Want create site? With Free visual composer you can do it easy.

Da alcune settimane si è concluso Vinitaly. Evento che, per l’ennesima volta, ho seguito indirettamente dai commenti social di un amico scrittore veronese. Va detto subito che il fatto che la maggior parte dei suoi commenti fossero riproposizioni di ricordi FB di precedenti commenti su precedenti Vinitaly, mi ha fatto capire che, in fondo, le cose non sono poi cambiate di molto. E che la fauna che frequenta quel genere di manifestazioni, la tipologia degli eventi, gli ospiti che vi partecipano, l’indotto di interesse e via dicendo, hanno assunto oramai una direzione costante e alquanto omologata. Direzione che, in fin dei conti, proietta il vino nell’ottica di non essere più il protagonista principale, bensì lo strumento accessorio. In maniera non difforme da ciò che avviene per qualsiasi altro “prodotto” passato nel tritacarne del flusso commerciale e omologante dell’ampia fruibilità. Termine un po’ troppo signorile per descrivere il livellamento verso il basso della maggior parte delle sfere dello scibile umano. «Cristo santo, Andrej, sei sempre così deprimente!» direte voi. Già, rispondo io, e dire che siamo appena all’inizio, e che ciò che ci aspetta è ben più sconfortante. Ma andiamo per gradi.

Come ogni grande evento che si rispetti, anche il Vinitaly ha nel vino solo la sua scusante di esistere. Il concetto di esposizione volta al commercio è molto algido e serio ma, in fin dei conti, si risolve all’evidenza di una parificazione del gusto e delle offerte. In questo senso, il consumismo e la globalizzazione ci hanno dato la possibilità di scegliere, ad esempio, fra centinaia di merendine differenti, ma vuoi mettere il pacchetto di cracker che tua madre ti infilava nello zaino in seconda elementare? Non troverai mai più quel sapore e, al netto delle madeleine proustiane, non credo dipenda soltanto dal fascino del ricordo. Ci è passata la musica, con i talent show. Poi è toccato alla cucina, con altri talent show e, a ben vedere, non c’è branca commercializzabile che non abbia subito il fascino delle mode passeggere (assurdamente, la moda vera e propria ne esce da leone in questa sfida al conformismo: ridendo di se stessa e facendosi, più o meno serenamente, ridere dietro).

Diciamolo subito: ho accettato questa deriva per il cibo (cinque anni fa nessuno sapeva cosa fosse l’“impiattamento”, termine che il correttore di Word mi segnala come scorretto, a riprova dell’evidente neologismo), l’ho subita per la musica (la follia del proliferare dell’indie italiano, pop patinato, molto social e molto pacificato, al cui confronto i cantanti anni ’70 e ’90 erano degli innovatori), la mal sopporto nella letteratura (quindici anni fa uno scrittore di gialli poteva, ben che andava, aspirare ai baracchini delle edicole; ora come ora il giallo è il genere di riferimento per ogni romanziere che aspira alla classifica dei libri più venduti). Per il vino, però, no. Per il vino è diverso. Per il vino non ce la faccio proprio.

Eppure vorrei, giuro, vorrei essere uno di quei presunti intenditori con la puzza sotto il naso. Uno di quelli che ha fatto un imprescindibile corso da sommelier (pagato profumatamente) e che ammorba l’anima ad amici e conoscenti decantando i profumi del terroir, gli aromi sotto traccia del vino, i migliori accostamenti con questo e quest’altro pregiato formaggio. Poi, però, vedo ragazzini all’ora dell’aperitivo far arieggiare ampi calici di spritz con l’Aperol, come se si trattasse di vini barricati invecchiati qualche decina d’anni. E niente, mi sale una sottile nostalgia per la città che immaginava De André: quella dove all’ora dell’aperitivo non vi fossero spargimenti di sangue o di detersivo. Sostanzialmente una città libera dall’happy hour.

Perché sì, perché vengo da una regione, il Friuli Venezia Giulia, che con il vino ha sempre avuto un rapporto a doppia mandata. Perché sì, perché sono quasi sicuro che la maggior parte delle persone che conosco ha avuto almeno un nonno produttore (artigianale) di vino. Perché mi ci giocherei la (scarsa) paga che almeno la metà delle persone che mi stanno leggendo, quand’erano piccole hanno bevuto un bicchiere d’acqua “macchiato” da qualche goccia di vino. Con il beneplacito dei nonni e il volto corrucciato dei genitori. «Cristo santo, Andrej!» dirà qualche benpensante «non starai mica facendo l’elogio dell’alcolismo? Giovanile, per altro!». No, amici cari, tutt’altro.

Sto facendo l’elogio del vino friulano. Quello che nasceva nei campi dei contadini e che si diffondeva, di damigiana in damigiana, per le case, le osterie, le sagre, i bar, le parrocchie, i dopo lavoro, e in tutte le altre occasioni di socialità in cui gli era data la libertà di raggiungere e colonizzare. Quel vino robusto, forte, che sapeva di terra e di fatica. Così diverso dalle Grave al Collio. Dal Carso ai Colli Orientali. Diverso com’è diversa la nostra regione, ma genuino. Accomunato e attaccato alle medesime radici molto più di quanto si possa immaginare ora, dove l’aspra legge del commercio porta alla diffusione incontrastata di bollicine da quattro soldi. Spumanti da esportazione prodotti un tot al quintale. Perché dove una volta c’era il verde, oggi, ci sono filari e filari di Prosecco. La nuova bolla speculativa delle bollicine dorate. Non più granturco, o soia, o erba medica. Prosecco, prosecco ovunque.

