolo, ed io inizio ad agitarmi.
Ai miei piedi, l’uomo nero alza le mani, guarda mia madre, cerca gli occhi di mio padre senza trovarli, e infine , osservando le ali turchesi e amaranto della farfalla appoggiata sopra il mio cuore, inizia a parlare.
Non capisco bene cosa dica, ma la cadenza della sua voce mi tranquillizza, mi rilassa.
Quasi mi fa venire il sonno, e le palpebre piano, come saracinesche di un bar all’orario di chiusura, si abbassano.
“Polvere eravamo,e polvere ritorneremo.” dice l’uomo nero, alzando la testa al cielo.
Ed io, in quel preciso istante, volo.

 

by Emanuele
Proveniente dal lontano 1984, cresciuto a pane e Bim Bum Bam, si è reso conto presto che qualcosa non andava. Mentre cercava di capire cos’era, si è innamorato della letteratura, della musica e per ultimo, normale conseguenza dei primi due, dei viaggi. Non l’ha ancora trovata, quella cosa, ma nell’attesa spende il suo tempo libero a scoprire il mondo, quando può, o si accontenta di errare in modo statico, inventando storie brevi e a volte un po’ più lunghe.

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