Da che mi ricordi, ho sempre odiato il Natale. Certo, odiare è forse un termine forte ma, in fin dei conti, credo rispecchi con esattezza il sentimento che nutro verso il Natale. Quindi sì, che sia un termine forte o meno, io ho sempre odiato il Natale.

Devo dire che la maggior parte delle persone non ha mai cercato di dissuadermi da questa mia presa di posizione. Ha accettato con serenità il mio stato d’animo e, all’occorrenza, ha fatto spallucce nel caso non si trovasse in accordo con il mio infastidirmi in prossimità delle feste natalizie. Oppure ha riso del mio essere completamente disinteressato a regali, pranzi in famiglia, preparazione di alberi di natale, acquisto di mutande rosse (o forse quello è Capodanno? Beh, poche storie, mi sta sulle palle anche Capodanno…) e via dicendo. In fondo, il mio odio verso il Natale non attaccava il loro supposto amore. Evidenza che ci permetteva di galleggiare in una comfort zone di serenità, spumanti da quattro soldi, auguri di mezzanotte e via dicendo. E’ il Natale, bellezza, e Andrej odia il Natale.

Nell’ultimo anno, però, qualcosa è cambiato. E non si è trattato di un cambiamento da poco. Sono diventato padre. Così che la gente, in prossimità del Natale, ha iniziato a darmi di spalla, quasi mi aspettasse al varco, immaginando che l’arrivo di mia figlia modificasse la mia predisposizione verso il Natale. – Ora che sei papà, Andrej – mi dicevano amici e colleghi – col piffero che odierai il Natale! Le luci colorate, i regali, l’albero di Natale! Pensa che bellezza per tua figlia! -. E invece no, amici cari, perché anche se amo mia figlia, seguito ad aborrire il Natale. E le due cose non sono affatto in contraddizione. Semplicemente viaggiano su due piani differenti. Due piani che non si incontreranno mai. Almeno fino a che mia figlia non mi chiederà se Babbo Natale esiste davvero.

Le motivazioni della mia avversione natalizia sono sostanzialmente due, e si dividono in argomentazioni che trattano i diversi ambiti della vita individuale: quello teorico e quello pratico. Il lato teorico è principalmente legato all’aspetto mnemonico-nostalgico, ovvero all’evidenza che, della maggior parte dei Natali passati, non porto con me ricordi eclatanti. Anzi. Sono stati più spesso momenti di contrasto o conflitto o incomprensione. Al che, come la Volpe che dice al Piccolo Principe che se lui si presenterà sempre alla stessa ora lei ne saprà riconoscere l’arrivo e sarà felice e addomesticata, io con l’arrivo del Natale inizio a essere irritabile e insofferente e, come il canide di de Saint-Exupéry, divento addomesticato al fastidio del Natale. Che ritorna puntuale come la salivazione del cane di Pavlov.

L’argomentazione pratica, invece, ha carattere meramente professionale. Lavorando in una realtà che mi porta a essere sempre a contatto diretto con il pubblico, soffro l’evidente smania natalizia. La quale trasforma la maggior parte degli individui in zombie desiderosi di spendere, acquistare, lamentarsi dell’entità della spesa e pentirsi dell’acquisto fatto. In pratica una sorta di loop commerciale, capace di rendere scontenti tutti gli ingranaggi del meccanismo. In una moltiplicazione dell’infelicità degna di una tortura medievale.

Forse, però, la realtà non è poi così complessa e, oltre all’evidente odio per canzoni natalizie, addobbi rossi e babbi natale alle finestre, ciò che odio davvero del Natale è la mancanza nella prossimità. Una sorta di contraddizione in termini che fa sì che ciò che ci sembra essere così tangibile e reale, poi, non lo sia se non nelle nostre proiezioni. Nel nostro figurarci una presenza che si protragga più in là di una nottata in cui siamo stati convinti che tutti siano e si sentano più buoni.

Perché la verità è che durante il Natale di un decennio fa ho perso una persona a cui ero molto legato. Questa cosa, lungi dal non essere stata superata, mi è sempre rimasta impressa. Modellando le mie sensazioni sull’evidenza che no, che non tutto è possibile a Natale. E che si tratta di un giorno come un altro. Dove la gente può soffrire, dirsi addio, cancellarsi, insultarsi, moltiplicare i propri gradi di incomprensione, i quali si fanno intermittenti e scollegati come le lucine natalizie comprate dai cinesi per pochi euro. Da un decennio, ovvero da quel vecchio Natale, non ho più contatti con questa persona. E questa persona non ha più contatti con me. Si dice che la vita spinga verso direzioni diverse, e che sia questo il sintomo dell’evoluzione e della maturità. In fin dei conti, non credo ci sia bisogno del Natale per capire un concetto così semplice. Assimilabile in un qualsiasi post-sbronza quando ci si ripromette di non toccare mai più quell’alcolico, salvo poi dimenticare ogni buon proposito e ricascarci con tutti e due i piedi. Perché che la vita insegni è indubbio. Solo che, nella maggior parte dei casi, insegna a commettere i medesimi errori. Soltanto, con ambientazioni o modalità differenti.

