“Questo non è il giorno giusto per andarsene!”
Pare abbiano detto così Muner e i suoi, un giorno di tanti anni fa, in riva ad un fiume sconosciuto, mentre gli indiani li stavano accerchiando.
Per la verità si racconta l’abbia detto Muner in persona, guardando l’acqua scorrere lungo il letto del fiume, veloce e rabbiosa, come una cascata di ricordi in corsa verso il presente.
Lo disse appoggiando la mano al calcio della pistola; la sua splendida colt , dall’impugnatura in osso di pellerossa, che a sentirla sparare si poteva quasi udire l’urlo degli indiani in combattimento.
Almeno così si narrava.
Purtroppo per la storia, coloro i quali avevano l’onore di sentire quell’urlo spesso non trovavano più voce per raccontarlo ai posteri.
“Questo non è il giorno giusto per andarsene.”
Certo poteva pure trovare qualcosa di meglio, Muner, da dire il giorno della sua morte.
Qualcosa di più coerente con il futuro che lo aspettava o perlomeno, poteva evitare di sbilanciarsi, in modo tale che, qualunque fosse stato il risultato della battaglia, i libri l’avrebbero ricordato in modo positivo.
Una frase più generale, da abbinare con qualunque vestito, sia pure quello della domenica, che poi è pure quello delle feste a lutto, il più delle volte. Certo, se non teniamo conto dei vecchi che, classificando come evento mondano il funerale di qualcuno, tendono ad averne uno solo per quel genere di evento.
Ma questa è tutta un’altra frase, un altro fiume, un’altra pistola. Non certo quella di Muner.
D’altronde, tornando a Muner, uno non può mica passare l’esistenza a studiarsi una bella frase per il momento della dipartita.
Magari ci pensa così, in modo leggero, senza darci troppa importanza, a quello che direbbe se un giorno si trovasse in riva ad un fiume, con la pistola in pugno, ad osservare un fiume di ricordi che rotolano distratti tra le rapide. Non può mica pensarci sul serio, a trovarsi lì, un essere umano, altrimenti si che avrebbe un problema vero su cui soffermarsi.
Certo però, che quando capita una cosa di questo tipo, un pizzico di inventiva non guasta per nulla, se vogliamo dirla tutta.
Magari qualche libro, un paio di film e un po’ di attenzione ai telegiornali locali, una mano la danno, a comporre qualcosa.
Nulla di tanto complicato, per capirci, qualcosa di generale, da abbinare con tutti i vestiti, anche quello della domenica, che poi è pure quello delle grandi occasioni, il più delle volte.
Certo, evitando di tenere conto dei vecchi che, classificando come evento mondano il funerale di qualcuno , potrebbero indurre in errore.
Se non altro, nel caso le cose andassero male, avremmo lasciato una riga nella storia, scritta nel vento a colpi di pistola.
Una nuvola d’aria bucata da qualche lettera, che poi si sa, non è che sia molto affidabile l’aria: contiene un sacco di parole ma quelle che rimangono sono ben poche, e il più delle volte si vestono di abiti nuovi quando incontrano la bocca degli altri.
Forse, in qualche frazione di secondo, avrà pensato questo Muner, quel giorno, in riva al fiume, tenendo una mano sulla pistola e la mente immersa nell’acqua che è stata la sua vita.
Avrà pensato che in fondo, per quanto potesse sforzarsi di dire qualcosa di sensato e consono alla situazione, se di sensato e consono si può parlare, sarebbe stata poca cosa, in ogni caso, perché a lasciarle libere, le parole, non tornano mai uguali a quelle che erano.
Avrà pensato che magari, se prestava più attenzione al presente, alla situazione in sé, non serviva pensare alle parole da dire o non dire.
Se avesse pensato a quell’attimo in particolare, invece di sbracciare a stile libero in quel mare vorticoso, che non faceva altro che riportarlo indietro, tutto quel scervellarsi sarebbe risultato superfluo, persino ridicolo.
Che poi, a pensarci bene, un po’ lo è, se non teniamo conto della situazione ovviamente.
Se fosse riuscito a pensare, anche solo un secondo, dopo che la freccia di tibia tonante gli trapassò il cuore, probabilmente si sarebbe dato ragione.
Anche tibia tonante gli avrebbe dato ragione, probabilmente.
Forse non glielo avrebbe detto chiaramente, a viso aperto, ma solo per una questione di orgoglio.
Si sa, i pellerossa sono una popolo orgoglioso, e si dice pure che i pellerossa se la prendano a cuore, quando subiscono un torto e che non si diano pace finché non riescono a restituirlo.
Tibia tonante non era un indiano permaloso, nonostante fosse un pellerossa e di conseguenza orgoglioso, ma non riusciva proprio a sopportare di vedere una parte di sé in mano a quel gringo, perlopiù usata per uccidere i suoi fratelli.
Da buon pellerossa allora, senza dire o pensare qualcosa di degno da lasciare alla memoria, prese una freccia dalla saccoccia che teneva dietro la schiena, passò le piume incastonate nella coda tra le labbra, inumidendole, la appoggiò delicatamente sul suo arco, tirandola indietro di qualche pollice, tese la corda con tutta la forza e poco prima del punto di rottura lasciò andare la presa, facendo schizzare la freccia dall’altra parte del fiume, dritta sulle inutili e insensate parole di Muner, che un attimo dopo stramazzò al suolo.
“Questo non è il giorno giusto per andarsene”, disse Muner poco prima di morire.
Che poi, a cercarlo il giorno giusto, si può passare tutta una vita, e si finisce sempre col trovarlo in quello sbagliato.
Certo, se evitiamo di tenere conto dei vecchi che, passando gran parte del loro tempo al funerale di qualcuno, tendono a considerarli tutti, dei giorni giusti, magari solo per la soddisfazione di sbagliarsi.

CONCORSO #cultoraomaipiù

by Emanuele
Proveniente dal lontano 1984, cresciuto a pane e Bim Bum Bam, si è reso conto presto che qualcosa non andava. Mentre cercava di capire cos’era, si è innamorato della letteratura, della musica e per ultimo, normale conseguenza dei primi due, dei viaggi. Non l’ha ancora trovata, quella cosa, ma nell’attesa spende il suo tempo libero a scoprire il mondo, quando può, o si accontenta di errare in modo statico, inventando storie brevi e a volte un po’ più lunghe.

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