Vita di Charlie Parker – Detective. Ore 21.30.

Charlie Parker. Il suo nome era uguale a quello del famoso jazzista, solo che lui non aveva mai preso in mano uno strumento musicale ed era bianco. Sistemò il bavero del cappotto grigio e si mise in testa il Fedora che lo accompagnava in ogni momento trascorso fuori dall’ufficio o da casa; era giunto il momento di lasciare quella bettola di periferia, dopo essersi riscaldato con un paio di whiskey di dubbia qualità, e tornarsene a casa. Ad aspettarlo una doccia calda e un cartone contenente della pizza avanzata dal giorno prima accompagnato da un six-pack di birre in lattina che avrebbe comprato da qualche parte strada facendo. “Che vita piena di emozioni!” pensò dentro di se. Da quando aveva chiuso con Madison le cose gli parevano precipitare in una spirale di vuoto senza fine. Ma un po’ di emozione in quella giornata c’era stata e tornò con la mente alla mattinata trascorsa.

Ufficio di Charlie Parker – Detective. Ore 10.30.

Charlie fece cadere lo sguardo sull’orologio e decise di spegnere la console. Gli seccava abbandonare la sessione di gioco nel momento in cui la trama aveva preso una svolta interessante, ma doveva sistemare l’ufficio prima dell’appuntamento. Era l’unico caso che gli fosse presentato da qualche mese, ma aveva tutti i presupposti per essere abbastanza remunerativo e permettergli di pagare l’affitto, le bollette e lo stipendio arretrato di Julia, la sua segretaria part-time. Prese un sacco nero della spazzatura dallo sgabuzzino riempiendolo con le lattine di birra vuote seminate per la stanza, con sacchetti di patatine strappati in malo modo e con il contenuto misto del cestino che oramai strapieno e nascose tutto dentro la stanza che fungeva da archivio, chiudendo bene a chiave la porta difettosa. “Chissà se si riaprirà” pensò immaginando il contenuto del sacco prendere vita in un futuro non troppo lontano. Trainato dal sollievo, e da un breve senso di onnipotenza che uno spazio ordinato era capace di dare anche al più sciatto essere umano della terra, si mise a spolverare senza troppa cura i mobili con un panno antistatico, ordinando persino le bottiglie dei liquori secondo la gradazione alcolica. Soddisfatto come se avesse compiuto l’impresa del secolo riguardò l’ora: erano passati poco più di trenta di minuti e ne approfittò per sedersi alla scrivania e leggere gli appunti sul caso che avrebbe dovuto tenerlo impegnato al posto dei videogiochi, ma che non aveva ancora preso in considerazione, nonostante il fascicolo si trovasse lì da circa due settimane. La sua pigrizia e l’infantile passione per il mondo videoludico gli avevano fatto procrastinare quel poco lavoro che aveva racimolato. L’imprenditore Nicholas Reeves risultava scomparso da una settimana; la notizia sui media non aveva fatto clamore, riportando saltuari e brevi aggiornamenti di tanto in tanto mentre la polizia brancolava nel buio. “Scappato con l’amante” era il verdetto della moglie Marlene che aveva deciso di affidargli l’incarico per scoprire dove fosse finito l’uomo. Charlie e Marlene si erano parlati solo al telefono; una conversazione tenutasi sul filo del “dico e non dico” e finalmente era arrivato il momento di un incontro per approfondire la vita del signor Reeves, anche se rotocalchi e quotidiani ne avevano già dipinto un quadro abbastanza dettagliato. Reeves era quanto di più classico la borghesia potesse offrire; dopo essersi laureato a pieni voti in un’università prestigiosa, si era buttato nel mondo dell’imprenditoria non appena terminati gli studi azzeccando un paio di brevetti che gli garantirono