Ho conosciuto Nex Cassel quando ancora si faceva chiamare Neko e in triveneto quasi ogni sabato qualche malato di Hip-Hop organizzava una jam, per lo più improvvisata, a budget pari a zero, dove si esibivano dal vivo un sacco di rappers, breakers, writers, djs, tutti convinti nel portare avanti un certo tipo di attitudine.

Siamo alla fine degli anni ’90 e il percorso artistico di Nex Cassel fin dall’inizio è caratterizzato da una costanza e da una voglia di fare davvero notevole. Dopo una lunga serie di demo in cassetta e mix-tape, i Micromala, gruppo di cui Nex è membro e fondatore insieme a Gionni Gioielli (a cui si aggiunse Giamma a.k.a. Gionni Grano poco dopo…), fanno uscire Malaeducazione (2005), un disco che nel circuito underground è ancora un culto. Nel 2006 esce Bong beach Summer Mixtape, mentre l’anno dopo è il turno di Colpo Grosso (2008), il lavoro che pone all’attenzione della scena nazionale questa crew di veneti che girava l’Italia terrorizzando, metaforicamente parlando e non, le scene delle altre città portando in dote sana arroganza sul micro e tematiche dove droga e criminalità erano una costante. Oggi questi argomenti sono ampiamente sdoganati e accettati, ma se facevi rap nei primi del duemila e parlavi di certe cose, gran parte degli altri rapper come minimo storcevano il naso accusandoti di “voler fare l’americano”.

Colpo Grosso tra l’altro è un disco fondamentale nella discografia di Nex Cassel anche perché è stato parzialmente registrato mentre era ai domiciliari come conseguenza di un reato che portò Nex a vivere l’esperienza della detenzione carceraria. Da lì in poi il rapper di Caorle, oltre a venir chiamato a collaborare dai più influenti e conosciuti rapper nazionali, dai Club Dogo a Inoki, da Noyz Narcos a Ensi, da Bassi Maestro a Tormento fino ad arrivare a Fedez (molto prima che quest’ultimo diventasse un fenomeno 100%  pop…), collezionerà altri tre mix-tape da solista dal titolo Tristemente Noto vol 1,2,3, due lavori in coppia con Gionni Grano (Fratelli Freschi) e due album ufficiali solisti (Come dio comanda nel 2013 e Rapper Bianco nel 2016): un numero considerevole di album, tracce varie e collaborazioni di ogni genere che lo hanno reso uno dei più rispettati esponenti della scena italiana.

Per intervistarlo sono andato a Caorle, nota cittadina del litorale adriatico, posta a metà strada tra Jesolo e Lignano Sabbiadoro. Qui Nex è cresciuto, in queste zone ha registrato i primi tape e qui ogni volta ritorna al termine di uno qualsiasi dei suoi soggiorni in giro per l’Italia. Ci siamo seduti in un bar sulla spiaggia, complice una spettacolare giornata di sole, e ho fatto partire il registratore.

Hai cominciato ad interessarti di musica Hip-Hop più o meno a metà degli anni ’90, eri un ragazzino, ma prima di iniziare ad ascoltare questo genere quali erano i tuoi interessi, le tue passioni?

Ero alle medie, più o meno nel ’94-’95, mi ricordo che andavano forte i Nirvana e tutti gli altri gruppi rock storici, ma a me più di tanto non interessavano. Quando guardavo MTV rimanevo letteralmente folgorato da Naughty by Nature Cypress Hill, Public Enemy, e cose così. Quando ero ragazzino odiavo la musica anni 80 elettronica, non la potevo proprio sentire. Tutte quelle batterie, riverberi assurdi, sintetizzatori tipo Yamaha DX 7, non li reggevo. Sono tutte cose che ho riscoperto dopo, grazie anche ad Alchemist per dire e che ho utilizzato successivamente per produrre beats, però quando ero un ragazzino non mi piaceva quel sound e quindi in maniera del tutto naturale mi sono appassionato a tutto ciò che non era né plasticoso né melodico. Mi piacevano i suoni aggressivi, batterie pesanti, loop ossessivi e ripetitivi, ecc, in poche parole l’Hip-Hop e il rap anche se ancora non lo riconoscevo come tale.

