Per più di un anno della mia vita mi sono alzato con una foto di Tina Modotti accanto al letto. Era posizionata poco sopra un comodino improvvisato. Fissata alla parete da un piccolo chiodino nero. Uno spillo acuminato che credo di aver sfiorato troppe volte per non ricordare a memoria. Era stata 
la mia ragazza di allora a decidere di metterla in quella posizione. Così come, dalla sua parte del letto, ne aveva messa un’altra. Sempre in corrispondenza del suo comodino e sempre fissata con un medesimo, piccolo, chiodino nero. A sua volta, inutile specificarlo, pericolosamente acuminato. Non ricordo quale foto di Tina Modotti avesse scelto per il suo lato. Non è passato poi così troppo tempo tuttavia, anche volendo sforzarmi, davvero non riesco a ricordarla. Ricordo con certezza, però, che era una foto di Tina Modotti. La foto che stava al mio lato del letto, invece, la ricordo perfettamente: era il ritratto che Edward Weston fece a Tina nel 1924. Una foto così bella ed evocativa da diventare la copertina di biografie, romanzi, articoli e interventi vari dedicati all’artista udinese.

Credo sia iniziato così, in maniera involontaria, il mio imprinting nei confronti di Tina Modotti. Fino ad allora sapevo ben poco di lei, della sua storia, della sua vita. Nonostante la mia compagna di allora avesse nei suoi confronti un’adorazione quasi smodata (o, forse, proprio a causa di ciò), non era riuscita a trasmettermi la giusta curiosità per avvicinarmi alla figura di Tinissima. O meglio, per avvicinarmi a lei al di là dello sfiorare ogni mattina una foto appesa a poche decine di centimetri dalla mia testa. Tina Modotti, in quel periodo, restava per me non tanto un mistero, quanto più un non-argomento. Il «sonno di nessuno sotto sì tante palpebre» di cui parlava Rainer Maria Rilke. Quando poi il suo nome usciva nelle conversazioni quotidiane, capivo che ciò che mi veniva raccontato era troppo “personale” per spingermi a saperne di più: non stavo ascoltando qualcuno parlarmi di Tina, stavo ascoltando qualcuno parlare di se stesso attraverso di lei.

Così, quando le foto di Tina (con i fatidici chiodini neri annessi) uscirono dalla camera assieme alla legittima proprietaria, mi trovai nella situazione adatta per potermi avvicinare alla sua storia ma, come spesso accade, nemmeno in quel periodo ciò avvenne. La causa non era certamente nei postumi di un addio deciso di comune accordo, né in una qualsivoglia reminiscenza di immagini e libri di Tina Modotti che, per un anno e mezzo della mia vita, erano entrati in pianta stabile nel mio appartamento. Credo, più semplicemente, che in un certo modo io e Tina ci stessimo studiando e che, senza saperlo, ci stessimo avvicinando per gradi uno alla storia dell’altra. Diversi mesi dopo poi, in una situazione del tutto inaspettata, mi trovai a dover svolgere un lavoro su di lei. Cosa che comportò mesi di studio, ricerca di materiali, lettura di biografie, fumetti e carteggi e di raccolta di informazioni sulla figura di quella donna che avevo avuto così vicino per così tanto tempo. Ma su cui, più o meno involontariamente, avevo deciso di non sapere nulla.

La prima impressione che ebbi, in un certo senso, mi rassicurò sulla bontà del “tempo perduto”. Mi sembrò subito, infatti, che Tina venisse spesso strattonata da chi si trovava a parlare di lei, quasi a volerla rendere un archetipo piuttosto che una figura viva e pulsante. Si potrebbe forse obiettare che a svolgere questo ruolo ci pensa la sua opera fotografica ed artistica. Credo, però, che sarebbe un’obiezione tanto facile quanto, in fin dei conti, scorretta.

Cosa sappiamo davvero di Tina Modotti? Cosa capiamo della sua esistenza, della sua produzione, delle sue opere? O dei suoi amori, delle sue illusioni, delle sue paure, dei suoi ideali, delle sue sofferenze? Gran parte degli ottimi biografi che hanno ricostruito la sua vita ne hanno certamente delineato in maniera dettagliata i punti focali, così come molti studiosi d’arte hanno dato voce critica alla sua produzione fotografica. Dei suoi amori (tra riviste scandalistiche e biografie a tinte rosa) sappiamo pressoché ogni cosa, mentre l’aspetto politico (importantissimo per capire soprattutto gli ultimi decenni della vita di Tina) è forse quello passato più sottotraccia; limitandosi spesso alla semplificazione di “Tina Modotti, la Mata Hari del Comintern”. La domanda, però, è necessaria: è davvero abbastanza? Tutto ciò è sufficiente a permetterci di comprendere Tinissima? In definitiva credo di no.

