Railster, eclettico produttore musicale nato a Udine ed attualmente cittadino londinese, sarà il primo artista a prendere parte alla nuova rubrica

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Per questa occasione abbiamo incontrato Railster attraverso una telefonata, e gli abbiamo rivolto diverse domande per approfondire la sua ricerca musicale ed i suoi progetti, cercando di capire meglio la sua visione, proveniente da un background Hip-Hop, ma ora con una identità propria sempre in costante evoluzione.

Shef: Per chi non lo sapesse, io e te, insieme a Kappah e Dj Legame, abbiamo fatto parte del gruppo rap “Empirici” dai primi anni del 2000 fino al 2004 circa, e di fatto tu eri un Beat-maker e un Mc. Mi ricordo però che ti interessavi anche di Writing, soprattutto a livello di sviluppo del “Lettering” e delle “Tag”. É nata prima la passione per i graffiti o quella per la parte musicale dell’Hip Hop (Rap e produzione di beat)?

RAILSTER: Ciao a tutti i lettori di Blud e grazie per questo spazio. Da quel che ricordo, di fatto sono venuto a contatto con la cultura Hip-Hop attraverso la musica. Nei primi anni ’90 ho alcuni vaghi ricordi delle prime canzoni di Jovanotti sentite in radio; ma poi gli album “Strade di città” e “Messa di Vespiri” degli Articolo 31, attorno al ’95 quand’ero un ragazzino, mi colpirono molto e poi da lì iniziai ad interessarmi di più alla cultura Hip-Hop. Sono sempre stato attratto dalle culture “sub-urbane”, se così si può dire, mi affascinava tutto ciò che era considerato “street-culture”, quindi cultura di strada.

Mi ricordo, infatti, che sostenevi che tra il Punk e l’Hip Hop c’erano dei punti di contatto.

Sicuramente ce n’erano diversi ai tempi. Musicalmente parlando, negli anni ’90 le due cose, ricordo, erano abbastanza separate tra di loro, specie in Italia, e c’erano chiaramente delle rivalità tra generi. Io li ho sempre considerati entrambi dei linguaggi di comunicazione appartenenti a chi aveva pochi mezzi a disposizione, o che sentiva l’urgenza di dover comunicare certi messaggi che fossero politici o sociali. Se vogliamo semplificare, entrambi i generi hanno sempre comunicato una certa ribellione: uno attraverso il “Ghetto-blaster”, l’altro attraverso le chitarre e le distorsioni, ma il messaggio alla fonte era spesso simile in entrambi i generi.

“Dope” è stato il tuo primo street-name, che adottasti come tag. Da cosa derivò la scelta di quel nome?

Stiamo parlando di tempi abbastanza lontani quindi i ricordi possono essere incerti. Nel 2002, se non erro, firmavo come Dope, anche se non ero propriamente un writer, anche se qualche graffito l’ho fatto. Mi piaceva fare le “tag”, quindi la mia firma o delle composizioni di lettere più che altro. Mi piaceva studiare la grafia delle parole, lo studio delle lettere a livello di composizione grafica, che poi oggi si é trasformato in un’interesse nella tipografia ed in un lavoro come grafico. In origine ero partito dalla parola Deft e/o Daft, come “Deftones”, e come i “Daft Punk”. Ai tempi entrambi avevano pubblicato dei dischi incredibili, Around The Fur, ed Homework pubblicati nel 1997. Due dischi agli antipodi musicalmente, ma per diversi motivi entrambi mi avevano colpito molto. Cambiai un paio di lettere e arrivai a Dope.

Ho sempre pensato che fosse un riferimento al pezzo di Joe Cassano Dio Lodato dove lui dice “la mia tag fa Dope come droga…”.

Non proprio, forse in seguito diventò per me una sorta di tributo, citazione. Comunque ai tempi non lo conoscevo ancora, poi il mio amico Atomo, ancora prima dei tempi delle superiori, mi fece notare questa coincidenza e dopo un po’ lo abbandonai come nome. Alcuni dei miei amici delle superiori ancora oggi mi chiamano Dope: rimane un simpatico ricordo.

Mentre Railster? All’inizio usavi semplicemente “Rail”

Si, sono spesso scelte fatte per assonanze ad altri termini o parole. “Rail” viene da quando facevo le tag, e stavo tentando diverse combinazioni, mi piaceva l’idea di avere un nome abbastanza criptico. Avevo provato a scrivere “Liar” (bugiardo) all’incontrario, e mi piaceva come idea, anche perché difficilmente sarebbe stata compresa, e cosi é stato. Per me significava “sono l’opposto di bugiardo”. Poi mi sembrava che Rail fosse un nome troppo corto, quindi ci ho aggiunto “ER” alla fine perché mi piacevano come suonavano le parole inglesi che finivano per “ER”, o “STER”. C’è anche un piccolo riferimento a Roni Size, produttore inglese, che aveva intitolato due suoi pezzi “Railing”. Mi piacevano molto queste tracce, perché mischiavano rap e musica elettronica in una maniera ineccepibile, e per me é stato un punto di riferimento per il mio percorso musicale. “Railing” significa “trasbordare”, o “essere sul bordo”, ma non è una parola comunemente conosciuta ed usata in Inghilterra.