Il tuo primo contatto con la musica Hip-Hop quindi a quando risale?

Il primo concerto Hip-Hop che ho visto sono stati i Public Enemy a Lignano Sabbiadoro (UD) più o meno nel ’95, se non erro. Io e un mio amico ci siamo fatti portare da un suo zio e ci siamo visti un mega concerto di sti pazzi che rappavano in americano.

In Italia alla fine dei ’90 in tv si cominciava a vedere del rap italiano, tu invece fin da subito hai apprezzato quello americano…

Ecco, sì, in effetti tanti hanno cominciato ascoltando gli Articolo 31 e simili ma a me non piacevano proprio. Ripeto, tutto ciò che percepivo come suono plastico, leggero e scanzonato non mi interessava. Ascoltavo appunto Public Enemy e sentivo determinate sensazioni, poi beccavo il video di Ohi Maria e capivo già che erano due cose nettamente distinte. Il rap italiano l’ho rivalutato un po’ dopo, quando sono entrato in contatto con tutto l’immaginario dei Sangue Misto e altri gruppi sui generis, grazie a Gionni Gioielli, che ai tempi si faceva chiamare Keyem, il quale mi fece ascoltare un po’ di rap italiano in linea coi miei gusti.

Come vi siete conosciuti tu e Gioielli?

Lui ha due anni più di me. A metà dei ’90 circa, lui stava facendo l’autostop per andare a scuola, io ero in macchina con mia mamma, lo vidi e lo tirammo su. In quel periodo c’era Neffa che stava portando in tour I messaggeri della Dopa, e mi ricordo che stavo stressando mia mamma affinché mi portasse al concerto che, se non erro, era al Rototom . Gioielli sentì questi discorsi e si volle aggregare e così mia madre dovette sorbirsi non uno, ma due ragazzini che le chiedevano di fare da taxi (ride, ndr). Io ho passato parte della mia adolescenza, prima di avere la patente, a rompere le scatole ai miei per farmi portare ai concerti, tipo a quello degli House of Pain a Jesolo, ed altri ancora. Oggi noi “vecchi” ci stupiamo quando vediamo i ragazzini accompagnati dai genitori ma ci dimentichiamo che siamo passati anche noi in quella fase dove non hai i mezzi per spostarti e devi trovare altre soluzioni.

Sì, certo, io per esempio stressavo gli amici più grandi con la patente perché i miei proprio non ne volevano sapere, però capisco benissimo il tuo discorso. Ad ogni modo, mi sembra di capire che hai avuto un battesimo di fuoco in ambito Hip-Hop, fin da subito hai avuto le giuste basi. Io e te tra l’altro ci siamo conosciuti a Latisana (UD) nel 2000 circa, voi Micromala eravate venuti a fare un paio di pezzi ad una jam organizzata da un dj del posto, eravate nello specifico tu, Gioielli e Kami.  Gioielli aveva i dredd…

Ahah, sì, ricordo, in quegli anni c’erano un sacco di piccole jam sparse su tutto il territorio. Gioelli aveva questa specie di piccoli dredd, avevamo già un certo modo di porci e di fare le cose. Era il periodo dei beat messi su cassetta, dei microfoni da due lire, devo dire un bel periodo, quello.

In che contesto sono nati i tuoi primi demo?

Il mio primo demo è “Fiori Verdi”, del 1999. Un lavoro fatto già con determinati canoni, ovviamente quelli dell’epoca. Avevamo pochi soldi, uno studio casalingo a Caorle. Quel demo è interamente prodotto da me con l’unico software che si riusciva a far girare sui nostri scarsi pc dell’epoca: Fast Tracker 2. Con quello facevo suonare i campionamenti e lavoravamo cercando di fare le cose per bene. Anche Gioielli ha alle spalle numerosi demo in cassetta di quel periodo, tipo Keyem il Nome o Tzunami fatto in collaborazione con Kami. Ce li ho ancora tutti e alcune persone ancora oggi me li chiedono.

Hai avuto un mentore, qualcuno che ti ha trasferito le conoscenze di base?

