«Sa dottore com’è… no? Sono quelle cose di cui non riesco a fare a meno… L’alcool mi appaga e mi concede quel sentore di benessere temporaneo in cui il cervello dice che sto facendo la cosa giusta». In quel momento Carlo avrebbe dovuto interrompere il suo paziente per riportarlo sulla strada della ragione, invece era distratto e sentiva solo un mormorio continuo. Davanti a lui si trovava l’ennesimo ubriacone mandatogli dalla polizia perché picchiava la moglie dopo un bicchiere di troppo; nulla di nuovo, nemmeno per le pareti del suo studio. Persino il poster di Bob Dylan appeso sopra il divanetto, dove se ne stava disteso a vomitare improbabili giustificazioni il signor Lupieri, avrebbe potuto compilare il verbale di quel caso: uomo di bassa cultura che in preda ai fumi dell’alcool malmena la moglie. Sarebbe bastato suggerire qualche mese di terapia presso gruppi di ascolto, qualche compressa di antabuse, un’ordinanza che vietasse a Lupieri di riavvicinarsi alla donna e una sentenza di separazione, aggiungere alcune sedute presso il suo studio giusto per alzare la parcella di rimborso, e condire il tutto con un pizzico di disagio, stress e mentalità fragile del paziente, trascorsi adolescenziali, perché non poteva certo scrivere a caratteri cubitali che era solo una persona di merda. Facile, già fatto in precedenza e, cosa importante, aveva sempre funzionato. Carlo Ferretti rispose sottovoce con un semplice «Capisco», ma nella sua testa non vedeva l’ora di andare a casa, levarsi la camicia e buttarsi sul divano. Guardò l’orologio di fianco a Bob e disse: «Mi dispiace signor Lupieri, ma il tempo è scaduto. Chiederò al giudice un’altra seduta per terminare la valutazione. Nel frattempo stia lontano dall’alcool». Lo aiutò ad alzarsi e lo accompagnò alla porta tenendolo sotto braccio; era un gesto che tranquillizzava i pazienti, li faceva sentire compresi e dava l’impressione che s’instaurasse dell’empatia con il dottore. «Dice che potrò rivedere i miei figli?» chiese Lupieri prima di aprire la porta. «Non sono io il giudice» rispose Carlo con un finto sorriso che in realtà nascondeva un “Verrà tutto deciso dal mio rapporto e non rivedrai i tuoi figli”. L’uomo abbassò lo sguardo, cosciente di quello che aveva fatto e che i figli non li avrebbe più visti, se non assieme all’assistente sociale. Carlo percepì la tristezza del suo cliente e gli mise la mano su una spalla come da copione. «Si faccia forza signor Lupieri, non posso dirle altro, né farle promesse che non sono sicuro di poter mantenere». Chiuse la porta mentre l’altro si avviava per il corridoio con le spalle ricurve e la leggera gobba accentuata dalla testa rivolta verso il basso. «Che palle questi tizi!» disse sospirando versandosi una tazza di caffè dal thermos. Dette uno sguardo all’agenda per ricordarsi il nome del cliente successivo; sarebbe arrivato tra una quindicina di minuti circa per la prima seduta.

Posò la tazza sulla scrivania e preparò il blocco per gli appunti scrivendo su una pagina bianca la data odierna e il cognome del nuovo paziente. Quel taccuino dalla copertina nera lo aveva acquistato un anno fa in una cartoleria poco distante dallo studio dove aveva conosciuto Giulia, una commessa gentile nei modi e che gli diede l’impressione di essersi invaghita di lui. Quando trovò il coraggio di dichiararsi scoprì che se n’era andata e nessuno dei colleghi volle dirgli altro. Inebriato dal ricordo di Giulia, si sedette rilassato sulla poltrona in pelle nera guardando fuori dalla finestra del suo studio: niente di diverso dal solito panorama che lo fece quasi assopire. Qualcuno bussò e il rumore delle nocche sul vetro della porta lo fecero destare dal torpore. «Solo un minuto, per cortesia» disse a voce alta alzandosi dalla poltrona. Sbadigliò e ripose la tazza e il thermos nell’armadio, si sistemò la camicia mettendola ben dentro i pantaloni e si diresse verso la porta.

