Dopo una notte passata all’aeroporto di Nuova Delhi, che in quel momento ci sembrava essere uno dei posti più puliti e pacifici sul pianeta, finalmente, all’alba, prendiamo il nostro volo per Leh. Non abbiamo chiuso occhio, gli incessanti motivetti indiani da Bollywood sparati di continuo dagli altoparlanti della sala di attesa ci hanno tenuti svegli nonostante i tappi per le orecchie ben premuti sui nostri timpani. Ci trasciniamo sull’aereo fino ai nostri sedili, vicino a me un ragazzo si cala sugli occhi la cuffia, braccia incrociate, posizione fetale sul micro sedile. Io invece non dormo, l’entusiasmo  mi tiene sveglia anche se gli occhi pesano e bruciano: stiamo andando in uno di quei luoghi che, come l’Islanda, sono ai confini del mondo, ai confini del consueto. É il compleanno di mio padre, gli ho fatto gli auguri alle 3 di mattina e la sua risposta è stata “Giulia, ma state andando in un posto a 3500m con meno abitanti di Gorizia, avevate voglia di fare un eremitaggio?”

Le sue parole mi risuonano in testa proprio mentre scendiamo al di sotto delle poche nuvole che ci separano dalla terra e, davanti a noi, si apre uno degli spettacoli naturali più belli che si possano immaginare: la distesa dell’Himalaya. Le ali del nostro aereo sembrano quasi toccare le cime delle montagne giganti, il sole illumina tutto di una luce cosi pura e delicata che fa vibrare tutti i colori intorno: sfumature di sabbia luccicante, dorata, su uno sfondo ceruleo a perdita d’occhio.

Questo è il nostro primo approccio con il “tetto del mondo” e quando esco dal minuscolo aeroporto militare le lacrime mi escono direttamente dal petto, davanti ai militari e ai vari drivers che già si accingono, anche se qui con pacatezza, a offrirci un passaggio, per qualche rupia. In lontananza un monastero tibetano, davanti a noi strade larghe e polverose, sole e ancora sole, grosse mucche e cani enormi e pelosissimi con musi dolci.

Il Ladakh è un luogo in cui tutto è bello come nei disegni dei bambini in cui il cielo è blu, le montagne hanno le cime innevate e i prati sono verdi, gli animali sorridono e le persone sono gentili e benevole. I ladakhi con la loro cultura così connessa ai ritmi della terra e del cielo ti insegnano, se glielo permetti, ad ascoltare i suoni della natura, a svegliarti con l’alba e addormentarti con il tramonto, ad essere umili. I monaci buddisti, spesso in sneakers e New Era passeggiano per strada, attraversano il bazar, aspettano seduti con un butter tea all’entrata dei monasteri per raccogliere le offerte, ascoltano musica dividendosi un paio di auricolari, restano seduti per ore recitando preghiere dalle quali, dolcemente, ti fai trascinare ritrovandoti poi a occhi chiusi a seguire quella nenia inebriante di cui non conosci il significato ma che, nella suggestione del momento, ti dona pace.

L’altitudine si fa sentire subito avviluppandoti addosso un senso di dispersione permanente e se a Leh bastano un paio di giorni per abituarsi, al Pangong Lake (4250m) ti senti ubriaco anche se non lo sei e il vacillare tra il sonno e la veglia, specialmente di notte, è una costante, mentre di giorno la fatica nel compiere un solo passo annienta la forza di volontà. A Chang La, passo a 5300m, la sensazione è quella di trovarsi in una camera anecoica: senso dell’equilibrio annullato, cuore che batte forte, rumori e fischi nelle orecchie.

Le giornate trascorrono inebrianti tra lunghe corse in scooter lungo strade deserte per raggiungere monasteri e villaggetti nascosti dietro a una curva o alle pendici di un’enorme montagna, tra tragitti in auto su strade a strapiombo che ti portano a meraviglie naturali tali da toglierti il fiato (come il Pangong Tso), tra lunghe scalinate per raggiungere gli Stupa in cima a una vetta e tra lente passeggiate tra negozietti di frichettonaggine varia e intimi Tibetan Refugee Markets. Come noi, passeggiano in queste strade appassionati seriali di trekking e new hippies per lo più israeliani ed americani che in questa città ormai ci stazionano da mesi e con cui spesso si scambia qualche parola, si condivide un chai. Il clima è rilassato e scorre lento, incorniciato da lune e albe, dall’abbaiare dei cani, dal muggire delle mucche e dai canti dei muezzin provenienti dalla moschea della Main Bazar Road. Si respira profondamente e lentamente l’aria fresca della sera e quella carica di sole e polvere del giorno, ci si spalma balsamo per le labbra ad ogni ora perché l’altitudine secca le mucose e hai il naso chiuso e le pellicine. E quel filo che ti teneva ancora legato alle tue cose, a tutto quello che ti sei lasciato alle spalle prima di partire, quel filo lentamente si assottiglia sempre di più spezzandosi non appena ti spingi un po’ più in là. Allora il tempo e lo spazio diventano un tempo e uno spazio diversi da quello delle persone che hai lasciato a casa, anche se in verità li senti vicini come poche altre volte mai.

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Giulia Adele B.
Classe 1987. Meticolosa, perfezionista, super organizzata. Una vergine ascendente vergine doc. Amante dei lunghi weekend al fiume d’estate e dei bagni caldi d’inverno, dei libri e del cibo cucinato con amore, frustrata se dal venerdì alla domenica non c’è a disposizione un buon taglio di vino. Affascinata dal funzionamento della mente umana (e felina). Perfettamente a suo agio nel mondo dei suoni, spesso in difficoltà nella mondanità. Divertita dagli stereotipi, spaventata dalla cattiveria, attratta dai Suchende, coloro che d’ogni aspetto della vita vogliono ragionando andare in fondo. Il suo strumento musicale preferito è l’essere umano e passa gran parte dell’anno cercando di capire come accordarlo. Il resto del tempo lo trascorre viaggiando, ritirandosi in boschi o vecchie case in collina e cercando il tocco perfetto sulle corde del Tanpura.