una vita agiata e le tessere dei club esclusivi della città. Era un uomo che non appariva spesso in pubblico, ignorato dai paparazzi, ma incensato dai giornali di finanza come uno degli enfant prodige della sua generazione. Nessuno scandalo apparente e un matrimonio longevo completavano il quadro del cittadino modello vestito con camicia sartoriale e cardigan di cashmere. Charlie sapeva, però, che spesso e volentieri quel tipo di persone faceva trasparire solo ciò che serviva per mantenere una certa etichetta, mentre i lati tenuti nascosti potevano essere molto più interessanti e rivelare dettagli importanti per lo svolgersi delle indagini. Gli piaceva indagare nel torbido della vita delle persone; nessuno era completamente un santo e tutti celavano qualcosa in un tacito patto con la propria coscienza che sarebbe durato, quando non interveniva un investigatore, probabilmente per sempre. Stava percorrendo con il dito una serie di domande, annotate di fretta su un taccuino a righe, che avrebbe rivolto alla donna, quando udì un rumore di tacchi provenire dal corridoio. L’architettura del palazzo, con le scale strette e una tromba che terminava nel buio delle cantine, faceva rimbombare qualsiasi rumore esterno fino a dentro i piccoli uffici, occupati per lo più da liberi professionisti. Il detective, si guardò allo specchio per controllare che il vestiario fosse a posto e che non si fosse macchiato con il panino mangiato al fast-food la sera prima. Le maniche della camicia erano arrotolate quasi fino al gomito e optò per lasciarle così; sarebbe sembrato meno formale, ma al contempo avrebbe dato l’impressione di essere impegnato sul caso e comunque faceva caldo durante il giorno nonostante fosse ottobre inoltrato. I passi si fermarono fuori dalla porta e Charlie attese che l’ospite bussasse. Passarono alcuni secondi immersi in un silenzio tombale, persino il rumore del traffico si era interrotto per assecondare quel momento. Il mondo sembrava completamente immobile; l’orologio segnava le 11.27 e l’appuntamento era stato fissato per le 11.30. Si alzò dalla sedia e si diresse verso l’entrata dell’ufficio per aprire; tanto che differenza avrebbero fatto tre minuti? «Guardi che può entrare» disse mentre spalancava la porta. Il mondo si fermò di nuovo assieme al suo respiro. Fino a quel momento aveva visto Marlene Reeves solo in foto, ma dal vivo, avvolta in abito color crema con gli orli della gonna e delle maniche nere e che aderiva al corpo senza rivelare nessun difetto nella forma fisica, era tutt’altra cosa. Riprese subito l’autocontrollo, sperando di non aver fatto un’espressione da scimmia ebete. Le fece il gesto di accomodarsi e poi si precipitò ad aprire una finestra. «Cambio un po’ l’aria se non le dispiace» fu la scusa, ma la verità era che dell’aria ne aveva bisogno lui. Non gli importava che fosse pregna di smog, sempre di aria si trattava. Nel riflesso sul vetro verificò di avere un’espressione consona alla situazione cercando di mantenere un contegno professionale. Lei non lo aveva ancora degnato di uno sguardo; entrò con gli occhi rivolti verso il basso, gli passò a fianco senza dire nulla e ora se ne stava seduta con le gambe unite, la borsa sulle cosce e le mani che ne stringevano l’apertura; gli occhi ancora fissi verso il pavimento. In quel momento arrivo anche Julia, silenziosa con le sue ballerine e vestita in modo austero con un tailleur blu notte. Lei e Marlene sembravano contrastavano come il bianco e il nero. La salutò frettolosamente mentre richiudeva la porta dell’ufficio senza rendersi conto dell’espressione dispiaciuta di lei.

