Oggi non voglio parlarvi del Brasile che conosciamo un pò tutti; spiagge dorate, acqua meravigliosa, frutti tropicali, tanta allegria ma anche violenza, razzismo e corruzione dilagante.

Uno dei miei ultimi viaggi è stato per l’appunto nella patria della samba, diviso tra gli stati di San Paolo e Rio de Janeiro, visitando città, spiagge da sogno e foreste dell’entroterra.

Siamo a San Paolo, capitale da 20 milioni di abitanti dello stato omonimo, è la città che non dorme mai, questo significa che anche alle 3 di notte è facile trovare un supermercato aperto, un meccanico pronto a sistemare la tua automobile per non parlare di ristoranti, paninerie e bar. La gente corre frenetica, si schiaccia nella metropolitana, dentro ai taxi, sui marciapiedi, a tutte le ore non c’è tregua. Nei quartieri per bene le luci sono sempre accese; negli altri … forse mai.

E’ un grande minestrone culturale, le influenze si mischiano in un uragano di sensazioni, odori, sapori, lingue, con comunità considerevoli, da quella portoghese e italiana a quella araba cristiana, formata soprattutto da libanesi e siriani, ma anche africana e giapponese.

Alcuni dicono che è solo grigia, ma si sbagliano: bisogna saper aprire gli occhi e guardare un po’ meglio. Il colore dov’è? Sui muri, ovunque; ed è di questo che voglio parlarvi.

Benvenuti nella patria del pichação, una forma di espressione completamente autoctona, caratterizzata, sin dalle origini negli anni ‘80, da una forte volontà militante e di protesta sociale. Ogni pratica di arte urbana è figlia del suo ambiente, e gli alti palazzoni che contraddistinguono la metropoli divengono un target irrinunciabile per i pichadores, i quali si arrampicano a decine e decine di metri di altezza, correndo colossali rischi e alle volte perdendo pure la vita; si tratta di una forma di free climbing non di un’arrampicata con corde e moschettoni!

Un po’ dappertutto sui muri dei palazzi, troviamo queste parole in bianco e nero, le pichações; come già detto scritte di protesta, spesso ermetiche e difficili da decifrare, come dei veri e propri geroglifici. Tra le più gettonate, in questo periodo di polemica nei confronti del governo, accusato di avere investito gli scorsi anni risorse pubbliche importanti per ospitare i mondiali di calcio, si possono leggere “più ospedali e meno stadi” o “più scuole e meno football”, ma anche scritte contro l’attuale presidente Michel Temer accusato di corruzione; messaggi che incarnano il dissenso dei cittadini brasiliani.

Sempre dagli anni ’80, le strade della città hanno iniziato a tingersi di graffiti: negli angoli più impensati, sulle facciate di edifici, sui muri delle case… il movimento artistico è cresciuto nel tempo e oggi la creatività urbana abbonda. Opere dinamiche per natura, i graffiti sono passeggeri: vestono una parete per qualche anno, poi, rovinati dalle intemperie e forse da qualche dispetto, vengono coperti da una nuova forma, un nuovo colore, un nuovo disegno. E così non si finisce mai di conoscerli tutti. L’esempio lampante è il Beco do Batman, nell’animato quartiere di Vila Madalena, dagli anni Ottanta è stato via via adornato di murales, fino a trasformarlo in una sorta di museo dei graffiti all’aperto, che gli artisti ormai aggiornano e “restaurano” costantemente.

Un approfondimento interessante sui Pichadores lo potete trovare sul sito theguardian.com, per leggere clicca qui.

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Alessandro Cabai

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