Mandi biei!
Consideravo che molti di noi della redazione di Blud sono amanti della montagna e affascinati dalle bellezze naturali che essa offre e, quindi, le mie notti insonni hanno suggerito di stilare una piccola lista di bei libri (in parte rubati alla sezione “montagna” degli scaffali del mio vecchio) che parlano di montagna e di quello che essa può insegnare. Non si tratta solo di montagna intesa come “alpinismo” ma anche come metafora della vita e ambiente naturale e/o culturale.

Così, se non sapete che fare mentre state a fare le balene arenate in friggitoria a Lignano…Ciancio alle bande, iniziamo:

  1. Venti racconti allegri e uno triste, Mauro Corona

Avvicinamento alla montagna con uno scrittore “di cjase nestre”. Si tratta di venti più uno racconti, brevi e divertenti, ambientati tra i boschi leggendari della Val Cimoliana.
Il mondo tragicomico, quasi come fosse una barzelletta d’altri tempi, dei borghi montani che rende tutto un po’ una fiaba, vi farà sorridere e ritrovare bellezze di sentimenti d’altri tempi.

“Forse perché la vera allegria è prendere l’esistenza al contrario. Ridere a crepapelle là dove si dovrebbe piangere. Ma questa la chiamano follia”.

  1. “La morte sospesa”, Joe Simpson

Andiamo sui “classiconi”. Qui si parla di imprese reali, cronaca alpinistica allo stato puro, e suspence. Tanta tantissima suspence.
Nel giugno del 1985 Joe e Simon raggiungono la vetta della Siula Grande, nelle Ande peruviane e, ovviamente, durante la discesa, avviene l’incidente.
Questi i fatti. Ma il libro parla di una storia di amicizia e sopravvivenza, perchè una cordata lega più di un bicchiere di vino bevuto in compagnia, checché ne dicano i friulani.

“Joe sorrise quando cominciai a calarlo. Un sorriso tirato che il dolore rendeva piuttosto simile a una smorfia. Lo lasciai andare senza badare alle sue urla…Unico segno della sua presenza era il peso che mi tirava verso il basso.”

  1. “La sciatrice”, “L’ultima Camel Blu”, “Il ragazzo che era in lui” (trilogia), Enrico Camanni

A chi piacciono gialli, noir e polizieschi non può non piacere questa trilogia di un autore d’eccezione, Enrico Camanni, direttore della rivista “Alp” e curatore di numerosi saggi storici sull’alpinismo.
Il suo personaggio è una guida alpina che opera nella zona del Monte Bianco, tale Nanni Settembrini, cinico e apparentemente distaccato. Tre diversi soccorsi lo portano a ragionare sulla sua vita, sul suo mestiere e sull’attaccamento a valori che non hanno, forse, più senso d’esistere.

“Settembrini aveva visto “alpinisti” che partivano in scarpe da ginnastica per l’Aiguille Noire de Peutèrey confidando sulla copertura della rete wireless e altri che affrontavano la parete nord delle Grandes Jorasses con zainetto da picnic e telefonino, pronti a chiamare l’elicottero per un mal di pancia. Quella era gente che rischiava molto e non meritava niente”.

  1. “Aria Sottile”, Jon Krakauer

Sì, ragazzi, avete capito bene, proprio quel Krakauer che ha scritto il libro-ricerca sul viaggio e le scelte di Christopher McCandless, “Nelle terre estreme”, “Into the Wild”.
Krakauer è stato un cronista del mondo dell’alpinismo per molto tempo e in queste pagine racconta una spedizione sull’Everest nel 1996, quando una tempesta uccise ben nove alpinisti. Si tratta di una cronaca ma anche di un’analisi introspettiva di quello che è “l’essere alpinisti”, dello spingersi oltre i limiti o di non volerli vedere.

“A un certo livello, con distacco, comprendevo che la curvatura dell’orizzonte terrestre che s’inarcava ai miei piedi era uno spettacolo eccezionale. Avevo fantasticato tanto, per mesi e mesi, su quel momento e sull’ondata di emozioni che lo avrebbe accompagnato; e ora che finalmente ero lì, in piedi sulla cima del Monte Everest, non riuscivo semplicemente a radunare energie sufficienti per concentrarmi.”