La signora Reeves, appena fu sollecitata dalle domande del detective, diventò un fiume in piena di racconti riguardanti un mondo a lui del tutto estraneo; country club, gite in barca, hotel a 5 stelle superior e viaggi a Dubai spesso svolti in compagnia di buona parte dell’annoiata “upper-class” cittadina e solo quando si sentì a suo agio alzò lo sguardo verso Charlie lasciando che la timidezza e la verecondia iniziali sparissero per far posto a occhi vivi e profondi. Un incrocio di sguardi che per poco secondi fu intenso, pieno di speranza verso chi avrebbe dovuto svelarle la verità , mentre quello di Charlie era perso in un altro mondo. La sua mente aveva iniziato a divagare sin dalle prime parole della donna e aveva trasformato più volte quell’ufficio in una camera da letto, in un ristorante raffinato o in un aperitivo a base di vino e stuzzichini in un locale alla moda del centro. Lei aveva quello che chiamava il “fattore wow!”, un insieme di gestualità, profumo, bellezza e suono della voce che lasciano qualsiasi uomo la incroci con il cuore in subbuglio. Una sirena metropolitana, nata per tentare qualsiasi altro essere vivente, uomo o donna che fossero, con cui entrasse in contatto. Charlie dovette lottare tra la sua professionalità e i suoi istinti, ma in cuor suo già sapeva che quell’indagine si sarebbe ben presto compromessa e avrebbe lo avrebbe compromesso. Come succede ai detective dei romanzi anch’egli aveva trovato la sua femme fatale. «Quindi signor Parker, accetta di scoprire cos’è successo a mio marito?» chiese Marlene con la voce ancora ricoperta di timidezza. Lui scosse la testa per tornare in sé dopo quel viaggio in una dimensione parallela. La guardò negli occhi cosciente, senza secondi fini. «Sì, signora Reeves. Accetto il caso». Il sollievo si fece strada di colpo nel volto della donna. «Quanto tempo le servirà ? Non lo intenda come una questione venale; i soldi non mi mancano. Lo sa benissimo… È che sapere di poter rendere giustizia a mio marito mi fa diventare impaziente». «In tutta sincerità non lo so. Lei mi ha fatto recapitare una buona parte della documentazione raccolta dalla polizia; leggendola sembra che le loro deduzioni siano logiche e appropriate, quindi dovrò andare a scavare molto a fondo». Diceva la verità Charlie Parker, quell’indagine sarebbe stata lunga e non solo per le difficoltà espresse da Merlene Reeves, ma anche per il piacere personale di poter interagire con lei il maggior tempo possibile. Marlene armeggiò nella borsa ed estrasse una busta. «Eccole un anticipo del compenso per coprire le prime spese. Non si faccia problemi a chiedermi ciò che le può servire. Come le ho detto prima i soldi non sono un problema. Ora mi scusi, ma devo andare; l’aver preso il posto di mio marito in alcuni affari richiede appuntamenti brevi ma efficaci». Si trasformò da timida a decisa, mostrando che sotto il dolore della scomparsa e il comportamento da moglie devota c’era una donna pronta per il mondo degli affari. D’altronde stando con il marito e frequentando certi ambienti aveva avuto tutto il tempo di studiare e imparare come gira il mondo a quel livello sociale. Liam l’accompagnò alla porta cercando di starle il più vicino possibile, quasi con la voglia di cingerle la vita con il braccio. Una tentazione fortissima. Si salutarono senza nemmeno stringersi la mano e quando si chiuse la porta, il detective sospirò.

Vita di Charlie Parker – Detective. Ore 22.30.

L’incontro con Marlene Reeves era stato incredibile e Madison era diventato uno sbiadito ricordo sfrattato dal cuore e relegato alla mente. Inoltre i soldi “grossi” sarebbero arrivati presto anche se per fortuna aveva qualche risparmio in banca che gli avrebbe permesso di sbarcare il lunario per un po’. Tirò fuori una sigaretta e imprecò contro il vento che non gli permetteva di accendere; aspirò una boccata di fumo caldo che si mescolò subito al fresco serale dell’autunno. Si avviò verso casa camminando in fretta per arrivarci il prima possibile; il cellulare squillò. “Chi cazzo è a quest’ora?” pensò prima di rispondere. Guardò il display del cellulare, sperando che non fosse la sua ex. Si conosceva e sarebbe finito a scopare con lei pensando a Marlene; una cosa da evitare. Il numero risultava sconosciuto. «Charlie… Charlie! Aiutami!» Era una voce di donna; non la riconobbe subito, ma gli parve quella della sua nuova cliente. «Marlene? Sei tu? Dove sei? Che succede?» Sentì un rumore di spari e la conversazione cadde. Marlene aveva bisogno di lui e la pizza avrebbe dovuto attendere. Tanto sarebbe comunque rimasta uno schifo come appena arrivata e come la birra del discount. Un poco di polvere in più non poteva peggiorare un sapore di merda, al quale comunque era affezionato. E si era già messo a disposizione di una donna appena conosciuta, innamorandosene a modo suo e ciò innamorandosi di un ideale. Forse un diavolo con le sembianze di angelo. Sentiva di amarla, anche se gli aveva stuzzicato solo la fantasia. Il telefono squillò di nuovo. Questa volta a chiamarlo era Julia. «Ciao Charlie…»