Due cose, avvicinandosi a Tina, colpiscono immediatamente. Due sentimenti che, nelle sue azioni e scelte di vita, sono lampanti e ineludibili: la vitalità e l’amore. Sono due sentimenti che trasudano da ogni sua fotografia e che si dipanano nelle molteplici sfumature della sua esistenza. La sensualità, l’amicizia, la combattività, l’impegno politico, tutti questi aspetti sono possibili in lei proprio alla luce di quei sentimenti. Sentimenti che, ingabbiati in rigidi schemi o sottoposti al bisturi dello storicismo (o di uno degli altri molteplici “ismi” della critica) finiscono per perdere la loro forza. Per arrestare il loro dinamismo. Per diventare un’immagine patinata a fronte di una fotografia viscerale. Ho faticato molto per restare a stretto contatto con la vita di Tina. Ciò mi ha causato incomprensioni, momenti di difficoltà per un lavoro che non voleva saperne di indirizzarsi nella giusta direzione, attimi di scoramento e messa in discussione di me stesso e del mio operato. Ho gettato alle ortiche molte pagine di appunti e idee che mi stavano portando verso un vicolo cieco. Ho ricominciato tutto da capo e, proprio in quel momento, ho capito che anche io ero caduto nell’errore più comune nel rapportarmi a Tina Modotti: volevo parlare di me attraverso di lei. O meglio, volevo utilizzare spezzoni e immagini della sua esistenza per dare voce a delle istanze personali che, per un’empatia indescrivibile, sentivo avvicinarmi a lei.

A tirarmi fuori da questo impasse è stato Ángel de la Calle, un fumettista spagnolo autore di una bellissima graphic-novel dedicata a Tina Modotti (“Tina Modotti. Una protagonista del secolo breve” – 001 Edizioni). Nelle nostre conversazioni, Ángel mi ha aiutato a capire meglio la figura di Tina, illuminandomi non tanto nei passaggi biografici della sua esistenza, bensì in certi aspetti umani che avevo sottovalutato. Non gli avevo mai chiesto direttamente come fosse così ferrato nella comprensione, quasi sentimentale, della vita di Tina. Arrivato alle ultime pagine della sua graphic-novel, però, mi sono reso conto che non ce n’era bisogno: la risposta era lì, davanti ai miei occhi. Anche lui, come me, era passato in quel periplo di incomprensioni, dubbi, curiosità, attrazione nei confronti della figura di Tina Modotti. Anche lui, come me, era stato aiutato a capire Tina da una persona esterna (nel suo caso l’amico scrittore Paco Ignacio Taibo II). E ne era uscito come me: dando forma artistica alle varie tappe della sua ricerca. Dipingendo una figura mutevole e in divenire. Dando vita a una donna che, grazie alla sua vitalità e alla sua capacità di amare, era stata in grado di attraversare il fatidico “secolo breve” con la forza e la determinazione di un uragano, sparendo poi in una notte di Città del Messico con la leggerezza di una piuma.

Nelle sue email Ángel mi ricordava spesso e con forza, come Tina fosse «artista e donna; donna politica, per altro», ovvero di come la sua sensibilità fosse mediata da un numero tale grande di stimoli e contraddizioni capace di renderla così profonda e, allo stesso tempo, vicina a chi, per arte, passione, necessità, amore, le si avvicinava.

Nell’epitaffio che Neruda le dedicò, e che campeggia sulla sua piccola tomba a Città del Messico, vi è un verso che racconta Tina Modotti quanto mai riuscirebbero a fare decine di biografie:
«Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita: / di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma, / d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea, / la tua delicata struttura».

Il poeta, intimo amico di Tinissima, sapeva della sua fragilità e, allo stesso tempo, della forza di quel suo delicato corpo. Ugualmente sapeva come i semi che Tina Modotti aveva piantato nel cuore delle persone che le si erano avvicinate (e che avrebbero continuato a farlo) erano così vasti e mutevoli da non poter essere infecondi. Da non poter non attecchire con forza nelle sensibilità più diverse. Neruda sapeva quanto Tina fosse “donna”, e nel senso più lato e vasto del termine. Sapeva quanto Tina fosse “artista”, e nel senso più puro e combattuto di quella sua condizione. Il rispetto, quasi religioso, per la creazione artistica. La passione per la lotta politica. La tenacia nel perseguire un ideale, seppur utopico. La dedizione per l’aiuto del prossimo. La tenacia nel voler dare corpo e anima a soggetti che la realtà circostante contribuiva a svuotare di quel medesimo corpo e di quella medesima anima. Arte non come riproduzione, bensì come restituzione. Fotografia non soltanto come documentario o descrizione, bensì come precisa presa di coscienza. Come lotta quotidiana.

La verità è che quando penso a Tina Modotti provo quello che J. D. Salinger faceva dire al protagonista de “Il giovane Holden”: «quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira». Con Tina, in fondo, le cose non sono affatto diverse, e l’empatia che riesce a creare ancora oggi, a più di settant’anni dalla sua scomparsa, è qui a testimoniarlo. Non è casuale, infatti, che molte opere che hanno cercato di ripercorrere la sua vita, finiscano con un “impossibile” dialogo tra l’autore e Tinissima. Come questa piccola lettera aperta che, nella sua delicatezza, vorrebbe soltanto omaggiare l’artista e la donna. Due tra i più grandi e antichi misteri dell’universo. Nella certezza che pronunciandone il nome, come si augurava Neruda, si perpetrasse il “sonno di nessuno” del suo cuore di rosa. Perché «quelli che oggi pronunciano il tuo nome, quelli che da tutte le parti, dall’acqua, dalla terra, col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo».

Perché, semplicemente, non muore il fuoco.

Perché non può e non deve morire.

Andrea Gratton

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