Quando l’aprì si trovò davanti un ometto buffo: non era alto più di un metro e sessanta, capelli arruffati che tendevano ad annodarsi tra loro, occhiali spessi e una barba incolta, tutto ad arredare un viso anonimo, segnato dalle occhiaie e montato su una corporatura molto magra. Sembrava un incrocio tra Woody Allen, Gollum e David Gnomo. «Prego si accomodi. Lei è il signor Gatti immagino». L’ometto entrò senza dire nulla; Carlo richiuse la porta e si diresse alla scrivania indicando al cliente la sedia di fronte. Gatti si sedette rischiando di non centrare la sedia e di ritrovarsi sul pavimento, distratto dalle varie qualifiche conseguite dallo psicologo che troneggiavano fiere, con le cornici lucide senza un granello di polvere, sulla parete dietro la scrivania; luccicavano così tanto che quasi oscuravano la finestra di lato. Carlo dovette trattenersi dal ridere di quella figura sgraziata, spaesata e inevitabilmente comica; si passò le mani sul viso per mascherare le contrazioni della bocca che accennavano un sorriso e, recuperato l’aspetto professionale, si rivolse al nuovo paziente. «Dunque signor Gatti, può cominciare a dirmi nome, cognome e data di nascita così inizio a preparare la sua scheda e poi vorrei sapere come mai ha deciso di rivolgersi a uno psicologo». L’ ometto si guardò attorno ancora per quasi un minuto prima di iniziare a parlare con una voce simile allo squittio di un topo. «Mi chiamo Emanuele Gatti, ho trentotto anni. Sono nato il diciassette ottobre del settantanove». Snocciolò il tutto come se lo avesse preparato da tempo, in un fiato, senza pause, meccanico. Prima di continuare fece un respiro profondo. «Sono qui perché ho un’ossessione e forse lei può aiutarmi» Di nuovo tutto in un fiato. Carlo si stava già facendo un’idea del tipo di cliente e stava appuntando i pochi dati ricevuti sul blocco. «Mi parli di questa sua ossessione signor Gatti, senza omettere niente. Per esempio mi dica come si svolgono le sue giornate». Lasciò cadere la penna sul tavolo e si mise nella posizione d’ascolto: schiena ben appoggiata alla poltrona e palmo sinistro appoggiato al mento con l’indice lungo la guancia, l’altra mano faceva tamburellare le dita sul bracciolo. Gatti aveva le mani conserte, le sfregava tra loro passandole poi sui pantaloni color cachi per asciugarle dal sudore. «Io…» deglutì prima di andare avanti. «Io seguo le persone». «Cosa intende quando dice che segue le persone?» Se lo immaginò dietro un angolo con occhiali da sole scuri e un trech color marroncino. Rischiò di scoppiare a ridere. Gatti restò in silenzio per qualche secondo; era come se, ogni volta, dovesse elaborare la risposta. «Cerco una ragazza. Sa dottore, tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia sentire bene. Passo le mie giornate su Facebook con un falso profilo, mando le richieste a quelle più carine, controllo i loro gusti, dove vanno, chi frequentano. Se le ritengo degne di me le contatto in chat e inizio a parlarci e a seguirle». Carlo non notò nulla di strano, solo un uomo che soffre di bassa autostima, che ha paura di mostrarsi perché timido e brutto e che usa uno dei tanti espedienti che il web ha messo a disposizione. Come lui ce ne sono tanti a praticare tecniche di catfish. «Quindi le segue su Facebook?» incalzò lo psicologo con l’intenzione di avere più dettagli. Il paziente scosse la testa provocando una nevicata di forfora ben visibile sui braccioli neri della sedia. «Le seguo. Le seguo realmente! Fino a quando non trovo il coraggio di dichiararmi e poi commetto peccato. E non le seguo più». Si fermò un attimo portandosi le mani sulla faccia e scosse di nuovo la testa. «Non voglio commettere peccato!» Gridò con gli occhi arrossati, pronti a lacrimare. Carlo ebbe un sussulto, spaventato da quella reazione improvvisa che non si aspettava da un uomo all’apparenza mite. «Mi vado a confessare e i preti non mi capiscono, gli psicologi neppure… Nemmeno lei che dovrebbe già conoscere quelli come me!» Gatti si alzò di scatto facendo cadere la sedia e corse fuori dallo studio lasciando Carlo attonito prima che potesse procedere con un’ulteriore domanda; quando si alzò per seguirlo se n’era già andato. Provò a guardare dalla finestra se riuscisse a vederlo passare in strada; non c’erano molte persone che passeggiavano sotto il suo ufficio, ma Gatti sembrava svanito nel nulla.

