San Paolo, Brasile, capitale dello Stato omonimo, con i suoi 12 milioni di abitanti (ma parliamo di 20 milioni se contiamo l’intera area metropolitana) è la città più vasta e popolosa dell’emisfero australe e tra le più popolose in assoluto di entrambi gli emisferi.

E’ una città dai fortissimi contrasti: ogni giorno circa 600 persone si spostano in città con l’elicottero (primato assoluto al mondo),  la classe media sta scomparendo e moltissime persone faticano a trovare i soldi per mangiare.

In mezzo a tutto questo caos metropolitano mai avrei immaginato di trovare un’area protetta immersa nella foresta atlantica (la famosa Mata atlantica) in cui popolazioni indigene abitano e cercano di resistere all’urbanizzazione senza limite del territorio: la terra Guaranì ‘Tenondè Pora’ nella zona sud della città di San Paolo. Ho avuto la fortuna di vedere con i miei occhi come gli abitanti vivono cercando di comprenderne cultura, tradizioni e problematiche, anche alla luce dell’insediamento al potere di Jair Bolsonaro, ex militare di estrema destra, che tra le varie linee programmatiche di governo vuole ridurre tutti i vincoli posti a difesa della natura e dei popoli indigeni.

I ‘Guaranì’ sono il popolo indigeno più numeroso del Brasile, anche se ad oggi, gli è rimasto ben poco del territorio ancestrale e la popolazione è ridotta a meno di 100.000 individui; nel corso degli ultimi 100 anni sono stati derubati di gran parte della loro terra per fare spazio ad allevamenti di bestiame, piantagioni di soia e canna da zucchero. Ad oggi purtroppo molte comunità vivono ammassate in riserve sovraffollate mentre altre son accampate sotto teloni di plastica sui cigli delle strade.

E’ stata un’immersione in una realtà a me sconosciuta, una cultura ancestrale che lotta contro un mondo esterno vorace e ammagliatore; i leader del villaggio sono stati di una gentilezza e pazienza unica, pronti a soddisfare tutte le mie curiosità.

Il territorio ‘Tenondè Pora’ è formato da 8 villaggi, circa 1500 persone, e occupa un’area di 16.000 ettari nel distretto sud di Parelheiros della città di San Paolo. 

La lotta per la demarcazione del territorio cominciò negli anni 80 e terminò tra il 2015 ed il 2016 con il riconoscimento e la demarcazione del territorio nel ‘Registro Final da terra indigena’. I governi di Lula (2003-2011) e di Dilma Rousseff (2001-2016) hanno senza dubbio accelerato e aiutato la conclusione positiva di questo lungo processo, nonché dato forte stimolo alla autodeterminazione e alla protezione dei popoli indigeni brasiliani.

L’economia dei villaggi è prettamente di sussistenza con piantagioni di manioca, fagioli, patata dolce, banana, granoturco e cuori di palma, allevamenti di pollame, pesca (anche se le acque del fiume sono purtroppo inquinate) e vendita di artigianato. Di mezzo ci troviamo anche gli aiuti del PBF (Programma Bolsa Familia) istituito dal governo Lula nel 2004: il programma, considerato uno dei principali al mondo nella lotta alla povertà, ha dato accesso all’istruzione alle fasce più povere della società brasiliana e questo, a mio parere, rappresenta la miglior arma al mondo per la lotta alla povertà.

La depurazione delle acque avviene attraverso un sistema ai più sconosciuto: l’uso delle piante di banana. Il banano infatti ha il potere di assorbire i nutrienti, le sostanze impure dell’acqua compreso detergenti e agenti chimici facendo da filtro naturale e trasformando l’acqua in fonte nuovamente utilizzabile dall’uomo.

Il territorio predispone anche del CECI ‘Centro di educazione e cultura indigena’, in cui i leader del villaggio, parallelamente all’educazione scolastica pubblica, insegnano ai bambini e ai ragazzi la cultura indigena, la lingua e le tradizioni ancestrali; strumenti essenziali per mantenere viva la cultura ‘Guaranì’. Nel centro del villaggio principale troviamo anche una struttura dalle medie dimensioni adibita a centro religioso e di aggregazione e discussione dei problemi del territorio.

La salvaguardia di questa comunità, come delle altre circa 300 etnie indigene brasiliane e delle altrettante lingue parlate, fanno parte dell’identità culturale brasiliana; una ricchezza unica che, assieme al patrimonio naturalistico, deve essere assolutamente preservata e protetta.

Il Brasile è una terra ibrida figlia dell’indio, dell’europeo e dell’africano che, imparando dagli errori passati e presenti, spero possa diventare in futuro la terra meravigliosa che merita di essere.

Articolo a cura di Alessandro Cabai

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