Certo, Gioelli. Lui già ai tempi a livello di knowledge era molto avanti, ne sapeva un sacco ed ancora oggi è sicuramente una delle persone con più conoscenza sull’Hip-Hop che conosco, ma direi anche sulla musica in generale, sulle produzioni, sui suoni, sui campionamenti. Mi ha insegnato tantissime cose. Lui ascolta tantissima musica tutti i giorni e ha un’ottima memoria, cosa che io non ho. Tra l’altro lui aveva già ai tempi un flusso di soldi che gli permetteva di acquistare cd, riviste, insomma, aveva le sue attività e grazie a quelle riusciva a recuperare tantissimo materiale. Tutti i demo di rap italiano lui li comprava. Leggeva Aelle e se c’era qualcosa di interessante lui la prendeva. Mi faceva sentire i beats di questo o quel producer, insomma, poter contare sulla sua conoscenza del panorama rap è stato molto importante per me.

In veneto a quei tempi, a fine ‘90/inizi del 2000, com’era la scena? Un nome che ricorre spesso nei racconti dei rapper veneti è quello di DJ Ciso.

Sì, DJ Ciso organizzava quelle che per molti erano le migliori serate black d’Italia. Noi quando potevamo ci andavamo, anche se con lui non ci ho avuto molto a che fare personalmente. Per il resto c’erano tanti gruppi, ognuno con le sue caratteristiche, diciamo c’erano situazioni per tutti i gusti e ognuno faceva il suo.

Il primo album vero e proprio è “Malaeducazione” (2005) che hai registrato con i Micromala.

Sì, anche se io lo considero più una raccolta di pezzi che un vero e proprio album perché in effetti raccoglie tutte le tracce che portavamo live in quel periodo. Tutto il percorso Micromala ha una sua storia. All’inizio eravamo io e Gioielli e abbiam fatto uscire vari lavori tipo Micromala dal terzo livello, una roba di stampo quasi cyber punk. Poi si è aggiunto Kami, un nostro amico dell’epoca che però ha smesso quasi subito, e poi è arrivato Giamma (Gionni Grano) ed è entrato nel gruppo. Andavamo in giro, in maniera abbastanza acerba e ci siamo pian piano creati il nostro giro di amici pazzi furiosi che ci seguivano durante le nostre serate selvagge.

Nel tuo disco Come Dio Comanda (2016) dici una cosa che mi è rimasta impressa, affermi che voi eravate “i migliori alle jam peggiori, alla fine degli anni mille”. Quanto ti è servita questa gavetta fatta di serate in posti sperduti e improbabili, dove magari ti capitava di suonare senza un vero service, senza backstage, ecc?

Beh, noi siamo cresciuti in un contesto dove dovevi continuamente dimostrare, dal vivo e non on line, di avere le palle. Cioè, non solo dovevi avere le skills, le capacità artistiche, ma dovevi confrontarti con un pubblico molto esigente che, se facevi qualche cazzata, te la faceva pesare fino a bloccarti l’esibizione. Ho assistito a tante scene dove un mc scarso, il cosiddetto suker, magari faceva il buffone sul palco e tempo due minuti arrivava un tizio malintenzionato e gli toglieva il microfono mentre rappava e magari gli arrivava pure un ceffone. Forse addirittura sono stato io tra quelli che agiva così. Vabbè, altri tempi.

Rispetto ad oggi che differenza vedi?

Mentre in quegli anni era rispettato chi stava nei canoni, chi faceva le cose secondo certi dettami, e soprattutto c’era il principio che dovevi salire lento, rispettando il passato, oggi è il contrario: va quello che rompe gli schemi. Risulta accattivante, per l’ascoltatore, quello che va oltre le regole, quello che rompe le palle al “sistema rap”. Chiaramente magari gli addetti del settore gli tagliano le gambe ma il pubblico apprezza e lo sostiene. Io poi parlo così perché a me della carriera non mi è mai interessato nulla visto che per vivere facevo altro.

Oggi chi comincia pensa immediatamente al come vendere la cosa che fa, mentre noi dicevamo: “Ok, faccio sta cosa, mi piace, al massimo la metto su My Space, fine della faccenda”.