  1. “La montagna dentro”, Hervè Barmasse

L’elogio del Cervino, la montagna perfetta, una piramide di roccia scura, neve e ghiaccio. Hervè è uno degli ultimi grandi alpinisti del nostro tempo e racconta, in modo divertente e riflessivo, il suo rapporto con il suo lavoro e la sua carriera di alpinista e uomo.

“Così come nella vita, anche in montagna essere riconoscenti non è facile. Non sempre riusciamo ad ammettere che dietro ai traguardi raggiunti, anche quando ci muoviamo in solitaria, si nascondono l’aiuto e la partecipazione di molte persone.”

  1. “Freney 1961”, Marco Albino Ferrari

Qui, ragazzi, si parla di veri eroi. Si parla di alpinismo classico, dei primi “giganti” dell’alpinismo. Una vicenda accaduta nel 1961, quando tutta Italia sta attaccata, con il fiato sospeso, a radio e televisione, dove Andrea Boscione e Emilio Fede fanno la cronaca in diretta di una delle più grandi tragedie dell’alpinismo di quegli anni.
Ci sono due cordate, una italiana e una francese, guidate rispettivamente da Walter Bonatti e Pierre Mazeaud, che, prima una contro l’altra e poi insieme, stanno cercando di salire il pilastro più estremo del Monte Bianco, il pilone centrale del Freney. Sette, in totale, sono gli alpinisti dispersi, come marionette su una parete che li comanda, con un vento che li sbatte come panni al vento e sotto piogge e temporali che odorano di morte.
Questo è un libro che riporta alla vita, fidatevi.

“Il pericolo non esisteva. Dalla morte erano immuni. Esisteva solo la vita, tanto più intensa quanto più in alto si arrivava sulla roccia. E una volta in cima l’orizzonte si apriva su altre vette, altre scalate. La stanchezza dello sforzo poi deformava la realtà e si ritornava a sognare, a immaginare, chiusi negli uffici, di fronte alla catena di montaggio. La voglia di partire cresceva di nuovo. La molla si caricava fino a quando trattenerla diventava impossibile. Le morte, il pericolo? Ne erano immuni. Esisteva la vita, sempre più intensa in alta montagna.”

  1. “Non ti farò aspettare”, Nives Meroi

L’ultimo libro dell’alpinista di casa nostra (lei e Romano abitano a Fusine, se non lo sapete) che, insieme al marito Romano Benet, ha appena completato le salite di tutti gli ottomila, con tanti primati, non cercati ma voluti intimamente: primi a salire in coppia, sempre in coppia, tutti gli ottomila della terra, e a farlo senza ossigeno e senza l’aiuto di sherpa e portatori, lontani dal grande circo mediatico, soprattutto dopo la malattia di Romano.
Ho avuto l’onore di conoscerli e parlarci più di qualche volta e posso dire di aver trovato veramente due alpinisti puri, senza fronzoli e senza teste montate.
Questo libro introspettivo, scritto da Nives, è una vera e propria “confessione” del suo modo di vivere l’alpinismo non come una sfida ma come naturale prosecuzione del sé. Dicono che i più grandi alpinisti siano quelli che conoscono la “rinuncia”.

“Ecco che cosa facciamo qui: semplicemente stiamo ad ascoltare senza rimandare la felicità a dopo.”

  1. “Free, il Cerro Torre e io”, David Lama

Ritorniamo alla vera cronaca alpinistica. David Lama ha 27 anni, è del 1990, come me, e ha vinto numerosi campionati europei e mondiali di arrampicata, fino a quando le sue due metà, quella austriaca e quella nepalese, lo hanno avvicinato a progetti più ambiziosi, consacrandolo come un alpinista d’avanguardia.
Nel 2012 decide che vuole scalare il Cerro Torre, in Patagonia, in libera, ovvero senza l’utilizzo di chiodi. Si tratta di 900 metri di granito verticale che hanno visto, negli anni precedenti, moltissimi alpinisti cimentarsi in imprese spettacolari.
Nessuno dava una possibilità a David, ma lui non si è scoraggiato, forse grazie alla testardaggine tipica di un ventenne…e ha vinto, ha vinto su tutti e su se stesso.