Così, per celebrare questa decennale assenza e questa nostalgica presa di coscienza, ho pensato di raccontarvi una storia. Una sorta di mio personale Canto di Natale in tre parti, dove non mi troverò a ripercorrere le prospettive dei natali passati, presenti e futuri, bensì ad analizzare tre diverse modalità per Sbronzarsi Male a Natale.
Ma Andrej, perché Sbronzarsi Male a Natale? Perché questo nichilismo da terza superiore quando la vita chiama a tutt’altro? Non ti sembra un po’ anacronistico? Un po’ fuori luogo? Decisamente superato?– .

No, amici cari, affatto. Perché sbronzarsi male a natale è un rito pagano vecchio di generazioni. Ed è la quintessenza della libertà più pura. Ovvero quella di rovinare tutto senza remore, ma con la consapevolezza dell’accettazione. Tanto domani non ci si ricorderà nulla, e ci si solleticherà la coscienza con decine di nuovi buoni propositi. Non vi sembra, quindi, ciò che sotto Natale si prefiggono tutti? Da chi sputtana la tredicesima a chi manda a fanculo la dieta. Da chi non ne vuol sapere di quel parente serpente, eppure gli ha comprato un regalo di merda, a chi aspetta con ansia il 27 per poter tornare a farsi i fatti suoi senza dover rispondere alla decine di gruppi Whatsapp creati da cugini, amici e conoscenti vari.

Ecco, le cose vanno così, e sbronzarsi male a Natale è la sola soluzione. E io lo farò e,  se vorrete seguirmi, vi consiglierò anche come farlo.

Per iniziare, però, due piccoli preamboli

1) Se io ho in fastidio il Natale, c’è di certo qualcuno (infinitamente più talentuoso di me) che lo soffriva con medesima malcelata sofferenza. Lui si chiamava Piero Ciampi, e questa canzone è perfetta per continuare la lettura:

2) Vi ricordate quella breve storia su quell’amico con cui non ho contatti dal Natale di un decennio fa? Ecco, una delle nostre frizioni più ironiche (vi è sempre una frizione ironica che precede decine di frizioni molto meno ironiche…) era basata sulla birra Faxe. La birra danese nelle latte da litro, per intenderci, croce e delizia per decine e decine di generazioni di metallari e pischelli che facevano sega al mattino e si andavano a sbronzare al parco invece che presentarsi a scuola per la verifica di matematica. Ecco, lui adorava la Faxe. E io la odiavo. Per questo, mi sembra doveroso che il mio sbronzarmi male a natale sia soltanto a base di Faxe. Sarà in suo onore. Sperando che, nell’odore della mia Faxe stantia, si ricordi di quante avventure abbiamo passato assieme. E di quel Natale di un decennio fa.

FAXE ROYAL EXPORT

La Royal Export è la Faxe per eccellenza. Eppure i cervelloni del marketing Faxe, per sfruttare l’onda lunga delle festività, hanno pensato bene di creare un nuovo packaging dedicato alle vacanze. Lo storico bussolotto blu scuro, infatti, è ora istoriato con immagini di vichinghi che ballano  accompagnati a odalische seminude. In un immaginario che sembra uscito da una copertina degli Iron Maiden, o di qualche gruppo metal scandinavo dedito alla piromania e all’occultismo. Va detto che i riflessi delle immagini sono così lievemente accennati che le figure passano in secondo piano, sormontate dell’enorme logo della Faxe, con il vichingo in bellavista. Ecco, il logo del vichingo è davvero bello. Di certo più del porno soft-core in secondo piano.

Premetto di essere partito molto prevenuto nei confronti della Faxe Royal Export, eppure devo dire che ha un suo perché. Al primo sorso mi ha portato indietro di due decenni. Al Music In Village, per la precisione. Al Music In Village quando era ancora Music In Village, sia chiaro, quando cioè ci suonava James Taylor, o dei semi sconosciuti TARM, o i Delta V prima di diventare famosi, o i Linea 77 quando ancora la parola “pogo” aveva un senso. Quando il MIV durava due settimane filate, e tu potevi andare ad ascoltare della bellissima musica, vedere amici e sconosciuti e divertirti fino a tarda notte. E bere birra. Un sacco di birra rancida che finiva o nella collinetta dietro il campo da calcio (per certe edizioni), o nelle aiuole fuori dal cimitero (per altre edizioni meno recenti), perché la fila ai bagni chimici era così lunga, che tanto valeva pisciare sull’erba e andare al chioschetto a pigliare un’altra birra.