Non era la prima volta che una seduta terminava in anticipo a causa di un paziente che dava in escandescenze. Forse Emanuele Gatti lo avrebbe richiamato il giorno dopo per scusarsi e fissare un altro appuntamento o forse no; ma perché gli importava così tanto di un uomo che aveva visto per la prima volta? Un mal di testa a grappolo si era impossessato di lui e ora voleva solo andarsene a casa. Fece scendere le veneziane, spense le luci e chiuse a chiave la porta dello studio. Nel tragitto che lo separava dal parcheggio riaccese la suoneria del cellulare privato e spense quello dedicato al lavoro. Trovò quattro messaggi che lesse con una smorfia di stizza prima di cancellarli: ora la giornata era stata guastata in soli quarantacinque minuti. Lanciò la giacca sul sedile posteriore, si accese una sigaretta e alzò il volume della radio continuando a rimuginare su quello che aveva letto e fregandosene del mal di testa. Era infastidito dal gioco del gatto e il topo che stava lasciando portare avanti da troppo tempo con una ragazza. Tutti i trucchi che gli avevano insegnato all’università non funzionavano in quel caso; predicava bene e razzolava male, anzi malissimo. «Da domani basta. Lo giuro. Con questa notte ci do un taglio netto» disse a voce alta coprendo lo speaker che leggeva l’oroscopo. Gettò il mozzicone dal finestrino rassegnandosi a restare in coda dietro un imbranato che procedeva venti all’ora sulla statale. Imprecò e sbuffo aumentando in maniera esponenziale il suo nervosismo. Ci mise una quindicina di minuti in più rispetto al solito per arrivare a casa e altri quindici per trovare un parcheggio libero. Salito finalmente nel suo appartamento si spogliò gettando i vestiti lungo il corridoio puntando il bagno dove lo avrebbe atteso una tanto desiderata doccia bollente.

