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Luciano Lunazzi è, probabilmente, uno degli ultimi esponenti della cultura Hippy degli anni ’60 ancora vivente, un vero artista underground il quale, alla veneranda età di 63 anni, continua a vivere, sotto molti aspetti, secondo i dettami di quel periodo storico. Ancora oggi ha quella stessa voglia di aggredire la vita senza subirla, quello stesso sguardo rivolto al qui ed ora, con l’aggiunta di un po’ di saggezza ed un’ironia di fondo che rende decisamente affabile questo instancabile giramondo.

Oggi, nel 2016, Luciano Lunazzi pare aver trovato una dimora stabile nella nostra ridente cittadina di provincia, lui che ha vissuto in Svizzera, a Barcellona, a New York, tanto per nominare tre delle molte città da lui conosciute.  Parla cinque lingue (compreso il friulano), pur non conoscendone a fondo la grammatica, e sentirlo raccontare uno dei migliaia di aneddoti che permeano la sua pittoresca vita è un piacere: un trentaduenne come me, che certe situazioni le ha solo lette in un libro o viste in un film, non può che trarre molteplici insegnamenti da uno dei più  irriverenti pittori udinesi oggi in attività.

La sua opera pittorica non può che essere lo specchio di una vita vissuta sempre con la volontà di non lasciarsi sconfiggere dallo stress, dalla noia. E’ un tipo di pittura vivace, colorata, senza schemi, dove a farla da padrone è il segno puro e semplice. L’influsso di artisti come Jean-Michel Basquiat o Keith Haring, per non parlare del writing made in U.S.A. nella sua primordiale versione degli anni ’70, è alquanto evidente e non poteva essere altrimenti: Luciano Lunazzi ammira l’arte che supera le regole, che rompe modelli prestabiliti e la sua missione pare essere questa: dipinge per sopravvivere e, soprattutto, per sentirsi vivo.

Noi di BLUD abbiamo avuto il piacere di incontrarlo in un umido fine pomeriggio di inizio gennaio. Il luogo dell’incontro, neanche a farlo apposta, è stata un’osteria del centro. Tra uno spritz e qualche polpetta fatta in casa, ecco cosa ci siamo detti.

S: Luciano Lunazzi oggi è un pittore a tutti gli effetti, ma com’era il Luciano bambino? Dipingevi già in età scolare o la passione per la pittura è venuta dopo?
L: Ti dirò, io sono nato ad Ovaro e poi sono andato subito in Svizzera. Parlavo solo il carnico, l’unica lingua che si parlava a casa, e sono finito in una classe dove c’erano per lo più bambini francesi e altri due emigrati, tra cui un siciliano. A scuola ci davano ripetizioni di francese ed io non ero molto bravo. In Svizzera ho frequentato le scuole dell’obbligo e ho preso il diploma di panettiere-pasticciere, contro il volere dei miei, ma questa è un’altra storia. In quel periodo non dipingevo, ma ero attratto dall’arte, dalla poesia, dalla musica. Solo più tardi, nel ‘96, a 42 anni, mentre ero a Bonn e stavo lavorando in un ristorante italiano, ho avuto una specie flash. Ero molto stressato a causa del mio lavoro, anche se guadagnavo bene. Ho comprato pennelli, colori e tele e ho cominciato a dipingere. E’ stato tutto una conseguenza dei miei viaggi e di quello che ho visto in giro per il mondo. Fino a quel momento ero stato solo un fruitore dell’arte. Guardavo le opere di Haring e Basquiat ed ero totalmente preso da tutto quel movimento, e anche da altri pittori come Picasso e Dalì.

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S: In pratica hai recepito da ogni posto qualcosa e, successivamente, hai sentito l’esigenza di sfogarti, di trasformare gli impulsi ricevuti in opera d’arte.
L: Sì, esatto. Volevo buttare fuori tutti quegli imput avuti in 30 anni di viaggi. Il troppo è troppo e tutti quei viaggi erano diventati una sorta di droga. Appena arrivavo in un posto pensavo già ai soldi da mettere da parte per cambiare luogo.

S: Oggi questa cosa del viaggiare, dell’andare via, è rimasta. Un sacco di miei amici e conoscenti è emigrato…
L: Sì, la differenza tra ieri e oggi è che ieri potevi fare qualsiasi lavoro, potevi scegliere fra decine di impieghi diversi, pertanto andare via senza inseguire il posto fisso era un atto di ribellione. Oggi non c’è lavoro e vai via per quello. Quella degli anni ’60 era la prima generazione che non è diventata come i propri genitori. Fino a quegli anni facevi il mestiere di tuo padre o tua madre, e a ventuno anni avevi già 4 o 5 figli. Diventavi maturo. Non avevi la possibilità di prolungare l’adolescenza. Erano gli anni dei Beatles, dei Rolling Stones, avevo 14 o 15 anni e ho vissuto lo stravolgimento dei canoni nella musica mondiale. Andavo ai concerti, era tutto un fermento. La Svizzera era il secondo Paese più ricco del mondo.

