“I gatti di Lenin”, chitarra, poesia e cappello

“Dove ci sediamo? Dove ti senti a tuo agio?”
“Angolo?”
“Un bianco e un rosso, grazie.”
“Mi sento in ansia, non so come si fa un’intervista…vuoi leggere le domande e rispondi tu sul computer?”

Insomma, non so davvero da dove iniziare. Teo, sotto il suo cappello cileno, è gentile e decide di ascoltare quelle poche domande che mi sono preparata qualche giorno prima mentre mi chiedevo quanto fossero stupide e banali. L’importante è rompere il ghiaccio, il taglietto fa il resto.

La domanda di rito: chi è Teo Ho? 

(Esordisco con un: “Parla piano che devo scrivere!”. Teo ride, passandosi la mano sul mento e guardando in alto in cerca di risposte, e, poi, comincia.)
Teo Ho è un osservatore, quasi uno spione. Guardo e osservo tutto ciò che mi capita sotto gli occhi e lo elaboro, lo lascio decantare e, poi, lo descrivo, semplicemente. Mi interessano molto i comportamenti e le storie delle persone soprattutto quelle che non vengono raccontate.

Come e quando nasce le tua passione per la musica e, nello specifico, per il cantautorato?

Nasce, in effetti, proprio con il cantautorato, circa cinque anni fa. Con una canzone in particolare: “Giorno di pioggia” di De Gregori. Dopo averla ascoltata, ho scoperto molto più di un mondo!
Prima di associare la musica (chitarra e armonica), alle mie parole e alla mia voce, mi sono dedicato, per anni, a leggere e scrivere poesie e ad ascoltare di tutto, dalle storie, alla musica. Solo in un secondo momento ho fatto mie entrambe le cose.

La gavetta?

Coincide, più o meno, con la mia attività di cantautore. Ho iniziato a Milano, suonando per strada, sempre da solo. Ammetto, sono profondamente individualista.
(Non ride, è serio. Allora sta dicendo la verità. Penso sia meglio continuare.)

Il tuo primo lavoro, uscito nel 2017, si chiama “I gatti Lenin”, comprende 10 brani ed è stato registrato nello studio “Cuccia Studio” di Matteo Dainese a Udine, masterizzato a Verona nello studio di Jacopo, sotto l’etichetta “New Model Label” di Ferrara.
Prima di tutto spiegaci il perché del titolo e poi di che cosa parla, se di te, di tue esperienze, di sensazioni, emozioni, situazioni… 

Partiamo dal titolo. Tempo fa ho visto un’immagine che ritraeva Lenin, in tutta la sua austerità, con un gatto in braccio, e ho pensato che quello fosse un ossimoro vivente. Un’immagine rappresentativa di tutte le contraddizioni della vita che, però, vanno a braccetto (le contraddizioni sono tante, per questo ho scritto “gatti”, al plurale).
Per quanto riguarda i brani, invece, questi sono generalmente storie di persone, conosciute e vissute in vari contesti, persone a cui non viene data la possibilità di parlare. Sì, insomma, il disco parla degli altri ma dice qualcosa anche di me, ovviamente. Sono io che racconto, attraverso le mie parole, le storie di persone che ho incontrato, rielaborandole poi, e scrivendole. Ma…le ho lasciate così, come me le hanno raccontate, non ho inventato nulla!

Tra i brani contenuti nel CD qual è il tuo preferito o quello che più ti piace cantare (non necessariamente le due cose devono coincidere)? 

(“Questa è una bella domanda!”, dice Teo. Inizio a sentirmi un po’ meno peggio.)
Mmmh, il mio brano preferito, direi, “Genova, berretto di lana”. E’ l’unico pezzo del disco che parla di politica, nello specifico parla del G8 di Genova, ci tengo davvero molto.
Il pezzo che preferisco cantare, invece, è “9 per”. E’ più intimista, l’ho scritto per un’amica che è morta a ventisette anni, appunto, un multiplo di nove.
Ne aggiungo una, ovvero una canzone che amo ma che non mi piace fare in pubblico: “La volpe e l’uva”. E’ quella che mi ha richiesto meno impegno, è quasi uno scherzo, rispetto a tutte le altre, però è quella che più mi richiedono di suonare o ri-suonare e mi da fastidio, quasi.

Una cosa che mi sono sempre chiesta riguarda i titoli delle canzoni. Sono un po’ come la copertina di un libro o il titolo di un film, devono invogliare ad ascoltare, ma non necessariamente devono richiamare il ritornello. Tu che ne pensi? Di solito, notavo, non usi ritornelli nei tuoi testi…

Il titolo credo debba essere qualcosa che possa calamitare l’attenzione, deve essere suggestivo e far pensare a cosa vuol dire, come se fosse una traccia quasi fantasma o, meglio, una chiave di lettura per quello che poi è il brano, quasi un sunto, potrei dire.

Non voglio chiederti quali sono i tuoi riferimenti musicali ma, ti chiedo, quale canzone, di tutta la storia della musica conosciuta, avresti voluto scrivere tu?

Non ho dubbi: “The Wicked Messenger” di Bob Dylan, un brano del 1967 dall’album “Jhon Wesley Harding”. Non dico perché.

Qual è l’ultimo disco che hai ascoltato? E quello che invece consigli?

