Dharamkot è un piccolo villaggetto proprio sopra McLeod Ganj, che a sua volta si trova sopra la più conosciuta Dharamsala. La nostra precedente affittuaria, una francese che ha vissuto qui per dieci anni, ci ha consigliato di evitare le masse turistiche che quotidianamente affollano le vie della città residenza del Dalai Lama, e di alloggiare in questa microscopica hill station che non ha nemmeno una strada ma solo sentieri di montagna e così abbiamo fatto.

Arriviamo all’alba dopo una notte di viaggio in bus senza ovviamente aver chiuso occhio, ancora una volta un sole brillante ad accoglierci. Il villaggio dorme e noi ne approfittiamo per fare qualche passeggiata nelle silenziose stradine sterrate che passano tra le casette e i ristoranti, aspettando che la host della guesthouse si svegli per portarci nella nostra stanza. Su ogni muro sono affissi centinaia di locandine di lezioni di yoga, meditazione, Reiki, sound healing, massaggi, lettura dell’oroscopo personale, lezioni di chitarra ecc. Dev’essere una location particolarmente vivace, anche perché è strano che a quell’ora e con il sole già spuntato da un pezzo la gran parte delle persone ancora dormano.

E allora cos’è Dharamkot? Un piccolo villaggetto hippie tra le montagne dell’Himalaya, che con la vicina Baghsu (a 20 minuti di passeggiata tra i boschi) forma il nuovo paese dei balocchi, dispensatore di pratiche e risposte spirituali per tutti i gusti. Un primo porto per “cercatori begginers” in cui Occidente e Oriente si fondono in maniera più accessibile e rassicurante, dove la sporcizia e il fetore, le abluzioni nel Gange, la povertà e la deformità sono lasciati lontani. E non nego di esserci stata bene anche io in questo paese dei balocchi, di aver anche io cercato, setacciato e assimilato ogni proposta allettante, ogni corso, ogni persona illuminata incontrata quassù. Anche io ho meditato al Tushita Centre insieme ad altre 50 persone, partecipato ad una drop-in class di yoga con un indiano snodato e ad una lezione di canto classico indiano con un insegnante (bravissima) che ogni giorno lavorava ininterrottamente per 10 ore di fila.

E che cos’è McLeod Ganj? La Varanasi del buddhismo. Qui risiede il Dalai Lama, che abbiamo avuto la fortuna di poter ascoltare durante un public teaching il giorno dopo il nostro arrivo, qui risiedono le comunità di monaci esiliati dal vicino Tibet, qui arrivano in pellegrinaggio migliaia di devoti ogni singolo giorno e tutto, ogni mattone, ogni pianta, ogni bandierina profuma di incenso e spiritualità mentre nelle vie risuona ininterrottamente il mantra Om Mani Padme Hum. Tibetani rifugiati, monaci thailandesi, turisti asiatici, occidentali e indiani siedono vicini nei baracchini di chai, acquistano fotografie del Dalai Lama, mangiano e praticano insieme.

Quando quella prima mattina a Dharamkot, dopo aver passeggiato, facciamo ritorno alla nostra guesthouse l’affittuaria si è appena svegliata e ci porta nella stanza dove, dopo una doccia e una buona colazione, finalmente riesco a trovare il “mio” tempo per fare il punto della situazione: mancano quattro giorni al volo di ritorno per l’Italia, alle spalle abbiamo tanti tipi di India diversi, migliaia di chapati, migliaia di dahl e altrettanti chai. Ci portiamo appresso colori e profumi da ogni strada percorsa e già abbiamo trovato altri luoghi da poter chiamare casa. Sono stanca eppure piena di energia e vitalità, infatti quel giorno, nonostante la notte in bianco, non chiudo occhio e cammino, non solo con le gambe ma anche con la mente. Cammino per mettere a posto tutti questi scampoli di tessuti dalla diversa consistenza, resistenza e forma, cammino in un’overdose di boschi, scimmie, suoni e domande.

Allora le risposte iniziano a manifestarsi in una forma che mi ha accompagnata costantemente in tutta la vita: la musica. E ripercorro quindi i suoni che hanno accompagnato questo viaggio: i mantra recitati delle donne nel tempio di Shiva e Parvati, la canzone sparata dagli altoparlanti nel Red Fort, il didgeridoo del ragazzo incontrato al baracchino di Pad Thai ad Old Manali, il flauto dell’incantatore di serpenti, il richiamo del Muezzin e tutti i tamburi e i clacson e i Namastè e i muggiti e i latrati e i canti dei pellegrini a Varanasi, il ticchettio delle piogge dei monsoni, le preghiere dei monaci tibetani e le note del raga che hanno dolcemente concluso questo concerto durato un mese e che mi hanno accompagnata verso una ricerca nuova, quella della musica indiana, che ho intrapreso una volta arrivata a casa: quello che mi ha donato questo viaggio è stato un ulteriore viaggio non meno intenso, non meno difficile, che si muove tra microtoni e colori sonori nuovi seppure sempre inseguiti.

Giulia B.

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Giulia Adele B.
Classe 1987. Meticolosa, perfezionista, super organizzata. Una vergine ascendente vergine doc. Amante dei lunghi weekend al fiume d’estate e dei bagni caldi d’inverno, dei libri e del cibo cucinato con amore, frustrata se dal venerdì alla domenica non c’è a disposizione un buon taglio di vino. Affascinata dal funzionamento della mente umana (e felina). Perfettamente a suo agio nel mondo dei suoni, spesso in difficoltà nella mondanità. Divertita dagli stereotipi, spaventata dalla cattiveria, attratta dai Suchende, coloro che d’ogni aspetto della vita vogliono ragionando andare in fondo. Il suo strumento musicale preferito è l’essere umano e passa gran parte dell’anno cercando di capire come accordarlo. Il resto del tempo lo trascorre viaggiando, ritirandosi in boschi o vecchie case in collina e cercando il tocco perfetto sulle corde del Tanpura.

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