Ognuno di noi inventa dei giochi. Io da qualche anno ho inventato il gioco del “cosa c’era lì prima?”. Capita di farlo con i centri commerciali, visto la loro spaventosa diffusione. Ma i centri commerciali sono luoghi privi di poesia, in cui la gente si ritrova anche solo per noia o per il “gesto sociale” del comprare. Risulta molto più appagante farlo con i negozi, quelli piccoli, quelli del centro, quelli in cui entravi perchè dovevi entrarci.

Ed è così che mentre cammini per Udine, ti scattano a tradimento i momenti amarcord che non avevi chiesto, un po’ come la notifica di un wifi free nel punto in cui ti trovi. Inaspettatamente, una determinata predisposizione d’animo, ti fa fare un salto indietro tra la fine delle medie ed l’inizio delle superiori, tra quelli che erano i negozi di culto di Udine tra i teenager di fine anni ’90… come lo ero io. Questo articolo è un viaggio tra quei negozi.

Partiamo con il Vinci Street il mio preferito. Di Vinci Street ce n’erano due: uno in Centro Studi che ebbe vita più breve, l’altro (il più celebre) in Riva Bartolini. Il Vinci Street era sulla carta un negozio di moda giovane mooolto orientato al mondo delle discoteche. Io che stavo ai margini di quel mondo dicevo che “ci vendono roba per progressivi”. In realtà era molto di più di un negozio di abbigliamento poiché non di rado ci organizzavano eventi più o meno musicali. Ricordo un sabato pomeriggio con La Pina e Giuliano Palma. Oppure un pomeriggio sotto Natale (1997) con musica techno a palla, un tizio completamente dipinto d’argento che girava il negozio in roller blade e come regalo gratuito una lattina di Pepsi edizione limitata con sopra le Spice Girls, a me toccò Scary Spice… a 13 anni veramente il top. Se penso al Vinci Street ricordo i giubbottini dell’Essenza, le t-shirt cortissime della Onyx e gli zainetti monospalla. Quando il mondo delle discoteche venne a riassorbirsi anche il negozio si riassorbì, cambiò nome e diventò l’attuale negozio di cose casual e jeanseria che troviamo oggi. Il Vinci Street però è come la fenice e se Googleate scoprirete che è risorto nel negozio Black & White di via Mercato Vecchio. Entrateci, il mood è quello e la titolare anche! La prorompente bionda dalla nazionalità incerta.

Dirimpettaio del Vinci Street il Kriptonite. Il Kriptonite era un negozio per “rappettari”. Se penso al Kriponite ricordo i pantaloni baggy con il cavallo alle ginocchia ed i berretti di lana dalla caratteristica forma a “preservativo”. A differenza del Vinci Street, il negozio durante gli anni ha saputo correggere il tiro, passando da negozio di abbigliamento hip hop a negozio di abbigliamento urban-skater. Poi il dramma, l’anno scorso se non ricordo male. Via la roba da skater per diventare un negozio main stream, passando da quello sgabuzzino caotico e multicolor che era, ad una piccola boutique monocromatica, ariosa e minimal.

Il Metropolis ero così abituata a vederlo incastonato all’angolo con Piazza Libertà, da pensarlo come un suo elemento costitutivo, al pari delle statue di Ercole e Caco o dei Mori che battono le ore. Era il cugino moderato del Vinci Street per chi amava vestirsi di moda, ma non aveva le discoteche come seconda casa. Se penso al Metropolis penso a tonnellate di jeans e giubbotti dell’Energy (quelli con le chiusure in metallo). La sua attitudine moderata gli ha garantito una vita lunghissima, non ha caso ho chiuso i battenti da pochi mesi ed il locale è attualmente sfitto.

Il Paprika è un negozio di scarpe in via Cesare Battisti che ha visto tra i ’90 ed i 2000 caratteristici esempi di drop out scolastico, reinvestirci (legittimamente) i primi stipendi in scarpe con la zeppa. Se penso al Paprika penso alle Buffalo ed a stivali inguinali con la zeppa. Per il costo delle scarpe e per il loro stile, questo negozio mi era precluso.

Il negozio esiste ancora con lo stesso nome e propone sempre scarpe, ma esattamente come il Vinci Street, riassorbita l’ondata techno-progressiva, ha cambiato tipo di proposta.

L’Upim, di cui rimangono le spoglie in quel palazzo “diversamente bello” a fianco alla Loggia del Lionello, ha anticipato il concetto di “cazzeggio da centro commerciale”: ci entravi per noia e nessuno si aspettava che comprassi nulla. Con le amiche ci si andava soprattutto per il makeup. Era il classico posto dove i tester sparivano sistematicamente e la merce sembrava letteralmente buttata sugli scaffali. Il meno “caratteristico” come negozio e guarda caso quello a cui ero meno affezionata tra i negozi che ho citato.

Siamo arrivati al capolinea, potete scendere… ed asciugarvi la lacrimuccia.

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