L’ultimo che ho ascoltato, proprio stamattina è “House of the Holy” dei Led Zeppelin.
Quello che consiglierei a tutti è sempre di Dylan, “Desire”, del 1976.

Se potessi scegliere uno dei tuoi brani da cantare con qualcuno…chi sarebbe e che brano sceglieresti?

Con John Lennon, “Le fate nude”.
Per me, Lennon, è un mito. “Le fate nude”, invece, perchè è la prima canzone che ho scritto. Sarebbe fantastico fissarla nella mia memoria in un duetto con Lennon!
(Aria sognante, sguardo rivolto in alto e silenzio di entrambi. Sorso di vino, il bianco e il rosso, e si va avanti.)

Il posto più bello dove hai suonato o dove hai fatto uno dei migliori concerti, trovato l’atmosfera o “l’alchimia” migliore?

Al Bar Est Bottiglieria, a Milano, giovedì scorso, ho/abbiamo (ero con un’altra cantautrice) suonato bene, è stata davvero una serata meravigliosa, era tutto al posto giusto.

Come nascono i tuoi testi? Ti siedi sul divano, accarezzi il gatto, mentre cammini, quando ti arrabbi, ecc… Dicono che i musicisti lavorino sempre di notte, è vero? Ti ci ritrovi?

Ahahah, mi sento un impiegato della stesura! Le idee me le scrivo in qualsiasi momento e luogo mi vengano, ma…per stenderle…ci vogliono lunghe ore di solitudine e tanti tanti giorni di lavoro. Tendo a essere molto scrupoloso sul testo.

Cosa si deve aspettare chi ascolta Teo Ho? Cosa vorresti aver trasmesso dopo un concerto o dopo un ascolto del tuo disco?

E’ fondamentale che, chi ascolta, non abbia aspettativa. Altrimenti, quello che senti, lo perdi senza che ti lasci nulla. Devi cercare di essere completamente aperto a tutte le immagini che ti fornisco. Lo spettatore o l’ascoltatore deve essere attivo, si deve poter costruisce la storia con quelle immagini. Quando mi dicono, al termine di un concerto, “A me è rimasto questo o quello….”, beh, quella è la cosa più bella…

Quali sono i prossimi passi/progetti? Qualche data?

Le date che ho in programma per il mese di marzo sono le seguenti ma vi consiglio di controllare la mia pagina Facebook per essere aggiornati:

  • 1.03 La Strada, Vino Letterario – Milano
  • 2.03 Osteria Vinars – Medea
  • 16.03 Al Pavone – Udine
  • 17.03 Tagli e Taglieri – Aiello
  • 24.03 Circolo Potok – Stregna
  • 28.03 Bar Paganini – Rovereto

Per quanto riguarda i prossimi passi, sarò di sicuro in studio con i primi di marzo per registrare dei pezzi nuovi. Ci saranno delle sorprese rispetto alle canzoni del disco ma non anticipo nulla, per ovvi motivi.
(Mi accorgo che i taralli che ci sono stati portati assieme al vino sono rimasti intonsi, nella loro ciotolina, sul tavolo. Poi penso: lui è allergico e io sono intollerante. Il vino invece sta finendo, significa che il tempo è volato.)

Passiamo a domande un po’ meno personali. Qual’è la situazione del cantautorato nella nostra regione? So che ci sono luoghi ancora molto poco conosciuti ai più, come La Girada a Udine (dove siamo ora), il bar Moog, l’Arsenale Jazz House a Cividale e tanti altri che propongono spesso serate dove i cantautori possono esibirsi e confrontarsi…cosa ci dici in proposito?

Trovo che la scena sia molto ricca, ci sono tanti ragazzi giovani che hanno grande entusiasmo e scrivono belle cose. Ciò che sicuramente manca è un po’ di scambio…non solo il fare/condividere la data assieme, ma proprio lo scambio artistico, che è più difficile ma sarebbe anche fondamentale per crescere.

Ho recentemente letto un libro di P.Rumiz dal titolo “La Regina del Silenzio”. E’ una favola, parla di un mondo inventato in cui vengono bandite la musica e la melodia. Nemmeno l’eco esiste più. Come sarebbe un mondo senza musica e poesia, per Teo Ho o per Matteo Bosco?

Un non mondo, una non vita.
Lo sarebbe già solo senza i suoni. Con quelli potremmo vivere, anche se non ci fosse melodia….ma, in realtà, penso che questo ci porterebbe, in breve, all’estinzione.
(Con questa triste immagine finiamo l’ultimo sorso del vino, taralli sempre lì, ci facciamo un paio di risate per sdrammatizzare. Lo schermo del computer si spegne e si può parlare più liberamente. Teo mi racconta che deve partire la sera stessa per Ferrara dove dovrà fare un concerto tra un paio di giorni. Il tutto si conclude con me che confesso il fatto che i gatti generalmente mi odiano. L’atmosfera si rovina improvvisamente e lo sdegno di Teo è talmente grande che non mi viene concesso nemmeno di pagare il conto. “Dai, è andata bene!”, penso. Ahahah!)

Link utili per seguire e contattare Teo Ho:

https://www.facebook.com/TeoHoCantautore/

https://www.youtube.com/channel/UCOY6D9sTfpQpwoqf5YaRGGw

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