Libro “DIARIO SU DUE RUOTE”
dalle Valli del Natisone alle Lagune del Kerala
di Pio Domenis


Pio Domenis nasce nel 1949 a Rodda, piccolo paesino delle Valli del Natisone, sul confine sloveno. Cresciuto in un periodo storico difficile, in condizioni di vita dura, all’età di dodici anni frequentare il seminario era la scelta che lo aspettava. Ma ben presto si rivelò il suo spirito indagatore e appena diciottenne, durante i magici anni sessanta, iniziò i suoi viaggi in giro per il globo che lo impegneranno per i prossimi vent’anni. Pio è un buon amico, un vero avventuriero, una persona molto curiosa che ha scritto un libro.
Più precisamente un diario su due ruote, perchè
il 26 luglio 2005 alle ore 10 è partito da solo, in bici, dalle valli del Natisone con destinazione lagune del Kerala, India. Il libro si intitola ‘Diario su due ruote’, questo diario insegna semplicemente che le distanze non esistono, ma che sono mentali. Un testo semplice, sincero che elimina ogni pregiudizio. Questo diario con la sua semplicità ti fa immergere nel mondo caleidoscopico di Pio. L’importante è lasciarsi trasportare, così facendo cambiare prospettiva diventa essenziale. Sentiamo le sue parole…

Ti senti un cittadino del mondo e ti è sempre piaciuto viaggiare, presentati!

Io vivo la vita come capita senza pregiudizi e sempre con meno condizionamenti, mi sta stetto il concetto di Stato, nazionalità e tutte le altre etichette. Vorrei che la parola ‘straniero’ fosse cancellata definitivamente dai dizionari e che la visone dell’umanità si allarghi. Siamo tutti uno…”

 

Sei appassionato di bici, cosa pensi di questo mezzo?

La bici non è una passione. Resta però il mezzo di locomozione più economico e razionale. Ti porta dove l’auto non può e anche dove non puoi permetterti di andare con l’auto. La passione è una brutta parola che implica l’attaccamento e questo porta inevitabilmente alla delusione.

Da quando ti sposti in bici?

Ho imparato a 9 anni ad andare in bici, ma poi ho dovuto smettere perchè ero in collegio. Solo verso i 14 ho inziato ad andare a scuola a S. Pietro in bici. Quando ero a Ginevra ne ho avuta una con delle piccole ruote.. Molto più tardi, sempre in bici ho fatto 1500 km nel Sahara. Ricordo di aver fatto ciclocross ante litteram con una bici da donna, con un amico sui sentieri lungo il fiume Natisone. Mi ricordo di aver fatto qualche giretto in bici anche in Togo (Africa Occidentale).

Cosa ti ha spinto a partire per questo lungo viaggio in bici, in solitaria?

Un sogno nel cassetto ritrovato e rimotivato dopo 35 anni. La prima volta lo stesso percorso l’ho fatto in autostop sia all’andata che al ritorno.

E’ vero che la tua bici proveniva dalla discarica?

Certamente, l’ho comprata dall’amico Zanna (imbianchino che abita tra Cemur e Scrutto) che aveva messo in vendita del buon materiale usato. Non sapevo neanche di tornare… Biglietto di sola andata. Era un viaggio troppo grande e mi rifiutavo di pensare al dopo.

E il percorso?

Era l’hippy trail e già lo conoscevo. Avevo la guida Lonely Planet e delle cartine per l’Iran e per il Pakistan. L’Afghanistan era da evitare sicuramente, perchè la notte se sei alla portata di un faro lo sei anche da una mitragliatrice.

Cosa ti ha colpito di più in questo viaggio?

Che siamo fratelli divisi da percezioni di diversità inesistenti.

 

Quali sono state le tue emozioni, sia positive sia negative mentre affrontavi questa avventura?

E’ tutta un’emozione, mollare tutto e partire è un sogno molto comune ma velato dai tabù. Quando ti riesce e un’elazione continua, sei dove tu vuoi e non dove ti mandano.

Hai fatto degli incontri durante il viaggio, quale ti ha profondamente segnato? Cosa ti ha colpito di queste persone?

Viaggiatori anche loro, ma per altre destinazioni… Per esempio l’incontro con Takehiro Kurosawa, un giapponese che viaggia in bici e con cui sono ancora in contatto, ma ho incontrato un sacco di gente strana che fa le cose più strane come quello col parapendio che faceva il giro del Dhaulagiri. Tutte persone con altri obiettivi, però uniti nell’avventura come un senso di complicità.

Il giorno che sei arrivato alle lagune del Kerala in India come ti sei sentito?

E’ stato il coronamento del viaggio, certamente il più magico. Ne parlo dettagliatamente anche nelle ultime pagine del libro.

Qual è stato il luogo dove ti sei sentito più a casa? Perché? È vero che hai trovato sempre ospitalità?

In Italia e Grecia mi nascondevo bene per paura di ladri o “caramba”. Dalla Turchia in poi mi sentivo come protetto dall’ospitalità mussulmana, salvo in città. Basta chiedere, portarsi allo stesso livello e la gente apre il cuore. Pakistan e India invece, è sempre bene chiedere ospitalità per scimmie e serpenti. Era sicuro stare dove stava la gente.. La sera era più sicuro prendere alloggio in una baracca qualunque con altra gente, con cani o rumore del traffico, che nascondersi in tenda.

Com’è stato ritornare a casa nelle valli del Natisone?

Deluso che ci voglia il visto in ogni posto in cui si sta bene e che scada in breve tempo.

Cosa hai imparato umanamente da questa esperienza?

Che viaggiando è meglio lasciare a casa il proprio ego. Non puoi lasciarti dietro l’ego, però puoi metterlo in sordina, non sempre ci si riesce e spesso cominciano i guai. Non puoi fisicamente lasciarti solo che tu impari a dosare le cariche emotive.

Sei cambiato dopo questa avventura? Come?

Lo considero uno sfizio. Parte di un cambiamento o di un semplice cammino iniziato 70 anni fa. Sempre un flash, che se prendo ancora troppo veloce una curva mi stampo sull’asfalto come a 17 anni.

Cosa consigli ai giovani d’oggi?

Bella domanda, oggi siamo così staccati dalle tradizioni che stiamo tutti in sospeso sul futuro. Penso che l’importante sia di non perdere di vista l’amore per gli altri e l’autostima verso se stessi.

Cos’è rimasto in te dei magici anni sessanta (hippie)?

All’epoca la chiamavano subcultura hippy, però cosa c’è sopra? Sopra la musica, l’amore e l’avventura è rimasto il nozionismo avido e furbizia.

Qual è il tuo rapporto con la natura e com’è cambiato attraverso la tua esperienza?

Certamente! Il mio rapporto con la natura è cambiato, ora guardo la natura con meraviglia e gratitudine. Prima la davo per scontata.

Per finire, ti chiedo cosa vedi in futuro, le tue speranze, i tuoi sogni..

Chi ha speranze e sogni ha un futuro. Gli altri sono già morti, sono degli zombie.

Le foto in questo articolo sono di Pio Domenis, sono solo alcune foto dell’album fotografico del viaggio, disponibile nel CD inserito nel libro “Diario su due ruote”.

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