L’incipit

« – Oh, micetta, come sono contenta di sentire la tua voce, – disse la madre della ragazza al telefono. – Il corpo mi tradisce di nuovo. A volte penso che la mia vita sia solo una lunga serie di tradimenti corporali.»

Jonathan Franzen ha poco meno di sessant’anni e, da almeno un decennio, è considerato uno dei più importanti scrittori viventi. Dopo i primi romanzi “giovanili” è con Le correzioni (2002) e Libertà (2010) che la sua fama ha preso piede nell’intero globo, trasformandolo da scrittore promettente a vera e propria icona della nuova narrativa americana. Ora, la cosa che potrebbe maggiormente stupire sarebbe constatare come uno status così elevato e difficile da raggiungere sia arrivato in maniera pressoché inaspettata. Tanto per quanto riguarda il numero di romanzi pubblicati, quanto per ciò che concerne il tempo impiegato. Potrebbe stupire, appunto, perché chiunque abbia letto quei romanzi conosce le motivazioni che hanno fatto sì che Franzen raggiungesse quello status. Motivazioni che, difficilmente, spingerebbero chiunque a metterne in dubbio le enormi doti narrative.

Dopo un silenzio lungo cinque anni, quindi, era abbastanza ovvio che il nuovo romanzo di Franzen (Purity, edito in Italia da Einaudi) fosse uno dei titoli più attesi del panorama letterario. Sia per quanto riguarda i lettori americani che per quanto riguarda i molti fan italiani dello scrittore di Western Springs.

Purity è Purity “Pip” Tyler: una ragazza che vive in uno squat di Oakland assieme ad altri improbabili amici. Nonostante abbia da poco passato i vent’anni si trova con un debito universitario di diverse centinaia di migliaia di dollari da estinguere, un lavoro noioso e mal pagato, una madre tanto premurosa quanto complessa e nessuna notizia in merito all’identità del padre. Questa totale assenza di informazioni sul suo passato pesa su Pip come una spada di Damocle. Impedendole di emanciparsi dal rapporto con l’assente figura paterna e diventando una costante fonte di attrito con la madre. La quale sa (ovviamente) molto più di quanto sia disposta a concedere alla curiosità della figlia. L’occasione per risolvere tutti i dubbi di Pip si presenta quando il mitologico Andreas Wolf (una sorta di Julian Assange, ma più cool e social) le propone di entrare a far parte del team del suo Sunlight Project (una sorta di WikiLeaks, ma più cool e social, e dove tutte le collaboratrici sono belle e intelligenti, mentre i collaboratori sono dei nerd inespressivi). Pip, attratta dalla prospettiva e dal carisma di Wolf, accetta la proposta. Da lì le sue vicende prenderanno una piega inaspettata, portandola prima in Bolivia (al quartier generale del Caro Leader) e poi in Colorado, per una missione da cui dipenderà lo sciogliersi di tutti i nodi che stanno alla base del suo passato. Suo e di tutte le persone coinvolte, direttamente o indirettamente, nella sua ricerca.

Con Purity Franzen recupera alcune delle sue tematiche “storiche” come la crisi del rapporto di coppia, gli scheletri che albergano negli armadi di ogni famiglia e la critica culturale e valoriale alla società di massa. Arricchendole, però, di riflessioni sull’assenza di privacy nella società contemporanea, sulla globalizzazione e sulle conseguenze che essa comporta, nonché sui rapporti affettivi sempre più virtuali e sempre meno concreti. Lo fa con uno stile scorrevole e misurato, con dei dialoghi realistici e serrati e con delle ambientazioni decisamente curate e credibili. Intervenendo con riflessioni personali che non appesantiscono la lettura, bensì riescono a ritrarre con delicatezza e precisione gli stati emotivi dei personaggi. Aspetti che dimostrano quanta ricerca (non solo linguistica) vi sia da parte dell’autore per ottenere un risultato così fluido e godibile in ogni sua singola pagina. Nonché quanto sia stata importante l’opera di “costruzione” narrativa in un romanzo che alterna diverse tipologie di narratori, di focalizzazione interna e, non ultimo, diversi scenari sia geografici che storici. Quindi, se la domanda fosse «Purity è un bel romanzo?», la risposta sarebbe un inequivocabile sì. Se la domanda, però, fosse «Purity è quel gran romanzo che ti aspettavi di leggere?» mi troverei sinceramente a nutrire più di un dubbio. Soprattutto se dovessi paragonarlo ai già citati Le correzioni e Libertà. Il perché, per quanto possa sembrare irrazionale, non è di semplice spiegazione, e ha a che fare non soltanto con il concetto di aspettativa in sé, piuttosto con quello di immedesimazione. Di empatia. Perché sì, perché per quanto si riesca a entrare in contatto con Purity “Pip” Tyler, entrare nel mondo di Purity è qualcosa di ben più complesso e ovattato.