Sì, esatto, il pensare al video, alla promo, al come appunto vendere un tuo disco è venuto molto dopo. In quegli anni in pochissimi ragionavano in termini di businness. A parte la gente del main stream, forse solo Area Cronica aveva quel tipo di impostazione di lavoro. D’altronde 15, 20 anni fa ti avvicinavi all’Hip-Hop solo se non apprezzavi il pop e le robe che andavano in radio, solo se ti piaceva la mentalità e l’ambiente underground. Oggi lo fai per fare il figo a scuola, ieri lo facevi per andare contro un certo modo di pensare della società perbenista. E’ cambiato tutto quando l’Hip-Hop è andato in classifica facendo numeri importanti, da lì è cominciata una nuova era dove appunto anche l’underground è stato costretto, per sopravvivere, a ragionare in certi termini lavorativi, parlo di gestione del disco, della sua promozione, non di contenuti o suoni.

In Malaeducazione è presente un beat di Shocca, un veneto come voi anche se trevigiano. Però voi non siete presenti in 60 Hertz, uno dei suoi lavori più famosi e rispettati.

Noi abbiamo conosciuto Shocca, Mista, Medrano, Frank, Ciacca e tutti gli altri a qualche jam dell’epoca, c’era tra noi un buon rapporto però entrambe le fazioni, ovvero quella nostra e la loro, sapevano che a livello di mood e di approccio alla cultura c’erano delle diversità di pensiero. Sai, noi ce ne stavamo al mare, in cazzeggio, loro magari stavano in città a Treviso, in quegli anni erano dettagli a cui si dava un certo peso, senza contare che noi eravamo visti, a causa delle tematiche che trattavamo e del nostro atteggiamento, come quelli che volevano fare la West Coast, anche se invece ci piaceva tutto il rap fatto in un certo modo, per esempio Wu Tang, EPMD, ecc. Loro erano abbastanza concentrati sul suono newyorkese e quindi c’era qualche distanza anche se abbiamo sempre collaborato e io ho anche fatto parte di Unlimited Struggle nel periodo in cui è stata un’etichetta. Oggi è ridicolo pensarlo ma ai tempi erano cose che influivano nei rapporti personali con gli altri rapper, cioè: ti rispetto, spacchi, però ognuno fa il suo. Ecco perché non siamo presenti in 60 Hertz, senza contare che forse eravamo anche troppo giovani e inesperti rispetto a tutti gli altri rappers che sono presenti in quel disco, però siamo presenti nel disco successivo di Shocca, Struggle Music. Ho rappato spesso su altri suoi beat, quindi come vedi si tratta semplicemente di tempistiche e/o situazioni varie da gestire che vanno oltre al rapporto di amicizia o professionale. A volte semplicemente una collaborazione non si chiude per mancanza di tempo, per esempio.

Nel 2006 in Italia sono usciti i due dischi che, dopo qualche anno di piattume discografico per quanto riguarda le uscite rap italiano a livello mainstream, hanno rimesso in moto tutto il mercato “d’alta classifica”: Solo un Uomo di Mondo Marcio e Tradimento di Fabri Fibra. Come avete recepito, voi della scena underground, in quegli anni, questi due dischi?

Ci sono da fare due discorsi. Il primo è che, oggettivamente, sono dischi andati in classifica, li possiamo catalogare come rap/hip-hop, e quindi hanno certo dato uno scossone a tutto il movimento, a tutta la scena, creando discussione e polemiche. E questa è la cosa positiva, perché appunto era un periodo un po’ fermo e piatto. Poi c’è un altro discorso, ovvero i gusti personali e quello che ognuno di noi pensa, e la mia visione è che, oltre al fatto che sono artisti che non ho mai seguito più di tanto, hanno attirato all’interno del movimento Hip-Hop persone che con la cultura non c’entrano nulla. E’ questo il punto. In pratica: sì, certo, da lì in poi molta più gente ha iniziato ad avvicinarsi all’Hip-Hop italiano, ma di che gente stiamo parlando? Nella maggior parte dei casi di persone che ti ascoltano perché sei in classifica, non perché gli interessa la Cultura. Io quando vado ad un concerto di Hip-Hop italiano mi aspetto di incontrare altri appassionati, come me, che ascoltano certe cose, invece se ci vado questa gente non la incontro più. Non ci va quello che apprezza certa musica ma ci trovi un sacco di gente che di rap non capisce nulla. E questo è l’aspetto negativo.