I tuoi primi lavori come produttore musicale a che anno risalgono?

I primi lavori mi ricordo che li abbiamo fatti insieme io e te nel 2000/2001. Per produrre usavo un PC che ero riuscito a farmi prendere dai miei grazie ai tipi che in quegli anni giravano per le case a proporre le prime enciclopedie interattive con i CD. Se compravi un’enciclopedia, ti regalavano un Pentium 75, ho rotto le scatole ai miei per mesi e alla fine me l’hanno preso. Ovviamente non lo usavo per vedere i CD dell’enciclopedia.

Tu sei autodidatta o qualcuno ti ha insegnato a produrre?

Sono autodidatta, ma agli inizi una delle persone che mi ha aiutato è stato Kappah. Parliamo del 2001 circa. Un giorno andai a casa sua e mi ricordo che mi ha dato dei consigli per creare e strutturare una produzione musicale, lui produceva già da un paio d’anni. Mi ricordo che in quel periodo, un amico, mi diede un floppy-disk con dentro un software per fare musica al computer, si chiamava “Jeskola Buzz”, e accompagnò il gesto con una frase che ricordo ancora: “tieni, ecco il programma ed alcune librerie di suoni da usare nei beats. Ma, attento!, Se usi dei campioni strani, occhio, che viene fuori una roba elettronica!”. Ecco come funzionava in quei tempi: ti passavano il programma, ma poi ti dicevano di fare attenzione nel fare i beats come si doveva: usando propriamente i suoni delle librerie Rap/Hip Hop! (ride, ndr).

Sì, certo, funzionava così per tutti! Comunque Kappah diede dritte un po’ a tutti noi, a me sul come rappare, ed infatti facemmo il nostro primo demo degli Empirici “É di moda” (2001) registrandolo da lui.

Sì, dopo i nostri primi esperimenti tipo “MK Theory”, che erano piuttosto inascoltabili, lui ci aiutò a crescere, soprattutto a livello di qualità del suono in generale. Lui tra l’altro, ai tempi, lavorava presso l’ENAIP e ricordo collaborava per alcuni produttori di musica House. Quindi ne sapeva un bel po’ già ai tempi.

Oltre a produrre, hai anche registrato diverse strofe, per esempio il featuring nel mio disco Tracce (2005). Alla fine tra tutti noi eri quello più originale ed estroverso, sia come beat che come rime.

Grazie, lo prendo come un complimento. Non sono mai stato un bravissimo mc, ma agli inizi ho provato a fare tante cose diverse. A livello creativo non me n’è mai importato di copiare altri, ho sempre cercato di metterci del mio in quello che facevo. Questo accadeva anche perché frequentavo gente al di fuori dell’ambiente Hip-Hop, per esempio, alle superiori avevo un amico che ascoltava avant-rock, post-rock, o cose così, e mi ricordo che in uno dei miei primi beats ho campionato la chitarra iniziale di un brano dei “Massimo Volume” intitolata “Qualcosa sulla vita”. L’Hip-Hop mi è sempre piaciuto perché da una grande libertà, e potevo “nascondere” diverse influenze attraverso l’uso di campionamenti provenienti da diversi generi. L’Hip-Hop mi ha sempre trasmesso l’idea di essere il più creativo possibile con i mezzi a disposizione. Nella nostra regione nei miei primi anni “di formazione” sono stato piuttosto fortunato: c’erano gli Amari, il progetto Il Contingente (Amari + 21 Click), Giuann Shadai, DLH Posse, gli Atlantide 4et di Belluno. Ho sempre convogliato diverse esperienze e visioni nella musica, poi le reinterpretavo e buttavo fuori la mia cosa.

Dopo i primi demo hai fatto uscire “Patchwork Anthems” (2008). Alla base del disco c’è stata prima una progettazione a tavolino prima di produrlo oppure hai semplicemente fatto uscire delle tracce già prodotte convogliandole in un unico disco?