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S: I gruppi che hai citato oggi sono dei miti assoluti, ma in quegli anni alcuni di loro erano osteggiati dalle radio perchè andavano contro le regole. Che cosa succedeva ai concerti? Era davvero come si vede nei film, tutto sesso droga e rock&roll?
L: C’era di tutto, ma non c’era la consapevolezza di quello che stava succedendo. Era pieno di feste universitarie e party privati nelle ville di qualche figlio di papà. In quegli anni si scopriva tutto, la libertà, il sesso. Il rock da borghese con le macchine rosa e le Ford diventavano qualcosa privo di regole. C’erano le radio pirata, come Radio Veronica, che seguivo quando ero ad Amsterdam. Trasmettevano da una nave piazzata in mezzo al mare al largo dell’Olanda per eludere la censura governativa. Erano anni molto movimentati.

S: Tornando ai tuoi viaggi, come ti organizzavi? Immagino non esistessero le guide Lonley Planet.
L: No, non c’erano, o se c’erano avevano 4 pagine. Nei bar trovavi questi annunci, tipo cerco passaggio per Kabul, per Theran, per Nuova Deli, si viaggiava in autostop, una cosa che arrivava da Kerouac e dalla generazione Beat.

S: Oggi invece c’è Bla Bla Car, che è la versione borghese dell’autostop. Sto a casa, scrivo ad uno di beccarsi in qualche posto e si fa un comodo viaggio. L’autostop è il viaggiare hardcore.
L: L’autostop è interessantissimo. Incontri gente di tutti i tipi, ho fatto tre anni di autostop. Trovavi il camionista e dormivi nel cassone del camion ma anche il medico con il Mercedes che ti ospitava a casa sua e il giorno dopo facevi colazione con i croissant.

S: Le mete che sceglievi erano casuali?
L: Io volevo andare nelle città dove c’era più fermento. Ibiza, Amsterdam, parliamo degli anni ’70. Avevo i capelli lunghi. Il mio primo viaggio è stato a Londra negli anni ’70. Poi la Grecia, il paradiso degli Hippy. Potevi fare il bagno nudo senza problemi. Poi Ibiza, vista sotto la dittatura franchista. Franco aveva volutamente confinato tutti i personaggi più strani ad Ibiza lasciando proliferare le discoteche. Una sorta di ghetto per scoppiati. E anche in Italia, a Firenze per esempio, c’erano bei luoghi di aggregazione. L’india era una meta lontanissima, ma sono andato anche lì molto prima dei voli low-cost. I viaggi erano molto lunghi.

S: Credo che tutto questo viaggiare avrebbe minato le certezze di chiunque, però abbandonare un lavoro sicuro e redditizio, per quanto faticoso, a 42 anni penso sia stata una scelta molto coraggiosa.
L: Sì, quando ho abbandonato il mio lavoro di panettiere ero davvero al limite dello stress. Ormai anche fare il panettiere era diventato quasi come lavorare in fabbrica. Volevo dedicarmi a qualcosa che mi facesse sentire libero e non volevo più viaggiare solo per scoprire qualcosa di nuovo; volevo viaggiare per trovare un posto dove poter dipingere in libertà. I primi mesi sono stati molto duri, perché non riuscivo a trovare una collocazione artistica e le prime cose che ho fatto erano riferite al tribale africano. Io sono autodidatta, non ho fatto la scuola di pittura e la cosa che mi dava più fastidio era proprio l’insegnamento di certe regole: le maestre a scuola se non disegni un rettangolo in maniere perfetta ti sgridano. Questo per me è una cosa sbagliata, perché limitano la tua espressività. Mi sono quindi detto: voglio fare disegni privi di regole e di limiti.

S: Hai utilizzato fin da subito il cartone come materiale di supporto?
L: Il cartone è stata una scelta strettamente economica. L’idea è nata a Barcellona. I negozi buttavano via i cartoni e li usavo per fare i primi lavori. In pratica passavo dei periodi più o meno lunghi in una città, facevo le mie cose, tentavo di vendere e quando mi stufavo cambiavo posto. Dormivo nelle varie pensioni, dipingevo dal tardo pomeriggio fino a tarda sera.