Se non ho capito male, stai dicendo che, anche se il numero di persone che puoi intercettare è maggiore, per chi fa certi dischi e certa musica in ogni caso le opportunità sono inferiori o uguali a prima perché non hai di fronte un ascoltatore capace di capire, di comprendere bene quello che proponi.

Sì, esatto. Cioè oggi la situazione è questa: nel contenitore Hip-Hop ci metti anche cose pop, che non c’entrano niente. Non è per fare il purista, ma è per mettere le cose in chiaro. Io sono stato sempre uno che, al contrario di quasi tutti, ha sempre apprezzato le “etichette”, le definizioni di genere, perché alla fine si tratta di vocabolario, una terminologia specifica per inquadrare le cose: rap hardcore, trap, gangsta rap, dirty south, ecc. Voglio dire, anche nel metal è così, ci sono tanti sottogeneri. Il rischio è quello di allargare troppo il contenitore e di farci finire dentro di tutto, a quel punto si perde il senso della divisione dei generi che secondo me invece è necessaria.

Tornando a parlare della tua discografia, dopo il disco coi Micromala vi siete concentrati su progetti alternativi, ce ne vuoi parlare?

Sì, dopo quel disco volevamo un po’ cazzeggiare e abbiamo fatto uscire Bong Beach, un mixtape con tracce inedite, con un tema di fondo: la vita da spiaggia. Bong Beach è il nome della compagnia di pazzi scatenati che si formava ogni estate nei dintorni di Jesolo e Caorle. Giusto per rendere il mood di questo progetto, ti dico solo che giravamo con un’auto scassata sulla cui fiancata c’era un lettering “Micromala”, una cosa un po’ folle, ma sentivamo il bisogno di fare un periodo easy senza troppi sbatti e questo lavoro rispecchia quella attitudine.

Subito dopo, però, vi siete di nuovo chiusi in studio ed è uscito Colpo Grosso (2008), album che secondo me vi ha portato all’attenzione della scena italiana. Come è nato questo lavoro?

Colpo Grosso è uscito per Vibra Records, masterizzato da Bassi Maestro, ha avuto devo dire un bel feed-back. E’ prodotto da noi, io tra l’altro in quel periodo avevo frequentato un corso da fonico del suono alla APM di Saluzzo, ed è un disco che suonava direi bene.

All’interno, collaborazioni con Inoki e Gue Pequeno, giusto per fare due nomi.

Con Inoki e Gue in quegli anni si era creato un bel feeling. Noi giravamo l’Italia ed in ogni posto beccavamo gente che, in un modo o nell’altro, si avvicinava al nostro modo di fare, di intendere tutta la faccenda. Legammo quindi molto con Club Dogo, con la PMC, col Truce Klan, South Fam, insomma tutti artisti che, tornando appunto al discorso dei sottogeneri, facevano musica assimilabile alla nostra e vivevano come vivevamo noi. Questi artisti che ti ho citato rappresentavano in un certo qual modo un momento di rottura con la scena precedente. Mi spiego. Avevamo tutti gran rispetto per i pionieri italiani, però volevamo allo stesso tempo fare qualcosa di diverso da quello che avevano fatto loro, non volevamo essere le loro brutte copie. Volevamo sdoganare certi temi, certi sound. Loro, i pionieri, in quegli anni erano molto chiusi e in molti storcevano il naso, forse facevano bene vedendo poi dove siamo andati a finire (ride, ndr), però secondo me le nuove generazioni devono un po’ rompere gli schemi e fare cose diverse dai predecessori, devono riaggiornare la scena anche a costo di scontrarsi con questa o quella posizione.

In effetti in Colpo Grosso ci sono i ritornelli con l’autotune. Avete anticipato i tempi di circa 10 anni…

Sì, certo, si può dire che siamo stati tra i primi, insieme appunto a tutta la cricca di personaggi che ti ho citato, a sbattercene delle regole e a fare un po’ quello che ci andava. Secondo me è un disco abbastanza valido. E’ un lavoro che ci ha dato la possibilità di farci conoscere.