Non voglio tuttavia passare sempre per il solito passatista. «La vita non era necessariamente meglio prima, Andrej, fattene una ragione!». Già, la vita non era necessariamente meglio prima. Però era più variegata. Nonostante vi fossero meno possibilità di scegliere, vi era una maggiore possibilità di non essere uniformati. Un prodotto, in questo caso il vino, non era la risposta, bensì il mezzo. Il mezzo per conoscersi, per socializzare, per confrontarsi, per parlare di sé. E sì, è bello che sia ancora così. È bello che esistano ancora queste realtà. E che, fortunatamente, siano così diffuse nella nostra regione. Mi spaventa vedere come le mode decidano gli assortimenti. Come la richiesta possa portare all’accantonamento di questa o quest’altra varietà. Per ogni filare di Glera muore un filare di Cabernet Franc. E io (come molti corregionali) ci ho lasciato l’anima sul Cabernet Franc. Perché il Franc è un vitigno che sembra essere stato creato apposta per il Friuli. Duro, erboso, resistente. Impegnativo, ma estremamente generoso. Adattabile sia all’invecchiamento che al consumo stagionale. Buono negli uvaggi, ottimo da solo. Intimo. Personale. Silenzioso.

Tra tutti i vini che artigianalmente imbottigliava mio nonno, il Cabernet Franc era il mio preferito. Quando ero un ragazzino, all’università, ne caricavo alcune bottiglie sullo zaino per poi dividerle durante le cene con gli amici. Mi ricordo di un’amica storcere il naso dicendo: «Andrej, va bene tutto, ma questo vino sa proprio d’erba!» e di come raccontai l’aneddoto a mio nonno. Il quale mi disse di esserne ben lieto, perché era il miglior complimento che si potesse fare a quel suo vino. «E di cosa dovrebbe sapere,» bofonchiò sotto i baffi ispidi «di tartufi e pere?». Col senno di poi, credo che qualche supposto sommelier di cui sopra sarebbe stato ben capace di descrivere qualche vino à la page con gli aromi citati dal nonno, in quella sua intemerata.

E poi adoro il Friulano. Lo adoro da quand’era Tocai e non Friulano. Adoro la resistenza pacifica dei vecchi (ma non solo) che continuano a chiamarlo Tocai. Degli osti che non ti servono il bicchiere se anche solo provi a ordinare un Friulano. Penso che anche il Friulano (pardon, il Tocai!) sia un bell’esempio della nostra regione. Un vino che sa dei piccoli e aspri frutti di cui il Friuli è pieno. Un vino che odora di mela antica, e che invecchia e prende corpo che è una meraviglia. E che ci fa essere fieri di questo nostro lato “contadino”. O meglio, di questo nostro attaccamento alle radici. Quando sento che, per l’ennesima volta, tra lo snobismo imperante della critica enologica i bianchi friulani emergono come alcuni tra i migliori (se non i migliori…) d’Italia, ho un moto d’orgoglio, lo confesso. Ho un moto d’orgoglio perché conosco la passione che quasi tutti i produttori mettono nel dar vita a quel vino. E mi sembra quasi che un riconoscimento sia doveroso, viste tutte le eccellenze che, per quel tratto di burbera schiettezza tipico della nostra regione, passano spesso in secondo piano. In un mondo in cui, Vinitaly docet, conta più come ti vendi o con chi ti accompagni, piuttosto che ciò che vendi e come lo accompagni. Passo dopo passo, al ritmo delle stagioni e della Bora.

Confesso che avevo in mente quest’articolo da un bel po’ di tempo. Eppure non mi decidevo mai a scriverlo. «Mica sei un critico enologico, Andrej,» mi ripetevo «a chi vuoi possano interessare i tuoi sproloqui sul vino o su quella volta che cercasti di far ubriacare una tua amica a colpi di Cabernet Franc?». Poi, però, alcuni giorni fa ho letto di come numerose aziende agricole del Collio si fossero viste costrette ad accendere centinaia di piccoli fuochi. Necessari a riscaldare i filari delle loro vigne, colpite da inaspettate gelate che rischiavano di compromettere seriamente la futura vendemmia. Quest’immagine mi ha molto colpito. Mi sembrava un’immagine perfetta per descrivere la cura e l’attaccamento alla terra. La resilienza delle radici e delle tradizioni. Così sono tornato a domandarmi cosa volessi realmente comunicare con questo mio articolo, e mi sono risposto che ciò che volevo dire era che ci sono molti modi per restare aggrappati alle proprie radici. E che raccontare è propriamente uno di questi. Raccontare per riscaldarci con il fuoco dei ricordi, alimentato dalla genuinità e dalla generosità dei luoghi che ci circondano. Che ci sono prossimi. Luoghi che ci hanno formato e cresciuto, alla faccia delle croniche gelate di conformismo. O del freddo e algido consumismo parificante.

Perché, in fin dei conti, il rischio è quello delle sovrapposizioni. Delle copie delle copie. Rimasticate in continuazione.

Più sbiadite di un vino annacquato. Un vino annacquato che, però, non ha nulla a che vedere con quello che ci propinavano i nostri nonni. Dandoci di gomito, per non essere beccati dai nostri genitori.

In quei vecchi bicchieri Duralex da osteria.

Colmi di Merlot. O Refoso. O Cabernet Franc. O Tocai.

Scomodi, troppo scomodi per essere roteati così da arieggiare vino.

Stretti, troppo stretti per contenere le bollicine dell’ennesimo Prosecco.

E per fortuna, mi verrebbe da aggiungere.

Did you find apk for android? You can find new Free Android Games and apps.

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here