Ecco, la Faxe Royal Export ha lo stesso gusto della birra del MIV. Una birra semplice, onesta, beverina non per voglia, ma per necessità. Perché se devi scolartene un litro prima che diventi calda, tanto vale armarsi di pazienza e costanza. E di buttarla giù a garganella, senza guardarsi troppo indietro. E, soprattutto, senza pensare al domani.

La Faxe Royal Export ha 5,6 gradi alcolici, e si distribuisce su una latta da un litro. Nei peggiori supermercati della Pedemontana viene via a poco più di 2 euro e devo dire che, se non li vale tutti, quanto meno vale il prezzo del ricordo.

FAXE IPA

Ecco, qui il discorso si fa complesso. La Faxe, casa produttrice delle peggio birre da sbronza marcia, che si mette a fare una IPA, la tipologia di birra indie-modaiola per eccellenza? Perché tutto questo?  Intanto credo vada detta una cosa. La maggior parte delle birre IPA che bevete non sono vere IPA. O meglio, sono IPA di valore tanto quanto è vero Babbo Natale. Le birre IPA, infatti, sono diventate una moda. E se nemmeno cinque anni fa le poche IPA presenti finivano nel cestone scadenze dei supermercati, ora vanno via più dell’acqua. Il mondo delle birre, infatti, come qualsiasi settore commerciale, vive di mode. Una volta erano le Weizen, un’altra le Trappiste, ora è il tempo delle IPA. E, come diceva un mio amico in un’afosa notte barcellonese, quando finimmo a chiedere indicazioni stradali a un perroflauta del Raval (ai tempi col cazzo che c’era Google Maps), «Ricorda, Andrej, che dove oggi non vai camminando, domani andrai correndo!». E si parlava di mode e rimpianti. Mode di birre e rimpianti di bevute. Così che le IPA sono diventate le birre più gettonate negli ambienti alternativi. Adorate anche da gente che manco sa cosa sia il luppolo, o che crede che la birra nei calici di vino sia una forma di ribellione verso il sistema. Ecco, non volevo rovinarvi la percezione del mondo, ma no, non è così. La maggior parte di IPA in commercio non hanno molto a che vedere con delle reali e saporite IPA prodotte come dio comanda. E i big brand ci si sono buttati a pesce. Consapevoli che con quattro note di aromi aggiunti a casaccio sarebbero stati in grado di spillare quanti più denari possibile agli sprovveduti. Potrei citare decine di case che hanno proposto questo solleticante intrallazzo, ma credo verrei denunciato, quindi mi limito a dire che la Faxe IPA è una birra IPA tanto quanto io so fare una meravigliosa cover di “All we ever wanted was everything” dei Bauhaus.


https://www.youtube.com/watch?v=RWZFa7W-kkY


(così potete finire il pezzo ascoltando buona musica…)

In definitiva, però, va detto che se la bevete sufficientemente gelata, versandola in un bicchiere decente e ascoltando davvero i Bauhaus e non qualche trapper o cantante indie del cazzo, beh, vi salva la serata. La canzone, non la birra.

La Faxe IPA ha 5,7 gradi alcolici e una rassicurante e beneaugurante latta verde metallo da mezzo litro. Nei più deprimenti discount di Pordenoia, viene via anche a 1,20 euro in offerta lancio. Offerta lancio, appunto. Nomen Omen.

FAXE EXTRA STRONG

Arriva, infine, il momento di fare i conti con la parte più recondita di noi stessi. Quella che ti spinge a chiederti «perché lo fai?» o «dove vuoi andare?». Ecco, la Faxe Extra Strong è un po’ quel lato del nostro carattere fattosi birra. Difficilmente riuscirò mai a capire il senso di una birra in lattina che punta ai 10 gradi alcolici. Mi sembra una sorta di forzatura. Un processo senza alcun senso, volto a offrire una bevanda discretamente alcolica a un prezzo risibile. Cosa che, in effetti, risponde alle mie domande. Perché l’essenza stessa della Faxe Extra Strong è quella di offrire una sbronza a buon mercato. Con buona pace non tanto dei moralisti, ma piuttosto dei frati trappisti che producono ottime birre d’abazia che arrivano a 9 gradi ma che, a differenza della Faxe, costano un occhio della testa. Detto questo, trovo che la Extra Strong abbia più senso della IPA.