Quello è stato il mio primo lavoro ufficiale, fatto per l’etichetta ReddArmy. É stato un grande traguardo per me, ai tempi, e mi ha aiutato a crescere molto, collaborando con tanti artisti che ammiravo. Gran parte dei brani erano stati composti da me ed erano pensati per il disco già mentre li producevo. Fulvio Romanin, fondatore dell’associazione ReddArmy, ai tempi mi ha dato una mano nella selezione delle tracce, visto che, in origine, erano moltissime, mi ha anche assistito nella composizione di alcuni brani, ed invece alcune tracce sono state completamente riscritte per l’occasione, vedi il brano con i Carnicats. Eravamo in pieno periodo MySpace, ed infatti sul disco sono presenti molti featuring di gente conosciuta anche virtualmente. MySpace mi aiutò molto a creare connessioni, anche internazionali, per esempio con Vigalante di New York, ed altri. Il pezzo secondo me più rappresentativo è quello con la bravissima Silvia Di Natale intitolato “SSNE”, ma anche quello con Mole è molto bello e rappresentativo per me: “Music Saves”.

Come andò l’album?

R: Andò molto bene, ottenendo parecchi download ed un ottimo feedback da importanti portali e riviste. Parlarono di me: Il Mucchio selvaggio, Scritto da Damir IvicMogli & Buoi su Blow Up, Scritto da Enver e il Messaggero Veneto, ma anche tanti altri scrissero belle cose.

Una caratteristica che possiedi secondo me è quella di fare lavori che sembrano del tutto casuali, sconclusionati, un po’ folli, ma che se ascolti in profondità ti accorgi che c’è tanto lavoro e tanto studio dietro.

R: Sì, sono molto impulsivo quando ho un’idea, durante la produzione, ma poi lavoro parecchio su quella che diventerà la composizione finale. Mi ricordo per esempio di una traccia che abbiamo registrato io e te nel 2008, un pezzo mai uscito in realtà, che si intitolava “Persone” e per quel beat campionai il suono di un asciuga capelli in azione, perché pensavo che fosse adatto in quel contesto, che fosse originale. Ti dicevo tipo: “Vai Shef, facciamo così: tu rappi, poi io registro il phon, e poi…” Tu mi guardavi e mi dicevi “che caspita stai facendo?!?” Erano cose un po’ assurde (ride, ndr).

Sì, mi ricordo benissimo della scenetta! E ricordo che anche sul micro sperimentavi molto.

Sì, non ho mai rappato molto, ma cercavo di scrivere testi criptici, dicendo cose abbastanza astratte. Ho pensato di rimettermi a rappare, magari anche solo per campionare delle frasi. Comunque preferisco concentrarmi sulla musica, e far cantare qualcun’ altro più bravo di me. Per i piu curiosi vi posso girare questo link per ascoltarmi rappare nel 2009.

Tu hai tantissimo materiale nel hard-disk, ma fai uscire poca roba rispetto a quella prodotta.

Semplificando, posso dirti che questo succede spesso perché per me fare brani musicali è simile al dipingere quadri. Tu hai una tela, cominci a dipingere perché hai un’idea interessante da rappresentare, poi la ottimizzi, la sistemi, e alla fine dai la pennellata finale. E’ questa la parte più difficile: qual è l’ultimo accorgimento che definirà la tua opera come compiuta? L’idea iniziale che avevi non sempre riesci a concretizzarla come pensavi. Se una cosa non mi piace al 100% non la pubblico. Ho accumulato tanto materiale, ora lo sto finalizzando, sto contattando diversi artisti per quel che riguarda le parti cantate, per poi finire il mio prossimo Album.

Come mai non sei mai diventato un dj vero e proprio, con un suo dj-set ufficiale, un suo spettacolo da proporre ai clubs in giro per il mondo?

Non faccio (ancora) musica propriamente da ballo per i club di tutto il mondo.
Appena sono arrivato a Londra ho organizzato e suonato in diverse serate, per esempio al “Shutterbug” a Shoreditch; un po’ come le serate che facevo al Visionario a Udine, o al Tetris! Negli ultimi mesi, assieme a dei miei amici sono passato spesso a Radar Radio, una nuova radio indipendente nel cuore di Old Street, per uno show in diretta dove per due ore di trasmissione ci siamo concentrati sul rap italiano. Ne ha parlato anche Noisey. Dj e produttore musicale, comunque, non sono la stessa cosa, e spesso uno non per forza deve includere l’altro. Al momento mi sto dedicando alla chiusura del mio prossimo disco, come dicevo, ed alla preparazione del mio live show, che spero poter presentare a breve in giro per l’Italia e nei peggiori bar londinesi.

Dopo “Patchwork Anthems” cosa successe?