Sì, vi ha decisamente messo sulla mappa. Correggimi se sbaglio: parte di questo disco lo hai registrato ai domiciliari, quindi si può dire che per la prima volta, o quasi, in Italia un rapper parlava di certi argomenti con credibilità, senza dover inventare nulla. Ricordo che parliamo del 2008 circa…

Sì, in quel periodo non c’erano in giro tanti rapper “certificati”, diciamo così. C’erano sicuramente Cicoria e Gast, e forse qualcun altro ma erano in pochissimi quelli che potevano parlare con cognizione di causa. Io ero appena uscito dal carcere di Venezia, per fortuna ho fatto un breve periodo dentro, poco più di un mese, ma poi ho dovuto affrontare i domiciliari per parecchio tempo. Era un brutto periodo per me ed ovviamente ho usato il rap come valvola di sfogo.

Su My Space hai fatto uscire, sempre in quell’anno, Hilton Hotel, un pezzo davvero significativo in questo senso.

Sì, esatto, quel pezzo è anche stato parecchio apprezzato dai colleghi e addetti del settore. Ho voluto raccontare le mie esperienze senza vergogna e senza filtri, una cosa che in pochissimi facevano ai tempi qui in Italia, in America invece era ampiamente sdoganata, infatti ero molto influenzato dai Dipset per dire. In quel contesto lì ho creato il mio stile.

La tematica dell’esperienza carceraria l’hai affrontata diverse volte ma la strofa che secondo me riassume tutto ciò che pensi della faccenda è quella del pezzo Sepolti Vivi con Noyz Narcos sul suo album Guilty. In quelle 24 barre c’è tutto il tuo mondo, nudo e crudo, senza filtri, forse uno dei momenti più alti della tua intera produzione artistica. Come è nato quel pezzo?

Sono d’accordo con te, è una delle mie migliori strofe. Come dicevi prima, diciamo che la gente mi identificava un po’ come il rapper che è stato in carcere, eccetera. Io, dopo una prima fase dove affrontavo volentieri l’argomento, anche per sfogarmi, ho sentito l’esigenza di voltare pagina, anche perché sono cose negative che vuoi superare. Nel mentre Noyz mi ha chiesto di fare questo pezzo ed ovviamente ho subito accettato proprio perché me lo chiedeva lui, fosse stato per me avrei messo da parte l’argomento. Se Noyz ti chiama sul suo disco e ti chiede una cosa specifica mica gli puoi dire di no (ride, ndr).

Con quale spirito quindi hai scritto quelle rime così cariche di significato?

Ti dico solo che ci ho messo due settimane solo per scriverla, quella strofa. Non volevo dire le solite quattro cagate, volevo metterci dentro tante cose e farlo con stile, anche perché appunto si trattava del suo disco e volevo dare il massimo. Vado molto fiero di quel pezzo, però sai che noi non lo portiamo mai live? Anche se ci troviamo insieme a qualche live difficilmente lo facciamo, perché ci riporta a certe esperienze negative che vogliamo superare. Da un lato è la canzone più bella che abbiamo fatto insieme, però non la facciamo. Per dirti, anche Lotta Santa, altro pezzo sui generis, non lo faccio live. Sono pezzi difficili da scrivere e difficili da fare live per tutto il carico emotivo che si portano dietro, a volte queste cose la gente non le capisce. Un artista certe cose se le vuole tenere per sé anche se ha scritto un pezzo e l’ha messo sul disco.

Secondo me quando si fanno uscire questo tipo di pezzi il rischio di venire fraintesi è alto. Ad un primo ascolto superficiale si può pensare che lo facciate per mettervi in mostra, per vantarvi, non so se sei d’accordo…

Certo, oltre al carico emotivo, che è bello grosso, devi rapportarti ai feed-back della gente. Quando tu produci dei beat sei abbastanza easy, devi occuparti solo di tirar fuori un suono figo, che spacchi. Quando invece scrivi, la faccenda si complica, soprattutto se devi scrivere cose forti, d’impatto. Devi scavare dentro di te e non sempre ne hai voglia, è un processo molto pesante. Io prendo molto seriamente questa cosa quindi in effetti anche il dover spiegare alla gente il perché scrivi certe cose aggiunge ulteriore stress.