Nonostante Purity ci faccia intuire di essere incentrato su un’ipotetica singolarità (sia che si voglia leggere il titolo secondo la sua declinazione nominale, come nome di persona, o aggettivale, come “purezza”), è tutt’altro che un canonico romanzo di formazione. Le vicende di Pip e delle persone che ne incrociano l’esistenza si strutturano, infatti, secondo dinamiche che puntano a descrivere numerose e approfondite situazioni di coppia. Perché Purity è in ogni sua forma un romanzo di “coppie” e, nella fattispecie, di coppie oppositive. Coppie di amici, di amanti, di coniugi, di fidanzati, di familiari che si scontrano (secondo dinamiche più o meno consapevoli). E che solo raramente giungono a un qualcosa di diverso che non sia una sorta di consapevole “atto di non belligeranza”. Coppie che non sfociano quasi mai in aspetti corali (con l’eccezione del Sunlight Project, luogo in cui, però, non tarderanno a formarsi altre tipologie di coppie), bensì si trovano a instaurare nuove e potenzialmente oppositive relazioni con altre coppie. È come se Franzen abbia creato un numero pressoché infinito (nel senso di replicabile all’infinito) di “situazioni di coppia”, le quali si intrecciano costantemente con il pregresso e il contemporaneo di altre coppie sull’orlo del conflitto. Creando, a loro volta, “nuove coppie” capaci di spingere la riflessione più in là. Verso regioni della narrazione ben più profonde rispetto a quelle che seguono il rutilante succedersi degli eventi e dei colpi di scena. Il tutto non tanto a partire (storicamente) da Pip, bensì dai suoi genitori. Quella madre tanto affettuosa quanto sconclusionata e quel padre la cui agnizione vorrebbe essere uno dei punti cardine del romanzo.

Nella creazione (e descrizione) di queste realtà e dinamiche, Franzen dimostra di essere un innegabile maestro. Capace di scandagliare le pieghe più recondite dell’animo umano, immedesimandosi con estrema perizia anche nelle personalità più complesse e frastagliate, non cadendo quasi mai nella banalità del luogo comune o nel bozzettismo (aspetto non semplice da evitare in un romanzo così lungo e complesso). Ciò che manca, però, a Purity è a mio avviso quella base di credibilità (intesa come verosimiglianza degli eventi) non tanto a livello storico, quanto più a livello narrativo. L’impressione è che la via, per quanto ben strutturata e occultata con un sapiente gioco di colpi di scena, fosse stata tracciata secondo dinamiche troppo artificiose. Finendo, così, col non reggere in piedi quando alla foga di una lettura tanto facile quanto “appagante”, ci si trova poi di fronte a delle riflessioni a mente fredda. Quando, cioè, si tentano di trarre le somme per capire quanto in profondità ci si è depositato un romanzo. Aspetto che aveva fatto gridare al “miracolo” gli entusiasti lettori de Le correzioni e, in parte leggermente minore, Libertà. Eppure Purity è forse un romanzo più agile e maturo rispetto ai precedenti. Un romanzo che, a livello stilistico, ci dimostra come Franzen non senta minimamente il bisogno di strizzare l’occhio al pubblico o di lasciarsi andare a virtuosismi stilistici, correndo così il rischio di appesantire le pagine e la lettura.

Un romanzo, però, che non riesce a togliermi di testa una riflessione.

Nella prima parte di Purity, c’è una scena in cui Pip si trova nella sua camera presso lo squat di Oakland. È lì con un ragazzo rimorchiato in una caffetteria e sta per andarci a letto. Si ricorda, però, di avere i profilattici nel bagno inferiore, così esce dalla camera per recuperarli. In maniera nemmeno troppo figurata quella sarà la sliding-door capace di innescare l’intero romanzo, facendo sì che Franzen ci conduca dalla California alla Bolivia, dalla Bolivia a Denver, da Denver all’ex-Germania dell’Est, e di lì a Philadelphia, e poi New York e poi di nuovo Denver. E ancora alla Bolivia e nuovamente in California. Ecco, la mia impressione è che nella vita reale quella slinding-door non si sarebbe mai creata, e che tutto ciò che in Purity accade in quella sorta di “intermittenza” sia in realtà ciò che Franzen voleva accadesse per spiegare delle dinamiche relazionali che, in fin dei conti, non avevano bisogno di un plot così complesso e, in certi passaggi, sottilmente claudicante.

Ma questa è solo una mia modesta e banale considerazione, che soffre di quella passione per la ricerca dei particolari piccoli e comuni che mi ha sempre fatto apprezzare la scrittura di Franzen. Ricerca che in Purity non si arresta, beninteso, solo segue delle vie differenti. Quasi certamente più ariose e mature. Allo stesso tempo, con ogni probabilità, più romanzate.

O forse, banalmente, la mia è soltanto una malcelata invidia. Invidia per tutte quelle volte che, uscito dalla camera per recuperare un profilattico in bagno, non mi si è presentata di fronte una slinding-door così eclatante e avventurosa come quella capitata a Purity “Pip” Tyler. Lasciandomi soltanto con le conseguenze di ipotetici disagi relazionali e dubbi amletici sulla purezza della nostra società. Nonché con sfacciate speranze su come «forse ce l’avremmo fatta». In qualunque modo ci sia stato concesso di farcela.

Nel complesso, un romanzo che consiglierei a occhi chiusi e che merita ogni frazione della vita che deciderete di dedicargli.

Un piccolo estratto da ricordare

«Discutevamo sempre per nulla. Come se moltiplicando un contenuto zero per un discorso infinito potessimo farlo smettere di essere zero. Per riprendere a scopare avevamo dovuto separarci, e per scopare in modo frenetico e compulsivo avevamo dovuto divorziare. Era un modo di accanirsi contro quel gigantesco nulla a cui ci aveva sempre portato tutto quel discutere. Era l’unica discussione in cui entrambi potevamo perdere con onore. Ma poi finiva e c’era di nuovo il nulla.»

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