“Il cambiamento può avvenire per due ragioni: o si impara abbastanza da desiderare di cambiare; o si soffre a tal punto che si è obbligati a cambiare.”

Ero già partita una volta, per esasperazione. Presa dall’entusiasmo di volermene andare all’estero, inizialmente con l’idea di fare la ragazza alla pari, l’euforia del momento mi ha fatto cannare destinazione e, invece di finire a Londra, mi sono ritrovata a fare la babysitter per una famiglia in una base militare a quattro ore dalla città: la desolazione.

Ero partita per avere nuovi stimoli, conoscere persone nuove, amalgamarmi in una nuova realtà e invece, mi sono ritrovata in un buco, che avevo visto nella sua interezza dopo dieci minuti che ci stavo. Abitato unicamente da famiglie (di militari), quindi senza ragazzi della mia età, ma con, in compenso, una graziosa ed adorabile combriccola di  nanetti urlanti (figli dei succitati), pronti per essere accompagnati a scuola. Si, peccato che io odi i bambini

E da una base militare non puoi uscire esattamente quando pare a te.
E il paesino più vicino distava un’ora di viaggio in corriera.
Volevo morire.

Al momento non avevo pensato di restare e cercare un’altra famiglia. Da un lato non sapevo nemmeno come dirlo a quella che mi ospitava, ma stavo veramente male. Ero stata catapultata (da me stessa!) in una sorta di Basaldella inglese, con la differenza che ero ancora più isolata e di stimoli non vi era l’ombra. Per non parlare dell’umidità, che per la mia rinite è un toccasana (neanche in Friuli è una passeggiata sotto questo punto di vista, ma l’Inghilterra è decisamente peggio) e del fatto che non avevo nemmeno dei coetanei con cui comunicare. Insomma, come prima esperienza un vero disastro. Ma nel mio cuore ho sempre voluto vedere Londra, in tutta la sua uggiosità e umidezza così, dopo aver temporeggiato per ben quattro anni, mi sono decisa.

Sì, ma mica subito.
Ci sono volute quelle venti birre e un notevole e sostanzioso smarmellamento di palle nei confronti di un’amica (forse più di una, direi almeno un paio) per decidermi.

Un po’ per disperazione, perchè nessuno aveva ferie nel mio stesso periodo, un po’ perchè sono la single del gruppo da una vita e tutti vanno in vacanza coi fidanzati, un po’ (un bel po’) perché ne avevo i coglioni pieni (!!!), stanca di farmi le ferie a casa, una sera, dopo allenamento, ho prenotato!

Ho cercato una via di mezzo, che non fosse troppo breve, per poter vedere più cose possibili, ma nemmeno troppo lunga: un po’ per i costi, ma soprattutto per paura di prendermi male anche se, a viaggio compiuto, posso dire che non ce ne sarebbe stato modo: con tutte le cose belle che ho trovato, avrei potuto restare per ben più tempo, tanto me ne sono innamorata!

Le persone, i luoghi visitati, LE PERSONE!! I londinesi sono adorabili, o almeno quelli che ho incontrato lungo il mio cammino. Ma andiamo per gradi.

-Valeriana ne abbiamo?-
Il giorno della partenza non arrivava mai. Ero stra in ansia, stra agitata, non capivo se più presa male o presa bene; in realtà un mix di entrambi. Dentro di me sapevo di averlo già fatto, che era stata un altro tipo di esperienza e che Londra è super multi etnica quindi è impossibile non trovare italiani e, di conseguenza, cavarsela in qualche modo (anche se io sono incappata solo in un paio di loro, me la sono cavata lo stesso e ne sono stata felice!).

Eppure questo prendermi male ha iniziato a farsi sempre più sentire.
E’ ora di partire. Check in online fatto, ma vado in aeroporto due ore prima perché “non si sa mai”. Si ritarda la partenza di mezz’ora, ma finalmente alle 18 (ora londinese) atterro a Stansted. E’ esattamente come me lo ricordavo: enorme.

Pensavo mi sarei tranquillizzata una volta lì e invece no. All’epoca, la madre del bimbo di cui sarei stata baby sitter era venuta a prendermi in macchina, ma questa volta non c’era nessuna macchina ad aspettarmi.
Un treno veloce ed un paio di metro dopo scendo finalmente praticamente di fronte all’hotel dove faccio prontamente conquiste (concedetemi un pavoneggia mento di 0,2 secondi, dai!)  e mi invitano a bere una, proprio in un pub di fronte.

