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Qualche mese fa ho conosciuto Benedetta Bassi, che è una di quelle persone con le quali vorresti passare ore a parlare, a farti raccontare, a conoscere.

Benedetta porta con sè un mondo di scoperte, di domande e di interessi, che spesso non si riescono a sviscerare, se come nel mio caso con Lei ti ci alleni, e non hai tempo per conoscerla se non nelle chiacchiere veloci e fuggevoli a bordo campo.

Ho saputo che, dal 5 dicembre sino a fine mese, all’udinese Kobo Shop di Via Palladio 7 sarà esposta “A Punk Tour with Inner Terrestrials”, una mostra fotografica, tradotta anche in un diario, che riassume l’esperienza di Benedetta, quando nel 2013 ha seguito, appunto, gli Inner Terrestrials in un loro tour inglese.

Per farvi entrare nel mondo di Benedetta, e anche per scoprirne un po’ di più io stessa, ho colto l’occasione per intervistarla.

G – Come è nata l’idea di seguire gli Inner Terrestrials e creare un diario fotografico?

B – Ho conosciuto personalmente gli Inner Terrestrials nel 2008 quando con il collettivo del C.S.A (Centro Sociale Autogestito) di Udine li abbiamo invitati a suonare da noi, organizzando per loro un tour di una settimana che toccava oltre al nostro anche altri spazi occupati e autogestiti nei Balcani. Quella è stata la prima volta che abbiamo viaggiato insieme e l’occasione in cui è nata un’amicizia che ha portato successivamente ad altri incontri, altre condivisioni e ad altri tour più o meno lunghi che ho sempre seguito con la mia macchina fotografica.
Ho deciso di focalizzare il lavoro solo su questa esperienza per due ragioni, la prima era che a differenza delle altre volte avevo ben chiare le mie intenzioni già in partenza, la seconda la morte prematura del batterista Paco che mi ha spinto psicologicamente a concludere il lavoro su quello che è stato il suo ultimo tour prima di ritirarsi per motivi di salute.

G – Come è stato vivere questa esperienza on the road?

B – Come ho detto nella risposta precedente questa non è stata la prima volta in cui ho viaggiato in tour con una band. Ho avuto diverse esperienze on the road con band di amici di vecchia data e non. Non avevo aspettative particolari, devo essere sincera. Sicuro posso dirti che scegliere di documentare il loro tour piuttosto che un altro ha un significato preciso, senza nulla togliere alle altre esperienze.

G – Quali emozioni (e anche difficoltà) hai provato?

B – Ti rispondo dal punto di vista della fotografia. Gli I.T sono in tre e suonano per 6, questo significa che sul palco sono impegnati a fare quello che devono fare, suonare. L’interessante, per me durante i loro concerti non è tanto di produrre degli scatti “artistici” o patinati della band che suona, ma è quello di catturare l’atmosfera inquadrando ciò che succede davanti al palco.

La gente che balla, canta e poga con tutta l’energia possibile è la rappresentazione totale di quello che sono gli Inner Terrestrials live! Mi piacciono le foto sporche e sudate, caotiche, fatte in mezzo alla bolgia con la mia reflex da combattimento, che ha molti limiti, ma io tento di avere sempre il controllo delle immagini, quando scatto curo tutto per ottenere un risultato il più possibile coerente con quello che ho in mente. Lavoro molto prima per cercare di limitare il lavoro di post-produzione, faccio con il computer quello che una volta si faceva in camera oscura, non molto altro. Il gig allo Star and Garter a Manchester è stato fighissimo da questo punto di vista. La gente era particolarmente coinvolta, è stato facile e allo stesso tempo rivelatorio, perché lì ho capito come mi interessava fotografare la band durante il concerto. Quella sera ho mostrato a Jay (il cantante) qualche scatto sulla macchina e lui mi ha detto “Benedetta, you have a fucking exhibition here!” ed era in un certo senso vero, oltre a questo penso sia stato il momento in cui ho conquistato definitivamente la sua fiducia come fotografa.