Mi sono concentrato nella produzione di tantissimi remix, ricordo che me ne han richiesti davvero tanti ai tempi, addirittura sono stato contattato dall’EMI per un remix dei Useless Wooden Toys, dopo che avevo remixato Ghemon per una canzone del suo progetto “Embrionale”. Sul mio Soundcloud potete ascoltarli tutti, più o meno. Poi ho preferito concentrarmi sui miei progetti. Nel 2013 Ho pubblicato un EP intitolato “Fields”, il disco é ancora disponibile su tutti gli store digitali come iTunes o Beatport.
(preview dei brani del intero disco).La scorsa estate é uscito un altro EP per “Lucky Beard Records” intitolato “Your First”. Lucky Beard é l’etichetta di Crookers, per chi non sapesse. Mi ha dato una grandissima carica aver rilasciato delle tracce per uno dei miei produttori preferiti, che mi ha contattato personalmente.
Da più di qualche anno sto seguendo il mio progetto chiamato “Beat.it”.

É un collettivo “virtuale” nato da un gruppo su Facebook creato da me, dove produttori musicali con una certa propensione verso la sperimentazione si incontrano e si scambiano i propri brani. In inglese si potrebbe chiamare “Creative Hub” per produttori musicali. Dopo un po di tempo ho deciso di creare la prima compilation chiamando i produttori che erano più attivi nel gruppo Facebook, o che avevano partecipato alla selezione. Abbiamo rilasciato la prima compilation sotto intitolata “This is not a revival” nel 2012 circa, in collaborazione con ReddArmy, Error Broadcast, Made In Glitch che ha ottenuto un discreto numero di download (4000 circa) e ha girato parecchio nel web. Da poco é uscita la seconda edizione, ed anche in questo caso ho coordinato il progetto con l’aiuto da parte di incredibili collaboratori: Fresh Yo! Records di Firenze, ReddArmy, Filippo Papetti, e Jus Like Music che mi hanno aiutato nel processo di creazione della compilation e nella sua diffusione. Giulia Ferrazzi ha creato l’Artwork della compilation, andate a vedere i suoi lavori che ne vale la pena. Il mastering finale é stato fatto a Firenze da Edoardo Fracassi per M8 Studio. La “chicca” di questa compilation é che tutti i brani sono stati composti da due produttori. Questo progetto vuole essere da stimolo alla collaborazione tra produttori cercando di “uscire dalla cameretta”. Redbull Italia ha presentato la compilation con uno streaming esclusivo, presentata da G. Quagliano, e da poco uno dei piu grandi portali di musica elettronica XLR8R ne ha parlato mettendo in free-download una delle tracce della compilation nel suo sito. Lauren Laverne, personaggio di spicco nella cultura radiofonica inglese, ha poi riproposto la stessa traccia sulla sua rubrica mattutina nella radio inglese BBC6.
Sul sito thisbeat.it potete trovare tutte le informazioni necessarie per approfondire.

Ultima domanda: che cosa cambia a livello pratico tra il fare musica a Passons (UD), dove sei nato e cresciuto, e farlo a Londra?

La prima cosa che mi viene in mente riguarda le strutture e le possibilità. Le persone sono le stesse, non sono molto diverse da quelle che trovi a Udine, ma numericamente ce ne è molto di più. Nella mia piccola esperienza ho potuto notare un grande libertá artistica, sopratutto dal lato creativo.Quindi i giovani hanno possibilità di esprimersi come vogliono a patto che ci sia la qualità di fondo. L’ascoltatore inglese spesso ascolta musica “straniera” o “specialistica”, e quindi anche questo da perfino la possibilità di creare trasmissioni radio che siano concentrate sul Rap italiano, per capirci. D’altro canto mi manca moltissimo la calma ed il silenzio di Passons. Credo che se ho iniziato a fare musica col computer é stato proprio per il fatto che non ci fosse proprio molto da fare attorno a me. Mi mancano i tempi vuoti, il semplice silenzio, che aiuta moltissimo nella composizione, e per la concentrazione. E’ per questo che ho messo una cartolina vintage di Passons nello sfondo del video girato per PlayBlud *Spread Your Art* che presto potrete vedere su Blud.

Breve discografia
Railster – Patchwork Anthems (Reddarmy 2008)
Railster – Fields (EP) (2013)
Beat.it – Vol. 1 (2012)
Beat.it – Vol. 1 (2015)
Doro – Resti Viva feat. Delta Club (2015)

Varie ed Eventuali:
https://soundcloud.com/railster

Bozze e “work-in-progress”:
https://soundcloud.com/liarster

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Shef
Shef, classe 1983, una laurea in Lettere, rapper ed mc dal 2001. Appassionato di Hip Hop e street-culture, rap, areosol art, storia, letteratura, architettura, cinema. Hobby preferito: visitare musei e mostre d’arte. Vizio: la cioccolata al latte. Nei ritagli di tempo, scrittore di racconti e articoli vari. Non sopporta fare la fila e le persone ritardatarie, ma quando può professa con convinzione l’arte del perdigiorno passeggiando senza meta nel centro cittadino di Udine.

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