“Il Cerro Torre ha preteso molto da me. Mi ha cambiato sia come arrampicatore sia come alpinista sia come uomo. Questa montagna maestosa e incredibilmente bella mi ha obbligato a riflettere sull’arrampicata, sul ruolo che io interpreto nel moderno alpinismo e sull’alpinismo in sé.”

  1. “L’incanto del rifugio. Piccolo elogio della notte in montagna”, Enrico Camanni

Si tratta di un libro piccolino piccolino, da leggere in un paio di ore, tutto d’un fiato.
Si parla di rifugi, bivacchi, improvvisati e non, di ripari di fortuna e di quanto sia bello dormire in un posto caldo quando fuori imperversa la tempesta e di quanto siano belle le stelle viste dalle terre alte.

..C’è un momento cruciale nella liturgia del rifugio: quando si apre la porta e si va. L’attimo prima eri un ospite, l’attimo dopo sei padrone del tuo destino. L’incantesimo svanisce in quell’attimo. Con uno schiaffo del vento sulla faccia si lasciano definitivamente alle spalle il non-spazio del rifugio, le pigre liturgie della sveglia, l’odore rassicurante del caffè, i rumori domestici delle stoviglie.
Passare dall’intimità del rifugio alla vastità della montagna è come riprendersi la vita dopo una parentesi di non vita, o di vita affrancata dagli affanni, dalla fatica, dalla paura della morte. Le lancette ricominciano a correre e il cuore riprende a pulsare in cerca di una meta.”

  1. “Quasi niente”, Mauro Corona e Luigi Maieron

Due personaggi della nostra terra con, in comune, un’infanzia passata tra le Dolomiti Friulani e i borghi di paesi piccoli e isolati, chiusi in una bolla spazio-temporale che riporta ad antichi sapori, miti, favole, ricordi, contatti umani, personaggi al limite della realtà. Il libro è un dialogo, su dei temi che gli autori si sono imposti e che sviscerano, analizzando i tempi che corrono e riportando alla luce sensazioni perdute nei meandri della civiltà incasinata che ci troviamo a vivere. Quasi niente, togliendo tutto ciò che è “troppo”, le maschere, le paure, i pregiudizi e il perbenismo.

“L’uomo non è capace di vivere in pace. Come lo scalatore che vuole scalare le pareti. Certo, non è male decidere di salire sulla montagna, ma lo scalatore vuole salire dalla parte più difficile, la parte che nessuno è stato capace di affrontare. L’ho fatto anche io, è un meccanismo che conosco molto bene. Voglio dimostrare che voi siete degli inetti e io sono bravo. Questo è il male dell’uomo: umiliare il suo simile con vittorie.”

 
“Al è dut nue fantats, al è dut nue.”
“E’ tutto niente ragazzi, è tutto niente.”

Buona estate, oh voi spiaggiati come braciole sulla griglia, io me ne vo’ nei miei piani alti.

 

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Glo
Ha sedici anni dal 2006. Friulana con un quarto veneto. Il Friuli è il suo Wild Wild East, la frontiera, il confine. Laureata in Architettura per il Nuovo e l'Antico/Ingegneria Civile senza ancora aver capito di preciso cosa siano, ama la montagna molto di più di quanto riesca veramente a frequentarla, e porta avanti la sua ricerca sulla costruzione in alta quota scrivendo per riviste tecniche e collaborando alla realizzazione di mostre e convegni sul tema. Non molto tempo fa scopre di essere intollerante a tutto il cibo friulano al di fuori della polenta e prende la coraggiosa decisione di diventare astemia in terra friulana, per presa di posizione contro le sue stesse intolleranze.

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