Il grado alcolico, nella sua follia, non risulta troppo stomachevole e, per quanto la birra sia pastosa, devo dire che scende bene (nell’istante esatto in cui ho digitato questa frase, il fegato mi ha smentito con una fitta di disapprovazione). Conosco decine di persone che hanno passato l’adolescenza a Diana Rosse fredde e Faxe Extra Strong calde. Non è stata, in fin dei conti, un’adolescenza terribile per loro, e questo è già qualcosa. Tuttavia, se non volessi sbronzarmi male a natale, dubito che berrei una Faxe Extra Strong. A meno che non vi sia costretto da qualche banda di fanatici religiosi devoti al culto della FAXE. Setta che dubito esista nel mondo reale. Quanto meno per ciò che mi è dato sapere. In sostanza, però, la Faxe Extra Strong si difende bene. Resta a lungo nel bicchiere, non perde frizzantezza, e mantiene quel bel colorito giallastro che ti mette costantemente di buon umore.

Credo che i veri duri dovrebbero berla calda, a goccia, direttamente dalla lattina. Assaporando così l’ebrezza del sapore dell’alluminio che si fonde a quello della birra ignorante. Una volta esistevano i succhi “Mangia e Bevi”,

(tranquilli, non me li sono inventati. E poi, ma quanto è disagiato il tipo col papillon?)

ecco, io credo che una Faxe Extra Strong bevuta a goccia e a temperatura ambiente dia più o meno il medesimo senso di sazietà. Ma con un grado alcolico molto più significativo.

La Faxe Extra Strong ha 10 gradi etilici, in una sobria silhouette nera da mezzo litro. Austera e dignitosa, nei Cementificati Centri Commerciali Periferici viene via a 1,60 euro. Per la gioia di chi adora unire il pranzo non con la merenda, ma con la sbronza.

CONCLUSIONE

A un certo punto il Piccolo Principe incontra il serpente. Il serpente fa mille promesse al Piccolo Principe e il Piccolo Principe ci crede. È Piccolo, è Principe, è l’ingenuità fatta persona. Nulla di più semplice. Il serpente morsica il Piccolo Principe. E il Piccolo Principe torna al suo pianeta. Nel corso dei decenni le interpretazioni di questa scena simbolica si sono alterante secondo svariate chiavi di lettura. Il Piccolo Principe è morto? Il veleno del serpente aveva davvero il potere di farlo viaggiare? De Saint-Exupéry voleva forse dirci che le cose mutano e si evolvono anche attraverso dolore e sofferenza, per mezzo di un sostrato docile e consolatorio come quello di una fiaba infantile?

Per almeno un lustro, da ragazzino, ho citato il Piccolo Principe per rimorchiare. Mi è quasi sempre andata bene. Nel senso che una conversazione che iniziasse con un rimando al Piccolo Principe è sempre preferibile a una faccia sbronza di Campari che intavola discorsi sconclusionati. Tuttavia, ho sempre trovato una sorta di malinconico furore nelle fin troppo placide pagine di de Saint-Exupéry. Un po’ come nello sbronzarsi male a Natale. Con un trittico di Faxe.

Una delle mie serie preferite è “BoJack Horseman”. In uno degli ultimi episodi della serie, in occasione di un monologo diventato cult, il protagonista dice qualcosa di tanto semplice quanto crudele: «non ti accorgi dell’importanza delle cose fino a quando esse non sono svanite». Fino a quando, cioè, non sono più tue. Ammesso che mai lo siano state.


https://www.youtube.com/watch?v=lDdmBKP2uvk

Ecco, il Natale mi riporta a questo stato d’animo. E sbronzarmi male a Natale mi riporta a questo stato d’animo. E Piero Ciampi mi riporta a questo stato d’animo. E con lui i Bauhaus, o le birre da pochi soldi.

Perché la verità, amici cari, è che non tanto ogni Natale, quanto più ogni giorno mi riprometto di comprendere l’importanza delle cose prima che esse siano svanite.

E il Natale mi ricorda un tremendo dopo sbronza. In cui mi faccio mille promesse che mai rispetterò.

Ed è questo il motivo per cui odio il Natale.


Perché voglio credere che, a differenza dei buoni propositi che mi ripropongo di rispettare in corrispondenza di queste festività, quelle promesse le manterrò tutte.


Dalla prima all’ultima.

Quindi, Buon Natale a tutti.

Volpi, Aviatori, Piccoli Principi e Serpenti.

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