Cercò di scacciare il malumore lasciando spazio alla sensazione dei muscoli rilassati dal getto d’acqua calda. Godé del calore fino a quando l’acqua riscaldata dal boiler non terminò facendolo insaponare e risciacquare in fretta e furia. La doccia era servita a calmarlo un po’ e ora poteva pensare a cosa scaldare nel microonde; cercò qualcosa di pronto nel freezer e infilò quelli che sembravano essere dei cannelloni al ragù nel forno. “Pronto in 10 minuti” recitava la confezione, ma Carlo ne impostò dodici per sicurezza e si mise ad ingannare l’attesa facendo zapping alla tv. A quell’ora non c’era nulla d’interessante se non una serie di quiz per famiglie e qualche telefilm dal retrogusto adolescenziale. Spense quando sentì il bip del timer arrivato a zero. Mangiò in piedi, appoggiato al bordo del lavello come suo solito; non amava sedersi a tavola da solo: preparare e poi sparecchiare lo considerava una perdita di tempo e fu poco quello che impiegò per consumare con bocconi rapidi la sua cena frugale. Lasciò le stoviglie nel lavello, non aveva intenzione di lavarle, e si mise sul divano in compagnia di un libro. La stanchezza prese il sopravvento e, nonostante tutti i tentativi per rimanere sveglio, crollò addormentato in una posizione che la sua schiena gli avrebbe ricordato almeno per un paio di giorni a venire. Durante la notte gli incubi bussarono prepotenti; Carlo sognò Emanuele Gatti che seguiva una ragazza finendo per trovarsi da solo con lei in un vicolo, lo vide dichiararsi, essere rifiutato e andare in escandescenze stringendole il collo fino a farla soffocare. Riconobbe il viso della vittima: era la ragazza che gli aveva mandato i messaggi nel pomeriggio. Si risvegliò nel letto madido di sudore, con il lenzuolo appiccicato addosso. Quando si era spostato dal divano? Prese l’orologio sul comodino cercandolo a tentoni e guardò l’ora; mancavano cinque minuti alla sveglia. Non aveva nessuna voglia di alzarsi quella mattina e, ancora sotto le coperte, prese in mano il cellulare per dare una controllata ai social network che non gli davano nessuna notizia interessante. All’improvviso ebbe un’idea: avrebbe chiamato in mattinata un suo amico della Questura che gli doveva un infinito favore e gli avrebbe chiesto informazioni su Emanuele Gatti. Qualcosa non gli quadrava e voleva saperne di più su quello strano paziente.

Carlo non aveva fissato appuntamenti per quella mattina; doveva dedicarsi alla burocrazia tra scartoffie e la compilazione di un paio di verbali e poteva farlo anche da casa. Alle 9 in punto telefonò in Questura e chiese dell’agente Marchetti. «Buongiorno Carlo, che succede?» «Ciao Alberto. Ho bisogno di una cortesia. Ieri è venuto da me un cliente un po’ strano. Si chiama Emanuele Gatti, nato il diciassette ottobre del settantanove. Riesci a farmi avere qualcosa su di lui?» «Ti ha dato problemi?» «No no. Solo un inaspettato scatto d’ira a fine seduta. Nulla di grave. Volevo sapere se era una persona che già conoscete». «Ok. Controllerò i database. Ti richiamo io». «Perfetto. Grazie mille Alberto. Avanzi una birra non appena ci vediamo». Riagganciò il telefono e accese il computer per terminare i verbali; il sistema operativo non aveva nemmeno finito di caricare i programmi in esecuzione automatica che squillò il telefono: era Marchetti. «Ciao Alberto, sei stato velocissimo». «Sì, ma non ho buone notizie. Emanuele Gatti non esiste in nessun database». «Come?» chiese Carlo aggrottando la fronte preoccupato. «Ho fatto una ricerca incrociata; nessun Emanuele Gatti». «Boh? Mi avrà dato un nome falso. Se si farà risentire gli chiederò quello vero» minimizzò Carlo. «Ok. Scusami, ma devo lasciarti ora. C’è stato un omicidio; una donna strangolata in un vicolo». «Tranquillo. Buon lavoro e a presto». «Anche a te. Ciao». Carlo posò il ricevitore e aprì il primo file nel wordprocessor; restò incantato a guardare lo sfondo bianco e nella sua mente riaffiorò il ricordo del sogno avuto la notte prima: Gatti, la ragazza, il vicolo. Gli si accese un campanello in testa: Marchetti gli aveva appena detto che una donna era stata strangolata in un vicolo. Cercò di recuperare la razionalità; i sogni premonitori, per lui, non esistevano. Si accasciò sulla poltrona in preda di nuovo del mal di testa a grappolo e alle palpitazioni; sudava freddo e l’aria diveniva sempre più rarefatta a ogni boccata. Allentò la cravatta che gli trasmetteva la sensazione di essere avvolto dalle spire di un serpente e aprì la finestra per far entrare il fresco ossigeno autunnale, ma senza trarne giovamento. La scena di Gatti che strangolava la ragazza era così vivida nella sua mente chee gli provocò un conato di vomito facendolo correre in bagno. Dalla bocca non uscì nulla, nemmeno un pezzo di cannellone della sera prima; ebbe solo una serie dii sforzi che gli fecero contrarre lo stomaco e arrossare il viso. Doveva darsi una risciacquata con l’acqua fredda. Si guardò allo specchio e vide riflesso il viso di Gatti. Urlò e corse di nuovo in studio gettandosi sul divano solitamente riservato ai pazienti. Stava impazzendo? L’aria continuava a mancargli come se Gatti stesse stringendo, questa volta, il suo di collo; si sentiva soffocare sempre più con il passare dei secondi. Doveva uscire. Corse fuori dallo studio, lasciando la porta aperta e gettandosi giù per le scale in una corsa quasi scomposta, reggendosi al corrimano per non cadere fino a quando non raggiunse il marciapiede fuori da casa sua. Finalmente l’aria aperta e una pseudo sensazioni di libertà.