Ufficio di Charlie Parker – Detective. Ore 11.15.

“Quella zoccola è già dentro da quarantacinque minuti. Che cazzo avrà di così importante da raccontargli?” Julia continuava a scrivere i suoi pensieri sul wordprocessor. Negli ultimi mesi aveva pensato che tra lei e Charlie potesse nascere qualcosa di importante. Dopotutto aveva iniziato lui, raccontandole di come andasse male con Madison e di come si sentisse abbandonato e trattato di merda. Il suo animo da crocerossina venne fuori davanti a quell’uomo un po’ sciatto, ma allo stesso tempo affascinante nei modi e che sapeva ammaliarla con le parole quando le illustrava gli avanzamenti dei casi facendole annotare le deduzione, i pensieri, le motivazioni psicologiche che spingevano gli esseri umani ad agire in certi modi. Non era professionale innamorarsi di lui, ma non ne poteva fare a meno. Una sera, prima di andarsene dall’ufficio lo trovò seduto sul davanzale a guardare fuori dalla finestra con gli occhi gonfi di chi aveva pianto e lei, che piangeva spesso, non poté esimersi da dargli un abbraccio. Lui la baciò d’istinto, forse con Madison in testa, ma poco le importava. L’ebbrezza di andare contro all’educazione cattolica ricevuta in collegio, e che finora aveva regolato la sua vita, la faceva eccitare come un’adolescente davanti al cantante preferito. Lasciò schiudersi le labbra per lasciare posto alla lingua e permise al suo capo di percorrerle il corpo con le mani. Quella sera si fermarono lì, colti da un’adolescenziale imbarazzo, ma capitarono altre occasioni in cui ci fu la possibilità di andare avanti e lei fu felice di donare a Charlie la sua verginità. Tutta. Il giorno dopo era sempre come se non fosse successo nulla. Julia restava avvolta nei sui tailleur e Charlie andava e veniva con saluti frettolosi e nessuno sguardo ammiccante. Nemmeno una parola o un doppio senso uscivano dalle loro bocche durante il giorno. Madison era ancora una presenza semicostante nella vita di Charlie, ma lei sapeva, o meglio sperava, che un giorno quell’uomo sarebbe stato solo suo. Quel giorno la sua speranza si incrinò in modo irreparabile quando vide Marlene Reeves entrare nell’ufficio di Charlie. La colpa fu lo sguardo che lui rivolse alla cliente. Non aveva mai guardato nemmeno la sua ex, le volte che passava in ufficio per fargli una delle sue solite scenate, in quel modo. Mai, nemmeno quando le cose andavano a gonfie vele tra loro e li sentiva fare sesso al di là della porta. La musica che proveniva dalle casse del computer le annunciò un triste presagio. “Kind of Blues”, di Miles Davis, era una melodia che non gli aveva mai portato buone nuove. Nella sua testa, in quell’ufficio a pochi passi, stava succedendo tutto quello che Charlie aveva fatto con lei. Si rese conto che non tollerava Marlene come tollerava Madison e che questa nuova cliente le avrebbe tolto quanto di più caro e desiderato avesse al mondo in quel momento. “Pensa, dannazione, pensa!” Si ripeteva Julia. Come poteva far sparire dall’ufficio quell’ostacolo? Sapeva Charlie l’avrebbe richiamata ancora lì, magari fissando l’appuntamento poco prima che lei finisse il turno, in modo da restare soli e la quantità di lavoro non avrebbe giustificato delle casuali ore di straordinario. Sparire. Forse la chiave stava in quella parola che continuava a girarle in testa e che ben presto divenne sparare. Ecco cosa avrebbe fatto. Avrebbe raggiunto Marlene a casa, dicendole che di essere stata mandata dal Detective Parker e che si era dimenticato di farle alcune domande, il resto poi sarebbe stata una cosa già vista molteplici volte nei film. Charlie le aveva lasciato una BU9 Nano per la difesa personale da tenere in ufficio nel caso si presentassero clienti scontenti delle indagini o qualcuno in cerca di vendetta. L’aveva sempre tenuta nel cassetto, all’interno della custodia ancora intonsa. Era giunto il momento che quel piccolo gioiello di fabbricazione italiana prendesse vita. Nascose la pistola nella borsetta e continuò a fare uscire i suoi pensieri sul wordprocessor che aveva generato pagina cinque. Quando Marlene Reeves uscì dalla porta capì che la decisione presa era l’unica possibile. Lo sguardo di Charlie era fin troppo eloquente per lasciarle spazio a qualsiasi speranza futura e la sua ‘sindrome di Otello’ era del tutto giustificata. Doveva solo aspettare che arrivassero le 16 e sorridere al suo capo come se niente fosse.