S: Quando hai capito che avresti potuto trasformare questa passione in un lavoro vero e proprio? Non deve essere facile vivere di sola pittura.
L: Dopo tanti anni in giro per il mondo avevo capito che il posto fisso non faceva per me, pertanto è stata una scelta naturale quella di vivere con ciò che mi dava la pittura. L’ultimo lavoro che ho fatto sotto padrone è stato nel ’94, da quel momento nessuno mi ha più detto cosa dovevo fare. Ovviamente ho avuto anche dei periodi duri. Quando tu arrivi in un posto nuovo devi rifarti tutto il giro di amici e di clienti. Per esempio son stato quattro anni a Barcellona, otto anni a San Francisco, ogni volta parti da zero. Per anni devi stringere i denti.

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S: Direi che la vera vita da artista è questa, non può esistere una vita d’artista con il sogno del posto fisso. Oggi molti pensano che fare l’artista sia stare a casa con i genitori, registrare una canzonetta con la web cam del pc, e quello per loro è essere artisti.
L: Per essere un grande artista devi aver sofferto, devi essere nella merda. E’ la rabbia che ti serve come stimolo di rivincita, di creazione. La difficoltà è sempre una crescita, fare errori ti fa crescere. A Bangkok per esempio ero senza soldi, a New York anche me la sono vista brutta. Quella di New York è una storia assurda. Arrivavo da Miami, sono uscito dalla subway e ho provato a cercare un posto dove dormire. Avevo 20 dollari in tasca. Non mi andava di dormire per strada, come già avevo fatto, stare la notte nella metropolitana a New York non è bello. Così sono stato all’ambasciata italiana e c’era una coda di 200 persone. Mi sono scoraggiato, ma poi ho pensato: ci sarà un Fogolar Furlan a New York? E c’era! Nel Queens. Così sono andato là, nei projects di quel quartiere. Ho cercato la sede del Fogolar, ho bussato, sono entrato dentro e ho visto questi venti,  trenta friulani che giocavano a morra, a briscola. Loro mi hanno aiutato dandomi 150 dollari e così ho potuto prendere un aereo e tornare a San Francisco dove avevo i miei contatti.

S: Quand’è che sei rientrato a Udine in maniera stabile.
L: A 50 anni ho deciso di tornare, in un momento in cui ero un po’ in crisi. Mi son detto: perché non essere pittore a Udine? Avevo conosciuto Antonio Cendamo e mi sembrava possibile vivere di arte anche qui, come faceva lui, anche se l’italiano non investe in opere d’arte, è diffidente, soprattutto verso l’arte astratta. Poi certe persone mi hanno anche aiutato, come Caucigh, Maria Sello che ha il negozio tessile in via porta nuova, che mi hanno comprato quadri. In Spagna c’è un detto: “buscarse la vida”, ovvero vivere alla giornata. Quindi io prendevo, uscivo, giravo nei bar e nei vari luoghi e provavo a vendere, secondo un programma di visite quotidiane ai negozi e alle attività varie.

S: Vorrei chiudere quest’intervista con un’ultima domanda: cosa pensi del mondo dell’arte di oggi?
L: Oggi è tutto basato sul business, l’arte è diventata un grande commercio. E’ l’idea che conta, non l’esecuzione. I grandi pittori, i grandi artisti, hanno una schiera di persone che lavorano per loro. Tu hai una bella idea, trovi 40 persone che la fanno sotto la tua supervisione e sei a posto. E’ diventata un’industria. Senza contare che c’è anche tanta concorrenza, soprattutto nelle grandi città e non c’è la minima progettualità, la minima organizzazione. Oggi poi internet è uno strumento importantissimo ed io, in questo senso, devo ancora capire bene come indirizzare la mia arte sul web.

S: Bene, a questo punto non mi resta che ringraziarti per l’intervista.
L: Grazie a voi, e saluto tutti i lettori di BLUD! A presto!

Per maggiori informazioni visitate il sito di Luciano: www.lucianolunazzi.com

foto intervista: Mike Marin – https://www.flickr.com/photos/mikemarin
foto corredate all’intervista: Federica Cicuttini – http://federicacicuttini.com/

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Shef
Shef, classe 1983, una laurea in Lettere, rapper ed mc dal 2001. Appassionato di Hip Hop e street-culture, rap, areosol art, storia, letteratura, architettura, cinema. Hobby preferito: visitare musei e mostre d’arte. Vizio: la cioccolata al latte. Nei ritagli di tempo, scrittore di racconti e articoli vari. Non sopporta fare la fila e le persone ritardatarie, ma quando può professa con convinzione l’arte del perdigiorno passeggiando senza meta nel centro cittadino di Udine.

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