Vuoi non andare a bertela una birra co’ tutta sta tensione???
Finalmente ero arrivata. Ero dove ho sempre sognato di essere. Ero una piccola Paddington, a Londra. <3
Pensavo di essermi tranquillizzata del tutto invece la mattina seguente mi sveglio, faccio colazione e non so che diavolo fare. Momento di panico. Sulla cartina avevo segnato tutto quello che volevo vedere e, anche se il tempo era ovviamente uggioso, decido lo stesso di fare quello che mi ero prefissata: una meravigliosa passeggiata lungo il Tamigi. Metro super comodissima e super comprensibile. Sciolta e disinvolta arrivo al ponte di Westminster, che dall’Houses of Parliament e il Big Ben (giustamente in ristrutturazione, quindi completamente avvolto da impalcature, CAZZO!), mi porta sul lato del London Eye, per intenderci. Attraversato il ponte, mi fermo, apro la cartina per capire da che parte procedere per vedere quello che avevo in mente quando, ad un tratto, una signora mi chiede cosa sto cercando. Le mostro la cartina, le spiego le mie intenzioni e lei mi dice quale strada posso tranquillamente prendere, anche per il ritorno, in un secondo momento: cordialissima e super coccola, si rivelerà la mia prima, ma non ultima, amica in questo viaggio in solitaria.

E da qui, tutto in discesa (letteralmente!): scendo le scale ed inizio a fare la turista in quella meravigliosa città tanto agognata e sognata, per così tanto tempo che non mi è nemmeno sembrato di essere partita tanto mi sono sentita a casa.

Passeggio lungo la riva lasciandomi incantare da ogni cosa. Dal London Sea Life Aquarium all’immenso London Eye.

Chiedo informazioni ad un bellissimo nigga riccioluto super swag che sta davanti all’ingresso e mi smonta subito dicendomi che le visite partono dalle 11am. Ma io dico: UNA volta nella mia vita mi alzo presto e tu mi dici che avrei dovuto arrivare più tardi ?! Ma allora mi vuoi male!! Vabbe, fa niente, anche se sono un po’ dispiaciuta, proseguo per la mia strada solo perché sei carino e penso già al momento in cui tornerò per salirci e regnare su Londra dall’alto.
(… la Regina Elisabetta chi, scusa?)

Continuo, padroneggiando la “Queen’s Walk” che è la via che sto percorrendo, perdendomi tra qualche negozietto e assaporandomi ogni momento, a passo spedito, ma non troppo, per gustarmi il panorama e la bellezza di tutto quello che ho incontrato lungo il cammino.
Ogni tanto volto le spalle per ammirare il ponte di Westminster che avevo attraversato appena scesa dalla metro, con il Big Ben e le Houses of Parliament sullo sfondo: che spettacolo. Peccato le impalcature.

Proseguo ed incappo nel “South Bank Skate Spot”ovvero uno skate park dove alcuni ragazzi si prendevano bene a fare cose fighe con un sacco di bellissimi graffiti sullo sfondo. Fico.

Supero lo skate park e il National Theatre per imbucarmi in un borgo di edifici colorati, il “Gabriel’s Wharf”, un agglomerato di negozietti, pubs, ristorantini, ovviamente ancora tutti chiusi, ahimè. Sono un po’ dispiaciuta perchè, in effetti, è decisamente troppo presto per trovare qualcosa di aperto, ma non mi faccio scoraggiare e proseguo confidando in quello che mi avrebbe atteso più avanti.

Faccio cose, vedo gente, mi innamoro un quantitativo di volte che fino ad ora non sono mai state così tante e così frequenti. Era da tanto che non viaggiavo. Era la prima volta effettiva da sola e stavo bene.

Passo davanti al National Theatre ed alla Tate Modern, senza entrarci, ma mettendoli in conto per la prossima volta e mi dirigo verso il Millenium Bridge inciampando sul Globe, il teatro si Shakespeare. E qui, finalmente, decido che devo assolutamente entrare. Arrivo attorno alle 11.15 e di lì a un quarto d’ora sarebbe partita una visita guidata all’interno del teatro, quindi pago il biglietto e temporeggio nella hall in attesa della guida, tipicissima londinese: capelli color carota, capottino con motivo scozzese e scarpettine caratteristicamente british, o almeno nella mia fantasia (perché io già non ci capisco molto della moda italiana, figuriamoci di quella inglese), di cui allego prontamente foto! Occhi celesti. Vorrei poter dire come il cielo per essere più poetica, ma ahimè, quel giorno era tutt’altro che azzurro…

Mi ricordava un po’ Lucy, la moglie di Gru in “Cattivissimo Me”.

“LaMoglieDiGru”, di cui non ricordo il nome, ci dice di non fare i timidi e di prendere l’audio guida gratuita qualora non capissimo l’inglese, ma io voglio fare la figa e anche se non capisco ogni singola parola, a scuola mi hanno detto che l’importante è il senso generale del discorso, e a quello ci arrivo. Scherzi a parte, volevo entrare nel mood e io adoro sentir parlare inglese. Adoro anche parlarlo, ma siccome non sono la guida e  non so un cazzo del Globe sto zitta e ascolto.