Vita di Charlie Parker – Detective. Ore 22.31.

«Charlie, caro Charlie…ti va di giocare un po’ con me? Ci mancherebbe… Dopotutto mi hai scopata per bene più volte» la donna sospirò ricordando i vecchi tempi e il piacere che Charlie le aveva provocato. Charlie non credeva a ciò che stava accadendo e pensò fosse uno scherzo di cattivo gusto o solo colpa del whiskey. Prese un respiro profondo e cerco di usare la usare la diplomazia: «Senti Julia, te l’ho già detto, mi dispiace. Finché c’è Madison non puoi pretendere di più». Stava cercando di mantenere una voce ferma; la follia di Julia gli ricordava le scenate della sua ex e questo minava in modo prepotente il suo usuale autocontrollo. «Sono stanca Charlie. Ho aspettato troppo tempo per averti… Ti ho osservato sprofondare, uscire ubriaco fradicio da bettole che in passato odiavi per poi accompagnarti a casa sopportando la puzza di alcool e il fatto che tu non mi riconoscessi nemmeno, ma non è stato abbastanza. Dovevi cadere più a fondo, ma questa puttana di fronte a me ti ha dato nuova linfa grazie al suo vestitino attillato di qualche stilista del cazzo e gli occhi grandi» Charlie restò in silenzio e Julia continuò: «Hai aperto il secondo pacchetto della giornata?» «Non ancora». «Fallo adesso». Charlie infilò la mano all’interno del cappotto nella tasca dove teneva sempre un pacchetto di scorta e vi trovò quello che al tatto sembrava un foglio. Lo estrasse e lesse la parola scritta sopra e con ogni probabilità uscita dalla sua stampante in ufficio. «Cosa c’è scritto Charlie?» A caratteri cubitali sul foglio bianco c’era scritto ‘BANG’ e Charlie sentì uno sparo dall’altro capo. Pianse per non essere riuscito a fermare quella follia e in quel momento gli venne in mente che quel giorno era anche il suo compleanno e che andandosene dall’ufficio aveva visto un regalo vicino alla scrivania di Julia, ma non aveva approfondito considerandola una dimenticanza da parte della sua segretaria. Che uomo bizzarro Charlie Parker: continuava a trascinare una storia morta da tempo, si scopava la sua segretaria e si dimenticava del proprio compleanno. Forse se la meritava una vita di merda. Julia interruppe i suoi pensieri. «Tanti auguri capo!» Un secondo colpo gli perforò questa volta il timpano, seguito da un tonfo.

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