Le persone attorno lui lo guardavano con sospetto mentre la testa girava facendolo sbandare a destra e sinistra peggio che sotto effetto di una sbronza. Vagava senza una meta precisa eppure il percorso deciso dalle sue gambe tremolanti gli stava facendo ricordare ancora il sogno con Gatti. Ne ebbe conferma quando arrivò a pochi metri dal vicolo che aveva sognato e ad avallare il tutto c’era la presenza dei nastri della scientifica e mazzi di fiori appoggiati a terra. Si allontanò dalla scena del crimine con passo svelto e gli sembrò di vedere poco distante da lui il signor Gatti. No, non era solo un’impressione: era lui. L’aspetto fisico dell’uomo era inconfondibile. Rallentò per non avvicinarsi troppo e restò in attesa che si muovesse. Gatti restò a osservare il vicolo per un paio di minuti prima di andarsene e Carlo lo seguì mantenendosi a debita distanza. Chi era quell’uomo? Perché si era insinuato così vivido nella sua mente? Lo avrebbe preso e consegnato alla polizia; non sarebbe stato difficile vista la differenza fisica tra i due. Cosa poteva fargli uno come Gatti a lui che curava il suo fisico andando in palestra tre volte a settimana? Carlo aveva recuperato la lucidità e le forze e riconobbe la strada che l’omino stava percorrendo: era la stessa che aveva appena fatto lui per arrivare lì. Restò sbalordito nel vedere Gatti entrare nel palazzo di fianco al suo. Erano vicini e questo poteva spiegare perché Gatti fosse andato nel suo studio. Stava per telefonare a Marchetti e dirgli che aveva trovato Gatti, ma ebbe il mal di testa tornò provocandogli un mancamento; approfittò del fatto di trovarsi di fronte a casa per trascinarsi fino al suo appartamento dove crollò svenuto sul pavimento appena richiuse la porta.

Il rumore di qualcuno che stava bussando in maniera energica alla porta lo risvegliò; senza ricomporsi e senza rendersi conto di dove fosse, andò ad aprire. Sulla soglia c’erano due agenti di polizia che lo lasciarono disorientato. «Buongiorno agenti. Cosa…» Non gli permisero di terminare la frase interrompendolo subito. «Carlo Ferretti lei è in arresto per omicidio. Le sue impronte sono state trovate sul collo della vittima». Nella testa di Carlo tutti i tasselli del puzzle presero il loro posto; lo specchio dello studio gli aveva mostrato la verità: lui era Emanuele Gatti, psicologo e atleta, su Facebook, lui seguiva le persone, lui in realtà era quell’ometto buffo e magro e Carlo Ferretti era sì il suo vero nome; ma la vita che aveva creato per soddisfare il suo ego era tutta una finzione.

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