Nel vagone quasi tutti dormono ancora. Un uomo cammina su e giù per il corridoio tra gli sleepers noncurante del rumore pesante dei suoi passi, tra pochissimo tutto il treno dovrà svegliarsi per scendere di corsa alla prossima fermata: Varanasi.

Rannicchiata sotto il lenzuolo mi godo questi ultimi momenti di silenzio. Smanio dalla voglia di vedere, di toccare, di sapere. Ma ho anche paura di non riuscire ad affrontare di nuovo tutto il disordine e la caoticità, gli odori e il senso di smarrimento che ancora in fondo a me ristagna.

È l’alba a Varanasi, ma la stazione pullula di vita: “Tuk Tuk? Taxi?” Non sappiamo chi fra i tanti scegliere, siamo affamati,  reduci da 12 ore di treno senza quasi chiuder occhio e quaranta gradi carichi di umidità ci comprimono. Saltiamo sul primo mezzo che vediamo e iniziamo a patteggiare sulla corsa. Per 200 rupie ci porta nell’incrocio più vicino alla nostra guesthouse, da lì dovremo proseguire a piedi perché il tuk tuk non ci passa.

Scopriremo dopo qualche ora che Varanasi ha tre dimensioni: quella delle strade polverose e dissestate brulicanti di traffico e inquinamento in cui circolano macchine, bus, tuk tuk, vacche, cani e migliaia di esseri umani colorati e chiassosi.

Quella dei ghats sul Gange, dove vivi e morti si incontrano, dove regna un silenzio costante e l’aria profuma di sandalo.

E quella ombrosa dei vicoli, con la quale avremo il primo impatto.

Agli occhi degli indiani dobbiamo apparire proprio come due ingenui turisti alla loro prima volta nella città, quali siamo.  Abbigliamento tecnico, nasi per aria e soprattutto un’eccessiva diffidenza che fa sorridere i ragazzini sdraiati lungo le rive del Gange mentre ci salutano con un spensierato Namasté.

Un uomo vestito completamente di bianco, vedendoci così disorientati e con Google Maps inutilmente aperto sui nostri iPhone ci indica la direzione verso la nostra guesthouse. Dopo aver svoltato almeno tre o quattro volte in viuzze così strette da dover passare uno alla volta ed esserci infilati in un cunicolo buio e maleodorante giungiamo finalmente all’edificio per poi scoprire che è chiuso. Aspettiamo per una ventina di minuti circondati solo da un branco di scimmie che ciondolano da un tetto all’altro e da una mucca che si aggira alla ricerca di qualcosa di commestibile tra l’accozzaglia di immondizie ai lati della stradina.

Poi dall’interno qualche rumore. Qualcuno si alza, forse svegliato dai nostri passi e dal nostro chiacchiericcio. Ci apre un anziano signore con gli occhi ancora pesanti del sonno, ci presentiamo, in un attimo siamo nella nostra stanza che si rivelerà essere uno dei luoghi più accoglienti del nostro intero viaggio: appena fuori dal piccolo balcone un gigantesco albero esotico dal tronco spesso e nodoso con lunghi rami massicci in cui vive una famiglia di scimmie. Sotto di noi un piccolo tempio dedicato a Shiva. Davanti, il Gange.

A Varanasi c’è troppo silenzio e, allo stesso tempo, troppo chiasso. C’é troppo spazio e un attimo dopo, troppo poco. C’è allegria, gioco e spensieratezza ma, nel ghat accanto, i morti vengono cremati.

L’odore consistente di corpi bruciati (che è lo stesso dei capelli bruciati), si mescola con il profumo seducente dell’incenso e di cibi spezzati e voci chiamano, urlano, pregano e cantano mantra mentre da lontano giunge il suono del flauto di un incantatore di serpenti.

Il cielo e il Gange non si distinguono, non c’è orizzonte, ma solo un unico denso e pesante color seppia che preme incessantemente contro le barche, le case, i sari stesi delle donne e la pelle scura degli uomini che si immergono a occhi chiusi e mani congiunte nel fiume.

Ricordo di aver desiderato che il tempo si fermasse, di aver pensato che stare a guardare le scimmie e il Gange fuori dal balcone, ascoltando l’intreccio di quei suoni e inspirando lentamente fino a riempire al massimo i polmoni e lo spirito di profumi di incensi provenienti dal piccolo tempio sotto la nostra stanza fosse tutto ciò che potesse essere considerato “viaggio”. Che fosse l’essenza stessa del viaggio. E che non poteva esistere qualcosa di più perfetto di quel puzzle di profumi di incenso e mantra.

Giulia B.

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Giulia Adele B.
Classe 1987. Meticolosa, perfezionista, super organizzata. Una vergine ascendente vergine doc. Amante dei lunghi weekend al fiume d’estate e dei bagni caldi d’inverno, dei libri e del cibo cucinato con amore, frustrata se dal venerdì alla domenica non c’è a disposizione un buon taglio di vino. Affascinata dal funzionamento della mente umana (e felina). Perfettamente a suo agio nel mondo dei suoni, spesso in difficoltà nella mondanità. Divertita dagli stereotipi, spaventata dalla cattiveria, attratta dai Suchende, coloro che d’ogni aspetto della vita vogliono ragionando andare in fondo. Il suo strumento musicale preferito è l’essere umano e passa gran parte dell’anno cercando di capire come accordarlo. Il resto del tempo lo trascorre viaggiando, ritirandosi in boschi o vecchie case in collina e cercando il tocco perfetto sulle corde del Tanpura.

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