Parlaci di Come Dio comanda, come è nato questo disco?

Come Dio Comanda è stato scritto e prodotto a Palermo. Qui in veneto ho incontrato Bras, che stava qui in quel periodo, ed insieme siamo poi andati in Sicilia. Io ho trovato un appartamento, mi son trasferito lì per quasi 3 mesi, anche per staccarmi da Milano, dove abitavo ai tempi. Palermo mi è rimasta nel cuore, sono stato benissimo. Lì ho conosciuto Spenish, con cui successivamente ho fatto delle cose. Ad ogni modo, in questo disco ho cercato di non ripetermi, volevo come detto andare un po’oltre ai soliti temi. Mentre nei lavori precedenti ero costretto a propormi in un certo modo anche per farmi notare, in quel momento non ne avevo più bisogno, ho cercato di fare delle canzoni complete più che semplice e puro rap grezzo.

Il disco è uscito per Unlimited Struggle. Come è nata la vostra collaborazione?

Io stavo mixando il disco da Shocca, anche per una questione di vicinanza geografica dato che nel frattempo ero rientrato in Veneto, ed eravamo felici di lavorare insieme, anche per mescolare le nostre reciproche esperienze da fonici “nerd”, diciamo così. Lui mi chiese di uscire per loro e io accettai, anche per i rapporti che si erano creati negli anni precedenti. Poi ci siamo accorti che in realtà noi e loro avevamo in una certa maniera pubblici differenti e così le strade si sono divise. Le persone, i fan, a volte si fanno mille viaggi ed immaginano chissà quali scazzi ma in moltissimi casi semplicemente ci si accorge che è meglio lavorare ognuno con il suo mood, così, senza tanti problemi.

Poi è stata la volta di Rapper Bianco. Qualche parola su questo lavoro?

Rapper Bianco nasce con l’idea di creare un lavoro che rimanesse nel tempo. Prima di cominciare a lavorarci su, stavo riflettendo sul fatto che non avevo ancora creato l’album perfetto, per così dire, nonostante in tutti questi anni ho fatto uscire moltissime cose valide. Così mi son detto: voglio fare un lavoro davvero degno di nota e mi son messo sotto. E’ un disco prodotto da Spenish, non so se posso definirlo il mio lavoro migliore, però sono contento del risultato.

Secondo me è un disco che a livello di contenuti si distacca dagli altri che hai fatto. C’è sempre la componente street e fast life, diciamo così, ma in tanti pezzi vai oltre, racconti più cose che riguardano il tuo io interiore, le cose che pensi ad un livello più profondo, penso ai riferimenti della tua adolescenza a Caorle, ecc…

Intanto è un disco con pochissime parolacce, parlo meno delle mie vicende giudiziarie, però è un disco rap, su questo non ci sono dubbi. In origine volevamo fare un disco esoterico, sperimentando cose nuove anche, poi invece ho capito che non era una cosa che mi identificava troppo, così ho riportato il rap al centro del progetto.

Si può dire che sia il tuo disco più “vero”, più “real”? Uso apposta questo termine di cui tutti abusano perché vorrei un tuo parere su questo aspetto.

Il mio concetto di essere veri è semplice: dire le cose come stanno, io sono sia un malato di rap che un ragazzo da spiaggia. Ecco spiegati anche i vari progetti tipo Fratelli Freschi. Gionni Grano, per dire, se ascolti le sue cose soliste, ha fatto anche pezzi molto seri, profondi, ma anche lui si può dire che ha queste due anime che convivono, la serietà e il cazzeggio da spiaggia. E’ molto divertente fare musica spensierata dove blateri qualche cazzata, ti serve per staccare un attimo. Fare musica impegnata e scrivere testi pesi ti porta via molte energie mentali.

Cosa rispondi ai tuoi detrattori che ti accusano di “voler fare il gangsta”?