Mi lascio trasportare dalle sue parole, immergendomi nel set del noto film “Shakespeare in love” anche se ci viene specificato che non si tratta dello stesso set riproposto nel film e soprattutto che non è il teatro originale in cui Shakespeare effettivamente ha recitato a suo tempo, bensì una riproduzione di come si pensa fosse. Se volete sapere altro alzate il culo e andate a Londra che mentre scrivo non posso farvi sentire il mio di accento british, mentre vi fornisco interessanti nozioni a riguardo ed è un peccato, perché non sapete cosa vi perdete.

Il tour finisce tra una foto e l’altra, mentre viaggio con la fantasia e mi prendo bene, anche a comprare i primi souvenir nello shop antecedente l’uscita.

“To be or not to be, this is the question”
La risposta te la do un’altra volta Mastro S. Arrivederci a presto! <3

Esco dal Globe e mi rimetto in cammino sotto il cielo uggioso e grigio per proseguire verso il London Bridge da un lato e il Borough Market dall’altro, per finire alla Tower of London e niente popò di meno che al Tower Bridge. E qui io mi inchino.

Mi inchino perché ero lì, ma non ero lì. L’ho visto così tante volte in foto, su internet, sui libri di inglese, che io non mi sono neanche resa conto. Da un lato non mi sembrava vero, dall’altro mi sembrava di “conoscerlo” da una vita, come fosse l’ennesima volta che gli stavo di fronte. Indescrivibile. Nemmeno le foto possono rendere giustizia a tanta possenza. Entro da una torre, lo attraverso schiacciando le macchinine che ci passano sotto e scendo dall’altra torre.

Percorro una linea gialla sull’asfalto (quindi strada normalissima e pedonale) e arrivo alla sala dove mostrano i meccanismi che contribuiscono ad attivarlo. Uscendo attraverso lo shop al termine della visita. Ci sarebbero così tante cose da dire che taglio corto perché dovrei fare un articolo solo sul Tower Bridge e, per quanto mi spiaccia deludervi, non sarà questo.

Passeggiando, passeggiando si fa pomeriggio e decido che le mie gambe hanno bisogno di prendere la metro. Mi perdo per circa dieci minuti in cui, forse per la stanchezza, non riesco a capire nell’immediato da che parte andare a prendere la metro più vicina e, in questo varco temporale, mi ritrovo a parlare con una coppia di ragazzi italiani, di cui sono diventata subito amicona.

E qui, mi viene da aprire una parentesi perché mai come all’estero gl’italiani si vengono in contro gli uni con gli altri. Mi fossi persa in Italia e avessi avuto bisogno di indicazioni, probabilmente o non mi avrebbero cagato, o mi avrebbero mandato a perdere in chissà quale anfratto.

By the way dopo una breve ricognizione, scambio di consigli e direzioni (più dati che ricevuti), mi ricompongo per prendere finalmente la metro e dirigermi alla cattedrale di St. Paul.

Decido di non entrare nemmeno qui (tre giorni avevo… ho dovuto fare una super scrematura) ma in compenso il mio corpo ha bisogno di caffeina e l’ingresso di Starbucks sembra più attraente. Sono decisamente stanca. Talmente stanca che faccio fatica a camminare, perciò decido che è arrivato il momento di far terminare questa prima giornata di esplorazione tornando in hotel, passando al negozietto della Twinings. Anche qui, uscita dalla metro, trovo una simpatica signora che gestisce un baracchino di giornali ed è super gentile ed esaustiva nello spiegarmi da che parte andare. Tanto amore. Questa è stata la mia seconda amica di viaggio, forse terza, se contiamo la conquista dell’arrivo in hotel.

Un faro di luce nella buia notte londinese: il tappeto fuori, le lucine, i profumi di tè e di caffè che si mischiano tra loro ed un bellissimo ragazzo che per due infiniti secondi e mezzo mi fa venire quasi voglia di inciampare sul tappeto solo per potergli rispondere “sì” alla domanda “ti posso aiutare?”. E io, stupida, a fare l’indipendente, seppur con un atrofizzato sorriso da ebete a rispondergli: “No, grazie, penso darò un occhio e poi sceglierò”. Ma sceglierò cosa? Che quando Dio distribuiva le grandi occasioni, io ero in giro a cercare unicorni.

Faccio scorta di tè e, anche se è buio, non è ancora il momento di tornare a casa. C’è bisogno di un po’ di shopping quindi: next stop –> Oxford Street, Primark! L’hotel può aspettare.

Solo io posso perdermi in un centro commerciale. Parliamone.
Qui ho approfittato per fare qualche regalino di Natale, per poi proseguire la passeggiata lungo la via entrando in qualche altro negozietto e procacciandomi la cena per la sera.
Per oggi, decido che sono stata discretamente brava.

E’ arrivato il momento di una doccia bollente e di tanta nanna perché domani si va dalla Regina, quella vera, e devo essere presentabile.
Buonanotte East side Thames, domani proseguirò verso tuo cugino, il West Side… fai il bravo che ci vediamo presto.
Comunque sei bellissimo. Più del commesso della Twinings. Più del nigga del London Eye.

Lots of Love.

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