Riguardo alle difficoltà è praticamente impossibile in pochi giorni avere il 100% del materiale per come l’hai pensato. Un tour è fatto di tante belle cose, ma anche di ore di viaggio in furgone, le città non le vedi se non parzialmente, le tocchi per un paio di ore poi riparti. Non è che ci siano sempre cose nuove da fotografare tutto il tempo. A volte si dorme poco, si mangia quando si mangia, puoi essere in hangover insomma tante cose che ti impediscono di concentrarti. In quei momenti ti sforzi ma poi le foto vengono come vengono, con poco cuore e si vede. Mi è capitato di addormentarmi con il collo storto per diverse ore in furgone ed arrivare ad Edimburgh con un mal di testa ferocissimo, lì mi sono persa molte cose, me ne rendevo conto, ma non c’ero e per quanto mi sia un po’ sforzata ho pochissimo materiale valido di quella data.

G – Che sensazioni ti ha dato il ripercorrere, una volta tornata, tutto ciò che hai vissuto nel tour per tradurlo in opera?

B – Per questioni personali ho cominciato a mettere insieme il progetto solo due anni dopo il tour. Non l’ho fatto da sola, ho avuto un grande motivatore che ha creduto nel mio lavoro, il grafico e fumettista friulano, Lorenzo Manià che ha curato l’editing del libro. Stavamo esaminando il progetto e scorrevamo le foto sul monitor quando ho ricevuto il messaggio che mi informava della scomparsa di Paco. Quello è stato un momento abbastanza terribile, perché avevo davanti agli occhi anche il mio ultimo ricordo di lui.

G – Fotografia, musica, punk. Ci parli del tuo rapporto con questi tre mondi e di come si riflettano nel tuo quotidiano?

B – Per me sono un mondo solo. Anche se i miei gusti musicali spaziano notevolmente, l’imprinting me l’ha dato il sound dell’anarco-punk inglese, il punk dei contenuti più che del look, dell’attivismo politico, dell’anarchia come forma di organizzazione sociale, l’autogestione… tutte cose che ho potuto mettere in pratica nell’esperienza del centro sociale autogestito di Udine e che oggi continuo a portare avanti in altri contesti e progetti. La fotografia si è inserita in tutto questo in maniera naturale. Essendoci a portata di mano un numero pazzesco di concerti superfighi non è stato difficile e ho cominciato fotografare band, contesti, gente… Ho provato a dedicarmi ad altri generi di fotografia, ma questo è quello decisamente più nelle mie corde, anche se sento che si sta evolvendo, che sta prendendo una strada nuova…

G – Nel contesto della mostra verrà anche presentato un volume cartaceo, che è appunto il diario fotografico che hai realizzato. E’ la prima volta che pubblichi qualcosa o hai già preso parte ad altri progetti analoghi?

B – La mostra è una selezione di foto successiva alla pubblicazione del libro. L’idea è quella di mantenere il concept del tour, del viaggio, l’alternarsi delle situazioni, e di farlo con una ventina di immagini contro il centinaio all’interno della pubblicazione. E’ la prima volta che pubblico un libro mio, anche se le mie foto sono state usate e pubblicate da altri per copertine, bootleg, web sites e giornali di musica.

G – Ultima domanda: what’s next? Su cosa stai lavorando adesso e quali progetti ti piacerebbe portare avanti?

B – Sto portando avanti un progetto sullo stage diving e sul pubblico ai festival in generale che comprende anche la ritrattistica. Un’altra idea che mi è balenata di recente sarebbe quella di documentare il mondo del Roller Derby…

Non posso che sperare che questo secondo progetto diventi realtà a breve! Grazie e in bocca al lupo!

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Giorgia
Classe '87, Giorgia nasce a Gemona e si trapianta dopo pochi anni nella ridente fortezza di Palmanova, dove vive tutt'ora con il suo partner in crime e la sua inseparabile gatta. Con i pattini ai piedi si chiama Calamity Jill e gioca come blocker nelle Banshees, ad oggi l'unica squadra di roller derby del Friuli. Trova la sua pace dei sensi nella buona birra e nel taekwon-do tradizionale. Ha una laurea in giurisprudenza, ma non ricordateglielo. Le piace scrivere di femminismi, dedicarsi a progetti ambiziosi, auto-produrre e sperimentare nuove cose a rotelle.

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