Rispondo semplicemente che a noi veniva, e viene tutt’ora, molto naturale parlare di cose che facevamo. Magari ora non le facciamo più o non le facciamo in quella maniera, ma ai tempi ci sembrava normalissimo scrivere certe cose e fare certi video. Ci davano degli ignoranti perché ci piaceva un certo tipo di rap ma di certo non ci sentivamo dei boss mafiosi. Avevamo un approccio street che è stato capito molto dopo, anche per stessa ammissione di alcuni personaggi dell’ambiente che dopo anni hanno rivisto le loro posizioni nei nostri confronti, forse perché hanno appunto constatato la veridicità di certe cose. Tutta la credibilità che abbiamo nell’ambiente nessuno ce l’ha regalata, anzi, abbiamo sempre dovuto dimostrare sul campo di saper fare il rap e saperlo fare bene proprio per in qualche modo dare credito a quei video e quegli atteggiamenti.

Parlaci di Adria Costa. Che cosa è esattamente?

E’ un collettivo che negli anni ha fatto molte cose e rappresentato un certo tipo di attitudine, è composto ufficialmente da noi Micromala più il Dium e Big Mike. Poi ci sono i producer affiliati : Karati, Spenish, Garelli e altri tipi di personaggi vari che fanno altre cose. Inoltre ci sono altri rapper, tutta gente che stimiamo con cui collaboriamo costantemente. Come collettivo abbiamo fatto solo due lavori in tempi abbastanza recenti cioè: Adriacosta All Stars mixtape di cui c’è solo un video in cui noi rappiamo le strofe in radio e un disco che non è molto piaciuto: Sacra Famiglia, è stato un periodo strano ed è un peccato che sia coinciso proprio con la gestazione del disco, ma questa è la vita, in ogni caso contiene delle perle e a me nel complesso piace.

Da sempre tu hai collaborato con tantissimi rapper, famosi e non, anche oggi continui su questa linea di pensiero facendo musica con rapper giovani.

Sicuramente. Ho collaborato recentemente con tanti validi giovani, Jangy Leeon, Dani Faiv, Lazza, Nerone, Pepito Rella, tanto per fare qualche nome, il mio stile di vita è questo. Stare in mezzo alla gente mi piace. Io vivo così.

Parliamo del tuo ultimo disco. Da poco è uscito Doppio Taglio, un’ EP che hai realizzato in coppia con il rapper romano Er Costa del collettivo Gente De Borgata. Dicci qualcosa a riguardo.

Io e Er Costa ci siamo conosciuti ad una serata e abbiamo capito subito che lui era molto simile a noi di Adriacosta come attitudine e negli anni abbiamo continuato a fare festa assieme e abbiamo anche fatto svariate collaborazioni. Posso citare Se Voli Via con Jhonny Marsiglia prodotta da Big Joe, Quartieri D’Italia  con anche Gionni Grano e Er Turco prodotta da Vox P e Romanzi Neri con anche Er Turco prodotta da Spenish, ma ce ne sono anche altre. La proposta di fare questo EP assieme è arrivata da Jacopo di Honiro, in quel periodo io e Spenish stavamo per iniziare il disco sucessivo a Rapper Bianco, ma abbiamo dirottato le nostre energie su Doppio Taglio, che è stato interamente realizzato nel mio studio estivo di Caorle in un caldissimo (in tutti i sensi) Luglio 2017. Invito tutti i lettori a ordinare la copia del disco su www.honiro.bigcartel.com e anche tutti gli altri miei dischi su www.adriacosta.it.

Chiudo questa intervista con la classica domanda finale: progetti futuri?

Difficilmente i rapper smettono, per cui non voglio fare annunci eclatanti. Per ora produco molte strumentali, ma lo faccio per rilassarmi, non sempre la musica la si fa per farla uscire, anche perchè senza un’ accordo con un’ etichetta risulta complicato.

Contatti Nex Cassel:
FB: https://www.facebook.com/NEXCASSELOFFICIAL/
IG: Nexcassel

Video

Nex Cassel& Er Costa – DOPPIO TAGLIO

Nex Cassel – PATRIMONIO NAZIONALE

Nex Cassel feat. Noyz Narcos – Black Market

Micromala – VOGLIO TUTTO

 

 

 

 

 

 

 

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