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Sono sempre stata un’avida lettrice, sin da quando ne ho memoria. Per scegliere cosa leggere ho sempre seguito una catena naturale fatta di consigli, citazioni e suggerimenti, che come un filo invisibile mi ha portata da un continente all’altro, da un’epoca all’altra, tra fogli di carta rassicuranti.

Non ho mai seguito le novità in libreria, fatti salvi i pochi autori che leggo più o meno regolarmente (e comunque, mi son sempre tenuta il beneficio di leggere i loro nuovi scritti su mia decisione, non seguendo i dettami delle pubblicazioni).
Per questo motivo spesso mi sono persa per strada dei libri, certa del fatto che il destino me li avrebbe fatti incontrare sul cammino, a tempo debito.

Questo è ciò che è successo con Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa (edito per Feltrinelli), capitato sul mio cammino grazie al gruppo facebook “Sto leggendo questo libro…” dove il titolo è rimbalzato talmente tanto da non poter non attirare la mia attenzione.
L’ho divorato in un giorno, vivendone ogni pagina come raramente mi è capitato.

Trama

Ogni mattina a Jenin racconta la storia di quattro generazioni di palestinesi, in una finestra temporale che copre circa 70 anni, dai primi anni ‘40 del novecento sino agli albori del nuovo millennio. Come tutti sappiamo, quei settant’anni hanno privato i Palestinesi del proprio territorio e di ogni certezza sul proprio presente e futuro.

La bellezza di questo romanzo, frutto di una fantasia che trae le mosse dal vissuto personale dell’autrice e dalla terribile cronaca di guerra, sta nell’aver intriso di umanità tutte quelle che erano le mie nozioni meramente storico-politiche del conflitto israelo-palestinese, assegnandovi volti, amori, emozioni, distruzione, tragedia, vita.

Su un secondo, più intimo livello, questo romanzo mi ha commossa profondamente, perché la storia raccontata non è solo quella di Yahya Muhammad Abullheja e dei suoi discendenti, ma è quella di tutte le persone che hanno vissuto, e vivono, la guerra, l’orrore del distacco, il franare inesorabile e spietato di ogni piano di felicità, di amore, di esistenza, assaporando comunque anche tutti quei preziosi, e quasi paradossali, momenti di bellezza e di gioia che la vita sa donare.

Non ho potuto non pensare a mia nonna, orfana da adolescente, con un fratello aviatore disperso e un fidanzato ucciso dietro casa, che le è morto tra le braccia.
Penso alla sua vita, che poi le ha donato un altro uomo generoso, nobile d’animo (e non più di stirpe) e unico come mio nonno, e la famiglia così dolcemente costruita, mentre tutto dietro di lei era scomparso in un soffio. Penso a quando era ancora viva e, ormai anziana, continuava a sognare il ritorno di suo fratello, e la chiusura onirica di quel cerchio di emozioni.

E’ un romanzo emotivamente importante e, oserei dire, demandante, capace di smuovere ricordi e sentimenti nell’intimo di ciascuno.
Consigliato, col cuore.

Immagini prese da Google

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Giorgia
Classe '87, Giorgia nasce a Gemona e si trapianta dopo pochi anni nella ridente fortezza di Palmanova, dove vive tutt'ora con il suo partner in crime e la sua inseparabile gatta. Con i pattini ai piedi si chiama Calamity Jill e gioca come blocker nelle Banshees, ad oggi l'unica squadra di roller derby del Friuli. Trova la sua pace dei sensi nella buona birra e nel taekwon-do tradizionale. Ha una laurea in giurisprudenza, ma non ricordateglielo. Le piace scrivere di femminismi, dedicarsi a progetti ambiziosi, auto-produrre e sperimentare nuove cose a rotelle.

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